Avevo un bel pallone rosso di Angela Demattè: storia di una figlia, studentessa e brigatista.

Gli occhi di Margherita Cagol ti guardano mentre percorrendo via nazionale arrivi a quelle ultime decine di metri che ti dividono dal Piccolo Eliseo e da quell’insegna un po’ stile broadway, sono i due occhi neri sul fondo rosso della locandina.

1 ora e 40 minuti di spettacolo, eppure siamo rimasti tutti lì presi da un dramma che sapevamo già come sarebbe andato a finire, un po’ come succede con i grandi classici. D’altronde Angela Demattè questo lo sapeva bene mentre scriveva il testo che avrebbe vinto il Premio Riccione e sarebbe stato poi prodotto dallo stabile di Bolzano, sapeva di trovarsi di fronte all’ardua impresa di dover creare un antidramma scevro di qualunque tensione verso il finale, ma pulsante di vita nei dialoghi. Eccolo  Avevo un bel pallone rosso in scena nella sala più piccola del Teatro Eliseo fino a domenica 16 gennaio, dramma storico potremmo dire, creato sulla figura della brigatista, ma anche dramma borghese di sofferenze taciute tra quattro mura domestiche, di antagonismo generazionale oltre che politico. E allora, come Brecht ci ha insegnato, dovremmo parlare di epica invece che di dramma, il tempo è scandito dalla proiezione delle date sul boccascena (costruito solo nella parte superiore) segnato dai simboli e slogan delle BR.

Al centro, quello che nella scena barocca sarebbe stato il fuoco della prospettiva scenografica, un crocifisso ricorda il fulcro dei valori, il baricentro della famiglia borghese, è incastonato nella porpora rossa tra due lampade a muro. Sul palco è ricostruita la sezione di una casa, pareti in legno – aria di montagna – con tanto di tapparelle funzionanti e lavello. Sul tavolo della cucina ordinati uno sull’altro i libri di Margherita, di uno è ben visibile ed emblematico l’autore: Marcuse. L’iperrealismo dell’impianto scenografico di Guido Buganza è spezzato solo da quel boccascena volutamente didascalico, anch’esso epicamente straniante, da due pareti mobili e dalle luci espressioniste ben curate da Lorenzo Carlucci.

Non si concede di più Carmelo Rifici in questa sua regia quasi invisibile, lavora sotto la pelle dell’appassionante testo della Demattè facendo emergere dalla drammaturgia i due personaggi (interpretati proprio dall’autrice e da Andrea Castelli) e la tremenda realtà che si annoda intorno. Il risultato è una recitazione a cui non possiamo non credere, intima nel disegnare due caratteri chiusi in sé stessi. Il padre di Margherita, arroccato dietro la trincea dei propri valori cattolici, un amore immenso per la figlia, ma tirato a freno, incapace di un salvifico abbraccio. E poi lei, la figlia che un giorno si farà chiamare Mara, nel ’65 occupava la facoltà di scienze politiche e sociali di Trento. Tra i due un deserto di incomprensioni, ma la stessa lingua, quel dialetto trentino, duro, che non sembra lasciare spazio a un sorriso, ma capace poi di un’ironia fulminea. E proprio quel dialetto è riuscito a rubare via l’attenzione al pubblico romano, merito dei dialoghi della giovane artista, sempre incalzanti e connotativi della realtà che circondava i due protagonisti. Solo loro due in scena, padre e figlia, anche quando lei andrà a Milano, anche quando fondando le Brigate Rosse inizierà a vestire i panni della guerrigliera e nel vocabolario di tutti i giorni entreranno senza tema termini come bombe, sequestri, processi del popolo, anche quando, come in un bmovies d’azione, mette su un commando per liberare suo Marito, Renato Curcio. Non c’è spazio neanche per lui nella drammaturgia della Dematté, ma è come se fosse sempre lì, un’ombra, un fantasma a cui il padre non può stringere la mano. Così per tutti gli altri personaggi: attorno e dentro l’eterna sfida dialettica tra padre e figlia pullula tutta la vita di quegli anni: i problemi familiari, l’assenza della madre, i compagni studenti, il matrimonio, il trasferimento a Milano, le lettere scritte e quelle strappate, un saluto rubato dietro a una finestra chiusa, la confessione della malattia da parte del padre -un fiore in bocca- e poi il bambino perduto.

Di una vita spesa a lottare per un mondo diverso, rinunciando alla propria, rinchiusa in un’utopia implosa, rimane il ricordo di un padre al tavolo con la figlia e la scena ammantata di rosa candore risucchia nell’istantanea familiare la dolorosa realtà che cerca di sovrapporsi con una morte annunciata.

Andrea Pocosgnich

in scena fino al 16 gennaio 2011
Piccolo Teatro Eliseo [vai al programma] Roma

leggi l’articolo di presentazione

Prossime date in calendario per Avevo un bel pallone rosso

Milano, Teatro Litta, 18-30 gennaio 2011
Vipiteno, Teatro Comunale, 31 gennaio 2011
Merano, Teatro Puccini, 1 febbraio 2011
Bressanone, Forum, 2 febbraio 2011
San Giacomo di Laives, Aula Magna, 4 febbraio 2011

Comments
  • paolo 18 gennaio 2011 at 01:35

    questo spettacolo merita il premio ubu è straordinario

    • Andrea Pocosgnich - Redazione Teatro e Critica 19 gennaio 2011 at 11:23

      Mi trovi pienamente d’accordo Paolo, speriamo che al prossimo giro se ne accorgano. Dove l’hai visto a Roma o al Teatro Litta di Milano?

  • Pisacane 2 febbraio 2011 at 00:37

    L’ho visto recentemente al Litta.Alcuni elementi mi portano a moderare il giudizio.
    Semplice e ben scritto. Una corsa verso la morte della povera Margherita, un’ora e quaranta di buoni dialoghi, non banali nè noiosi. non discuto nemmeno gli attori, che recitano anche un bel dialetto, non caricato. Regia ottima, essenziale.
    Però non si tratta di un testo che restituisce la complessità di quella storia umana, e di quegli anni. La Cagol era una cattocomunista che voleva fare la rivoluzione contro uno stato che aveva in sè ancora molti segni del vecchio fascismo. Di questo stato italiano non si parla nel testo. Tutto viene chiuso nell’ambito domestico del rapporto padre-figlia. Ma il personale era politico E NON VICEVERSA. L’ideologia non era solo un padre sostitutivo, era la reazione a quello stato di cose. Possibile che non ci sia neanche un accenno a quell’Italia ? La Demattè sembra dire che il comunismo della Cagol era il calore che quel freddo cattolicesimo tridentino le negava. Inaccettabile. La depoliticizzazione della storia della moglie di Renato Curcio può avere un suo fascino, ma paga un prezzo alto. Quel comunismo, sicuramente pieno di limiti e crimini, non era solo quell’abbraccio che il padre non le ha mai dato. La lotta armata, non terrorismo (per fortuna la Demattè non cade in questo malinteso) avrà avuto una scaturigine non solo privata o no? Certo che la Demattè si prefiggeva altro, ma sembra la sua sembra anche una via di comodo. Bravissima, ma non molto coraggiosa.

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