Angels in America. Da Kushner a Elfo/Teatridithalia, un “classico” della drammaturgia contemporanea

All’epoca della sua pubblicazione, tra il 1992 e il 1995, il Sunday Times definì Angels In America «una Divina Commedia per un’età laica e tormentata: un terremoto nel teatro, sconvolgente, terribile e magnifico». Una definizione al contempo ingombrante e lungimirante, capace di strappare la pellicola glamour nella quale Tony Kushner (l’autore del testo teatrale) aveva avvolto la sua opera, per mostrarne tutte le implicazioni sociali, politiche e culturali. Non è un caso, dunque, se il testo e la sua messa in scena abbiano avuto un enorme successo per più di dieci anni catturando l’attenzione di critica e pubblico. Entrato a far parte dei cult della cultura glbt, Angels in America arriva all’apice della sua fama nel 2003 grazie al riadattamento in miniserie televisiva voluto dalla HBO, con sceneggiatura rielaborata dallo stesso Kushner e regia di Mike Nichols. Il film tv è interpretato, tra gli altri, da Al Pacino, Meryl Streep ed Emma Thompson, la presenza dei quali proietta la stessa miniserie in una dimensione estremamente popolare, capace di penetrare il nord e il sud degli Stati Uniti.
Questo il passato che la compagnia Elfo/Teatridithalia decide di affrontare mettendo per la prima volta in scena Angels In America. Una scelta ardua, che rientra totalmente nella poetica della compagnia – da sempre attenta alla drammaturgia straniera poco rappresentata nella nostra nazione – e la cui scommessa si gioca tutta sulla versatilità della drammaturgia kushneriana e sulla sua capacità di essere specchio, nonostante il tempo e nonostante le dovute distanze dall’ambito culturale originario, dell’attuale Italia.

Il testo è diviso in due parti: Si avvicina il millennio e Perestroika. Nella New York degli anni 80, affetto dall’HIV, il giovane Prior Walter viene abbandonato su un letto d’ospedale dall’amato Louis Ironson incapace di guardare e di affrontare la malattia del compagno. Contemporaneamente Joe Pitt racimola i cocci del suo matrimonio con la triste e psicolabile Harper, nasconde la sua omosessualità e non riesce a soddisfare sessualmente la moglie, vittima di bizzarre visioni. Joe lavora per Roy Cohn, uomo politico immischiato in lotte d’affari e vicinissimo alla Casa Bianca, pronto a nascondere in qualunque momento la sua sieropositività pur di negare le proprie tendenze sessuali. Si aggiungono a questi personaggi Hannah, la madre di Joe, venuta a prendersi cura del figlio e di Harper, il miglior amico di Prior, infermiere nero, nonché ex travestito, Belize, e una serie di fantasmi ed angeli che appaiono in sogno allo stesso Prior, dichiarandolo “profeta”.

Intriso di riferimenti colti e citazioni pop, ironia e amaro cinismo, il testo di Kushner nasconde nella sua trama un feroce attacco alla società americana e per estensione a tutto il sistema occidentale. Un sistema di convenzioni e luoghi comuni che l’autore decostruisce a colpi d’ascia e immaginario camp come nella migliore tradizione postmoderna, sancendo la morte di ogni certezza, la fine della stessa realtà.
Ferdinando Bruni ed Elio De Capitani, pur manipolando la struttura narrativa e temporale di alcune scene, seguono alla lettera il testo di Kushner, incluse le sue indicazioni registiche. Una scena spoglia e austera, dunque, tagliata continuamente da quadri di luce nei quali prendono vita i personaggi della narrazione e da frammenti video, estremamente (ma consapevolmente) naïf, che dipingono l’anima superficiale dei protagonisti, ossia il loro essere luogo comune, immagine stereotipata (ma sull’orlo di una crisi di nervi) dell’essere ebreo, mormone, omosessuale, donna, nero. In scena Ida Marinelli (premio Ubu 2009 come miglior attrice non protagonista), Elena Russo Arman, Cristina Crippa, Cristian Maria Giammarini, Edoardo Ribatto, Fabrizio Matteini, Umberto Petranca (premio Ubu 2007 come miglior attore under 30) e lo stesso De Capitani (premio Ubu 2007 come miglio attore non protagonista), rivivono sulla pelle il testo di Kushner. La loro recitazione, specchio della stessa scenografia, ammiccando allo straniamento brechtiano, cattura lo spettatore nel vortice del melodramma, per poi mostrargli la sua finzione, le sue ossa, i meccanismi della sua costruzione. «Gli elementi fantastici devono essere realizzati con precisione, come esempi della meravigliosa magia del teatro, il che significa che il trucco si può anche vedere, e forse è bene che lo si veda, ma nello stesso tempo l’illusione deve essere proprio stupefacente» scrive Kushner nell’introduzione di Si avvicina il millennio, e in questo modo Bruni e De Capitani costruiscono il loro spettacolo. Visionarietà ai limiti del kitsch, tra angeli piumati sospesi come sulla grotta di un presepe, paiette, brillantini e cipria, orgasmi cosmici, neve di polistirolo, agenti di viaggio immaginari che fuoriescono da un frigorifero, personaggi storici con voci echeggianti da cartone animato e un paradiso che assomiglia tanto a San Francisco. Tutto in stile «very Steven Spielberg» come suggerisce una battuta di Luis, mentre sullo sfondo striscia lentamente lo spirito del tempo, la storia che porta alla catena i corpi delle sue vittime, cadaveri e fantasmi con i quali e contro i quali i vivi devono continuamente fare i conti. Nella migrazione verso altre terre, nel continuo movimento, che è progresso, mescolanza, contaminazione, virus. Tutto ciò che caratterizza l’essere umano.
Una messa in scena che, nella sua semplicità e immediatezza, sfiora il capolavoro, già pronta a far parte dei “grandi classici” del teatro di prosa contemporaneo.

Matteo Antonaci

dall’8 al 20 febbraio 2011
Teatro Valle [vai al programma] Roma

Leggi l’articolo di presentazione con il cast e le altre info

Comments
  • Francesca De Felice 12 febbraio 2011 at 21:34

    Ho visto sia “E’ arrivato il millennio” che “Perestroika”, rispettivamente l’8 e il 10 febbraio. Sono rimasta totalmente affascinata da quest’opera. Non amo gli eccessi visivi, solitamente li bollo con l’epiteto poco decoroso di pacchianate, ma qui l’eccesso visivo è richiesto dal testo, è sopra le righe quanto basta e quanto deve per restituirci la visione, o meglio la rivelazione.
    Ma non voglio fare concorrenza al recensore; ciò su cui mi interessa porre l’accento è altro.
    L’8 il teatro era quasi colmo, in pieno stile italiano. Quale? Lo stile di chi va a una prima a sfoggiare bei sorrisi e bei vestiti, oppure un accredito stampa.
    Il 10, quando sono tornata a vedere la seconda parte, avevo prenotato per la galleria ma sono finita nella quarta fila della platea, ma avrei potuto avvicinarmi ancora di più: il teatro era quasi vuoto.
    L’8 e il 10 febbraio ho passato due delle mie migliori serate teatrali: ho assistito ad uno spettacolo che non si dimentica con attori che non si dimenticano. E allora perché il teatro vuoto? Come è possibile? La gente dov’è? A far morire il teatro non sono i tagli alla cultura. A far morire il teatro sono gli spettatori.
    Spero che il pubblico aumenti da qui all’ultima replica: è uno spettacolo che merita di essere visto.

  • Germana Fidenzi 23 febbraio 2011 at 01:29

    Non hai pensato che a star seduti 3 ore o più il piacere di assistere ad uno spettacolo interessantissimo è annullato dalle smanie alle gambe? E se prendi qualcosa per calmare il disagio finisci con l’addormentarti con la testa appesa? Se non l’hai provato ….ti invidio, davvero!!!!

  • sergio lo gatto 23 febbraio 2011 at 18:40

    Cara Germana, davvero non ti è piaciuto? Io l’ho trovato tra i migliori lavori degli ultimi anni. Vi consiglio di andare a un incontro con la compagnia, appena possibile. Si capisce veramente che significa lavorare con (e per) passione!
    Splendido spettacolo e pezzo molto pulito, bravo Matteo!

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