Ricci/Forte – volti angelici per un Natale underground (molto molto trendy)

ricci/forte some disordered christmas interior geometries foto Lucia Puricelli

Sono uno dei gruppi più seguiti nel panorama del teatro sperimentale (e non) italiano. Vantano quindici anni di carriera e un successo arrivato improvvisamente attraverso lo scandaloso Macadamia Nut Brittle. Li chiamano enfant terrible, ma infanti non lo sono più da un pezzo. I loro spettacoli sono gremiti di pubblico, le loro performance (spesso replicate più volte al giorno e protratte fino a notte fonda) sono quasi sempre sold out. La comunità GLBT li adora (e d’altronde è il loro target privilegiato di riferimento) ma tra i loro spettatori contano anche signore impellicciate e impreziositi esponenti della società medio e alto borghese. Stefano Ricci e Gianni Forte, alias Ricci/Forte, registi, drammaturghi, artisti, occupano dall’8 al 15 Dicembre 2010 la meravigliosa Fondazione Alda Fendi di Roma con la performance/site-specific Some Disordered Christmas Interior Geometries. Uno spettacolo nato per desiderio della stessa fondazione privata che sceglie di festeggiare le vacanze natalizie donando gratuitamente al pubblico questo evento artistico costruito ad hoc per Il Silos – una delle sedi della fondazione – corrispondente ad una porzione della basilica Ulpia, gioiello del Foro Traiano.
In questo spazio, cinquanta spettatori alla volta, previa prenotazione, sono invitati ad entrare nell’universo teatrale costruito dalla compagnia, accolti da un’infermiera che seduta all’interno di una vera ambulanza detiene il controllo della lista d’attesa. Il primo passo verso l’interno del Silos appare come la discesa in un inferno algido e asettico. Black Light (le famose luci UV dal colore violetto) illuminano i volti degli spettatori mentre undici performer (Anna Gualdo, Andrea Pizzalis, Anna Terio, Barbara Caridi, Elisa Menchicchi, Fabio Gomiero, Giuseppe Sartori, Marco Angelilli, Valentina Beotti, Valerio Sirna, Velia Esposito), vestiti rigorosamente da infermiere sexy camminano lentamente nello spazio tenendosi in equilibrio sui loro tacchi a spillo. Focalizzato, il paesaggio infernale si rilassa immediatamente nell’atmosfera di un ironico party da nightclub omosex in cui drag king e go-go girl, si aggirano tra gli spettatori con vassoi d’argento per distribuire bicchieri di bianco latte (simbolo di un ritorno ai sogni e all’ingenuità dell’infanzia), sussurrare all’orecchio piccole frasi («grazie per essere venuto») o far specchiare gli spettatori negli stessi vassoi. Un canto natalizio ecclesiale fa da eco alla scena, immediatamente seguito da un commerciale jingle televisivo. Poi una musica inquietante interrompe l’azione meccanica e come burattini gli attori si lanciano a terra cercando una prossimità (o un’irreale promiscuità) con il pubblico.

Ricci Forte – some disordered christmas interiors geometries (foto di Daniele + Virginia Antonelli)

Gli attori si alzano, prendono con loro piccoli gruppi di spettatori e, cercando continuamente un contatto, raccontano velocemente piccoli stralci della loro vita – natalizie riunioni familiari, regali, tavolate, parenti, amici, zii, solitudini, gioie, lettere a Babbo Natale -, mentre tra istallazioni, video e fotografie continua la rapida discesa in questo inferno. Ed ecco il suo ultimo girone apparire improvvisamente in una delle sale più belle del Silos – rimasuglio di una disfatta cultura occidentale, bellezza ancestrale in forma di rovina – plasmata ed illuminata con luci blu e fucsia come il cuore pulsante (di denaro) nella notte più cool del Muccassasina (celebre party gay romano). Disposti su una sorta di basso ponte che si affaccia sui reperti archeologici, gli spettatori assistono alla fase finale della performance. Microfoni sullo sfondo, carta da regalo, forbici, nastrini e carta adesiva per terra. Un’attrice cammina lentamente nello spazio scenico, raggiunge un microfono, qui con voce sofferente continua il suo racconto, improvvisamente tinto da sfumature macabre, morte, malattia. Piccole flebo piene di latte pendono dall’alto, mentre sulla sinistra, ancora sul ponte che circonda lo spazio scenico, i restanti attori si dimenano, premono i loro corpi contro le pareti trasparenti della struttura, coprono i propri volti con la loro stessa riproduzione fotografica e la lasciano oscillare, come in un mare in tempesta, scambiandoseli vicendevolmente. Entrati anch’essi nello spazio scenico, si abbandonano ad una veloce esposizione corporea, tra impacchettamenti e spacchettamenti con carta da regalo dorata e nastrini rosa. Mentre il testo elenca gli infiniti aspetti commerciali del Natale, analizza l’ipocrisia della società borghese, sofferente, un performer giunge al centro della scena, apre una flebo, si fa cadere il latte addosso, quindi, singhiozzando, si lascia leccare da due attori. Nuovamente preso per mano, il pubblico è libero di tornare in superficie, salutato dai performer piangenti, che con viso angelico stravolto da un ghigno-sorriso, mostrano i loro bianchi denti.

Cultura queer, immaginario pop e riferimenti colti (corpi e spazi plasmati come sculture di Rodin, fotografie in stile Woodman, video istallazioni degne del miglior Ataman e un natale alla Dickens in salsa Dennis Cooper), si mescolano nella scrittura scenica postmoderna di Ricci/Forte che tentano, ancora una volta, di costruire una tragedia contemporanea ancorandosi a quel concetto di destrutturazione (che della postmodernità è carburante) utilizzato per attaccare la società borghese ed infine fagocitato da essa stessa.
Il duo di registi/drammaturghi saccheggia le estetiche dei movimenti artistici più rivoluzionari del Novecento (dall’arte visiva al teatro, dal cinema alla letteratura per arrivare alla moda) mescolandoli in un enorme calderone e ricostruendoli sotto forma di involucro, di vuota superficie. Un meccanismo simile a quello innescato dalla pop star Lady Gaga ma senza la sua rigorosa e meravigliosa coerenza. Qui ci si ritrova dinanzi ad una sorta di Tony Kushner (autore di Angels in America e simbolo della postmodernità teatrale americana) schizofrenico, che se da un lato tenta di ringiovanire in un’iperbole di prodezze kitsch ancorate a violenza e atti sessuali espliciti, dall’altro mostra la sua più indecente vecchiaia, perdendo di mano la consapevolezza di tale linguaggio e precipitando nel puro trash. Perché nella babele di segni svuotati e riempiti di plastica costruita da Ricci/Forte, anche lì dove il linguaggio utilizzato è lo stesso che si vuole criticare, c’è sempre e comunque il tarlo. C’è quel verme che rode l’universo creato svelandone l’imbarazzante finzione (che nulla ha a che vedere con lo straniamento brechtiano) e privandolo della sua funzione estatica. Ecco corpi e volti alla Pierre&Gille che cadono fingendo di cadere, che piangono fingendo di piangere, che mostrano il proprio sesso per finti imbarazzi e che, infine, cercano di sorprendere uno spettatore che non vede l’ora di essere sorpreso. Glamour riprodotto, inautentico per un vocabolario queer improvvisamente chic. Tragedia tradotta in farsa omo borghese, emulazione di un John Cameron Mitchell molto poco porcello, per false catarsi, smaltate epifanie e nuovi buonismi. È «il carattere virtualmente illimitato raggiunto oggi dalla capacità assimilatrice dell’apparato borghese» messo in luce da Walter Benjamin; un apparato in grado «di assimilare e persino di rendere noto un numero sorprendente di temi rivoluzionari senza con questo gettare il dubbio sulla propria base o sulla base della classe che lo controlla».
Pensando ai visi angelici e anticapitalistici delle disordinate geometrie natalizie di Ricci/Forte, mentre stapperemo il nostro spumante la notte di Natale o di capodanno, potremmo sentirci tutti più buoni e veramente “cool” per aver smascherato l’orrenda ipocrisia del sistema occidentale. Cin cin.

Matteo Antonaci

Su questo evento leggi anche l’intervista a Ricci/Forte

Leggi le recensioni di Teatro e Critica su Ricci/Forte

Comments
  • matteo 17 dicembre 2010 at 17:31

    cerca in vita una scrittura più semplice e meno articolata afforz ( dicono in puglia). secondo me non hai capito niente. fare il critico è una grossa responsabilità. sappilo.

    • Matteo A. 17 dicembre 2010 at 19:54

      Gentile Matteo,

      considero le divergenze di sguardo quanto di più prezioso e utile dinanzi alle complessità della contemporaneità. Il confronto non può che essere positivo. Eppure la tua critica non sembra aprirsi ad una possibilità di scambio. Cade come una sentenza amputata delle sue motivazioni. Hai ragione! Scrivere è una grossa responsabilità! Ognuno di noi ne è consapevole non solo nel momento in cui esprime le proprie idee, ma anche nel momento in cui sceglie il linguaggio e la forma con cui esporle. Mi auguro che il mio giudizio su questo spettacolo (come su qualunque spettacolo) non cada come una sentenza ma come una riflessione nata dopo una visione (della quale mi pare si faccia resoconto), da alcune motivazioni (che qui ho provato ad argomentare) e da tutte quelle suggestioni ancorate al percorso storico/artistico in cui, inevitabilmente, ogni spettacolo si inserisce. Tutto ciò, purtroppo, manca nel tuo commento! Pertanto non posso far altro che ringraziarti per l‘attenzione.
      Cordiali saluti.

      Matteo Antonaci

  • flavia 17 dicembre 2010 at 22:09

    “chi non puzza di bomba cotta e vertigine compressa non è degno di essere vivo”…

    questo dovrebbe saltare all’occhio e al “cuore” quando vedi una cosa ocme quella che abbiamo visto al silos…
    io davvero non capisco perchè sia necessario dover ricondurre il lavoro di due artisti a certi stilemi come il vocabolario queer…la cultura “omesessuale” o a certe forme d’arte moderecce e assassine…
    il linguaggio è frutto di tali e tante commistioni di generi che ci vuole una determinazione da chirurgo e infettivologo per dover far saltare fuori tutti questi riferimenti e basarci tutto un articolo di critica …
    non so…mi deprimo quando leggo questi articoli…non perhcè siano scritti male..affatto..ma perchè trascurano delibetratamente ciò che rende il teatro e l’arte qualcosa di vivo…il linguaggio per esempio…che è vivo appunto e non un involucro vuoto da riempire di senso con riferimenti colti e imprecisi…
    scusate lo sfogo.
    flavia

  • kiara 18 dicembre 2010 at 17:30

    caro matteo,

    io davvero non ho capito molto di quello che hai scritto, oltre a descrivermi lo spettacolo non ho capito se ti sia piaciuto o meno, se mi consiglieresti di vederlo o no… allora mi chiedo sinceramente quale sia il tuo ruolo.. non dovresti farti ponte tra spettacolo e pubblico per facilitare la comprensione del lavoro? non dovresti guidare indirizzare o al limite consigliare o sconsigliare la visione?

    mi sembra piuttosto che tendi a complicare il tutto, a vivisezionare il lavoro infarcendolo di rimandi e richiami, come se dovessi dimostrare di saperne abbastanza per essere autorizzato a scrivere, ma così facendo mi sembra che si perda il senso dell’articolo.

    la tua scrittura mi fa pensare che tu sia molto giovane, o sbaglio?

    kiara

    • Matteo A. 18 dicembre 2010 at 21:30

      Gentilissima Chiara,

      perché concludi la tua critica volgendola su un inutile cenno biografico che riguarda, eventualmente, la mia vita? L’attendibilità della critica dipende dall’età di chi la fa?
      Sono contento che qualcuno metta in evidenza la problematica del ruolo della critica oggi. Considerando le mie modalità di scrittura e partendo dal mio punto di vista, ti rispondo in tutta sincerità! Non credo che il mio ruolo sia quello di consigliare o sconsigliare uno spettacolo. Peccherei di egoismo e di presunzione se dicessi: “questo spettacolo è da vedere” oppure “questo spettacolo non è da vedere”. Credo, piuttosto, che il ruolo fondamentale della critica oggi sia quello di parlare di estetica. Che il ruolo del critico sia quello di moltiplicare lo sguardo, individuare percorsi di lettura (condivisibili e non condivisibili) ma anche contestualizzare un’opera nelle correnti storiche, artistiche, estetiche e filosofiche nelle quali, inevitabilmente, si inserisce. I rimandi di cui parli, a mio parere, non sono semplici infarcimenti per la mia scrittura ma parte integrante dell’opera analizzata. Il mio personale giudizio sullo spettacolo di Ricci/Forte credo fuoriesca dal mio articolo, pertanto non vi ritornerò su. Ringrazio anche te per l’attenzione e spero di aver risposto con queste righe (almeno in parte) al commento di Flavia.
      Cordiali saluti.

  • Threaded commenting powered by interconnect/it code.

1 2 3