Delitto e Castigo: Francesco Giuffrè per un teatro dei sentimenti e delle emozioni

Ambizioso per definizione è qualunque progetto teatrale che vede la propria culla nel romanzo. In questo caso la “rimediazione”, intesa come passaggio dello stesso contenuto da un medium all’altro, è un’operazione difficilissima, alcune volte rasenta l’impossibile ed è costretta a confrontarsi con i risultati ben più confortanti della riduzione cinematografica.

Dunque con tutti i dubbi del caso nella testa ieri sera mi apprestavo a seguire Il Delitto e castigo messo in scena da Francesco Giuffré al Teatro Argot, ma qualcosa di strano già era presente nell’aria: ovvero platea stracolma di giovedì sera, ottimo segnale.

E ci si mette poco per accorgersi della forza di questo spettacolo, già nei primi minuti si capisce che tutto è al posto giusto. Gli attori sono seduti ai lati della scena, in ginocchio in mezzo al palco vi è solo Raskol’nìkov, come immerso nel più tremendo dei suoi pensieri, si passa un dito sulla fronte, con lo sguardo vuoto continua ad essere solo quel gesto. Sul fondale campeggia una croce, pende da una corda ed è costantemente illuminata, ogni attore prima di entrare in scena prende il proprio soprabito appeso al muro sotto a una scritta che evidenzia il nome del personaggio. Semplicemente alcuni attori hanno più ruoli, semplicemente non escono di scena, si siedono (senza creare nessun banale giochetto da teatro nel teatro) come accadeva per la compagnia di Vacis in Zio Vanja (visto al Teatro Valle un paio di anni fa), e tutto si muove così fluidamente da apparire facilissimo.

Basta poco e ti accorgi di essere entrato in un meccanismo emozionale perfetto, dove ogni scena si lega all’altra grazie anche all’ uso sapiente delle luci e della musica, l’originale melodia per piano di Gianluca Attanasio sembra essere l’unico sottofondo possibile per questa tragedia.
L’adattamento scritto da Giuffrè insieme a Riccardo Scarafoni trova nella circolarità la propria traiettoria prestabilita, nell’immagine che è incipit e finale, con Raskol’nìkov (Alfredo Angelici disegna un personaggio sottomesso alle proprie azioni in cui il dolore mentale diventa fisico) in ginocchio e dietro di lui Sonia (Livia Alcade sangue, carne e passione), la giovane prostituta si passa ossessivamente la mano sulla bocca quasi ad asciugarsi dallo sporco e poi viene presa lì su quella sedia che violentemente sbatte sul pavimento, sulla testa di Raskol’nìkov il vino diventa sangue come fosse una benedizione, s’incorona un uomo straordinario, al disopra degli altri, colui che per una giusta causa può anche uccidere.

Da evidenziare, oltre alla recitazione impeccabile di tutti gli attori, c’è la messa in scena (Dostoevskij rivive grazie a un linguaggio propriamente teatrale), il lavoro insomma tra il regista e la coralità dei propri attori, e i piccoli gesti, indimenticabile in questo senso il passaggio degli oggetti a Raskol’nìkov che si traduce ogni volta in soffi di sabbia, qualunque oggetto venga dato al giovane omicida è solo sabbia e lui non può che guardarla cadere. Nella creazione di immagini che nascondono un sottotesto fortissimo si muove la regia di Giuffré, rimaniamo così estasiati e commossi quando Dunja, sorella di Raskol’nìkov (dura, toccante e vera Marta Nuti) racconta, tramite lettera, della decisione di sposare un uomo d’affari, Pëtr Petrovič Lužin (Massimiliano Benvenuto, tecnica sopraffina, convince recitando il suo personaggio di spalle), per sistemare la situazione propria e del fratello, la sottomissione della donna al volere dell’uomo è Dunja schiacciata dal peso della mano maschile mentre la donna tra il pianto urla la propria felicità negata.

Le scene corali, dove anche i sospiri e il reiterare delle frasi dette da Raskol’nìkov rimbombano amplificati nelle voci degli altri attori, evidenziano un lavoro fisico notevole: se gli attori durante i dialoghi difficilmente si parlano negli occhi (pure negli interrogatori tra il giovane e l’arguto giudice istruttore Porfirij Petrovič interpretato da Massimiliano Mecca), ma per la maggior parte del tempo fissano il pubblico aprendo così a un’emozione più intensa straniando allo stesso tempo il dramma, non mancano invece di toccarsi, di prendersi, muovendo sedie, croci e corpi. Dell’ora e mezza di spettacolo non si perde nulla, senti di poter stare ancora ore di fronte al racconto dell’umanità perduta, di fronte al piangente e universale dolore del rimorso che rivive in scena e non bastano forse i lunghi applausi a descrivere quell’emozione, senti di aver percepito qualcosa di assoluto che misteriosamente riempie l’anima.

Andrea Pocosgnich

in scena dal 25 gennaio al 13 febbraio 2011
Teatro Argot [vai al programma 2010/2011 del Teatro Argot]
Roma

recensione scritta in occasione delle repliche della stagione 2009/2010

spettacolo inserito tra gli imperdibili 2010/2011 – leggi l’articolo

Comments
  • Elisabetta 26 gennaio 2011 at 01:34

    MOLTO EMOZIONANTE! Bel lavoro, complimenti!!! Da vedere assolutamente ma non adatto a chi non ha letto il libro. Spettacolo molto riuscito e ben costruito. Stupende le musiche. Finalmente a Roma uno spettacolo teatrale di qualita’!!

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