Campo Teatrale con Miller per raccontarci la crisi, non solo quella del ’29

Città viva di teatro, Milano, di compagnie e realtà indipendenti, di spazi che cercano una propria dimensione all’interno del complesso tessuto di eventi e offerte culturali. A una decina di fermate di autobus dal centro, passato il ponte della Ghisolfa e incrociando via Mac Mahon, avamposti del ricordo letterario, deja vu testoriani, c’è il Guanella. Si entra da un grande cancello e neanche ci si accorge dei locali ecclesiali. La compagnia Campo Teatrale ne gestisce gli spazi (compresi di bar e confortevole foyer) da qualche anno. Per l’occasione, la penultima replica del loro nuovo spettacolo, hanno organizzato un aperitivo anni ’30 e il pubblico li ha seguiti sfoggiando eleganti abiti a tema.
L’orologio americano, sul quale è basato Coraggio il meglio è passato (da una citazione di Ennio Flaiano), d’altronde è un simbolo di quegli anni, per la precisione di quelli più bui iniziati nel ’29. Non è uno dei testi più celebri di Arthur Miller e in Italia è stato poco rappresentato. La regista, Caterina Scalenghe, ne prende i nuclei principali incastonandoli in un materiale performativo e spettacolare di ottimo livello.

Campo Teatrale riesce soprattutto in un punto fondamentale e mai scontato: la leggerezza, l’ironia, quella capacità di essere tutto e il contrario di tutto. Quel witz che vive nel sorriso sghembo di Donato Nubile, quando entrando da dietro la platea consegna doni al pubblico o quando tornerà poi per riprenderseli in un gioco dei pacchi al massacro, quasi dicendo al pubblico “e se voi perdeste tutto?”. Perché questo soprattutto è stata la crisi americana del ’29, è stata la crisi che ha fatto mancare il terreno sotto i piedi della borghesia. La grandezza di Arthur Miller sta nella capacità di guardare la vicenda storica e particolare di una comune famiglia da due punti: quello interno dell’ hic et nunc e poi quello del ricordo e della distanza storica in cui gli stessi protagonisti passati gli anni e superati i mille ostacoli riescono ad analizzare le ragioni e le conseguenze.

La Scalenghe non si sottrae a questo meccanismo e non cerca virtuosismi registici o recitativi per evidenziarlo, piuttosto si concentra nel trovare schemi performativi efficaci per raccontare quel mondo. Ecco i tre attori -oltre a Nubile, Marco Colomblo Bolla e Sveva Raimondi, tutti efficaci e brillanti all’occorrenza e soprattutto capaci di tenere a bada pathos ed enfasi inopportuni anche nei momenti più tragici- protagonisti di una partitura fisica che ingloba le micro azioni compiute centinaia di volte al giorno dai broker della borsa, il gioco estenuante e patologico delle slot machines e poi le corse per vendere o comprare Unicredit e altri titoli a noi noti… Piccoli inserti questi ultimi per cortocircuitare quella crisi con il nostro presente, anche se non ce ne sarebbe bisogno, il testo è già emblematico, ma si sa lo spettatore tende ad abbandonarsi al racconto, a crogiolarsi nel tempo andato. Forse allora meglio destarlo di tanto in tanto. D’altronde non c’è volontà di nascondersi o di sussurrare le cose tra le righe, sul finale vengono proiettate enormi foto sullo sfondo, si vedono i protagonisti, ma anche la scritta rossa di Adecco e poi ancora più straniante, quasi kitsch, gli uomini dell’alta finanza delle prime scene sono caricature dei nostri Di Pietro, Tremonti e Prodi.

Tutto racconta di una caduta in questo spettacolo, persone che fino al giorno prima si permettevano di cambiare le gomme dell’automobile ogni sei mesi perché l’autista faceva la cresta, sono costrette a rinunciare non solo ai beni superflui, ma rischiano di non avere neanche il necessario per vivere. Poi arriva Roosvelt con il suo New Deal e i programmi statali, ai lavoratori della cultura come i giornalisti viene dato vitto e alloggio per fare esperienza sul campo. L’America era in guerra contro la povertà e a momenti rischiava di perdere se quella caduta non avesse invertito la propria spinta diventando un’ascesa (grazie alla pubblicità prima e alla guerra poi).

In una scena vuota con alle pareti del cellophane e sulla destra delle buste di plastica trasparenti, dove verranno riposti i doni che il capitalismo si riprende con gli interessi, l’unico vezzo che la compagnia si concede è proprio relativo a questa caduta, perline, gratta e vinci, cappelli che precipitano o rimangono a mezz’aria come decine di impiccati, di suicidi.

Piccola nota a margine: lo spettacolo è stato in scena a Milano, capitale finanziaria, città funzionante e quasi perfetta per chi vi trascorre un paio di giorni come è capitato a me (soprattutto se arriva da Roma), città dove i cellulari non smettono di funzionare neanche in metro e dove il Museo del Novecento, spazio che apre la propria esposizione con Il Quarto Stato per poi stupire con i Balla, Boccioni, De Chirico e tutta la meglio arte nostrana, è gratuito fino a fine mese grazie al contributo della Merril Lynch, nient’altro che una banca d’affari americana acquistata nel 2008 dalla Bank of America mentre collassava in un’indigestione di titoli tossici. Rien ne va plus, les jeux sont faits.

Andrea Pocosgnich

in scena fino al 20 febbraio 2011
Teatro Guanella – Campo Teatrale [vai al programma] Milano

Coraggio il meglio è passato
visioni da L’orologio americano,
di Arthur Miller
regia Caterina Scalenghe
con Marco Colombo Bolla, Donato Nubile, Sveva Raimondi
allestimento Campo Teatrale
videoproiezioni e grafica Michele Migliarini e Chiara Mironici
scene e costumi Caterina Scalenghe
foto di scena Domenico Cicchetti, Danilo Da Re
produzione Campo Teatrale