A tua immagine: ritrovando Odemà a TeatrInScatola

Quando la mente rimane colpita da ciò che ha visto la sera prima, qualunque cosa possa essere accaduta durante la notte, in una mattinata piena di stanchezza richiudendo per un attimo gli occhi (anche solo quelli della mente) l’immagine rimane impassibile lì, impressa come quel baluginare stampato sulla retina dopo l’incauto sguardo verso un sole d’estate. A uno che può arrivare a vedere anche tre spettacoli a settimana un’esperienza del genere capita sempre con minor frequenza, ma ogni volta è un’epifania.

Fortunatamente questo mi è accaduto con il lavoro del trio milanese Odemà, ritrovati in uno degli appuntamenti di TeatrInScatola, rassegna ideata da Straliguit e capace di creare l’abitudine teatrale una volta a settimana riempiendo gli 80 posti del Lia Lapini con un giovane e curioso pubblico.

Chiudendo gli occhi adesso ritrovo d’improvviso il volto posticcio di Giulia D’Imperio, un Dio donna, vecchia, dal broncio duro e immobile, incurvata sulla schiena, che difficilmente ti guarda negli occhi perché i suoi loschi traffici, come poi mi racconterà proprio Giulia, avvengono tutti all’altezza del torace, come in un certo Totò.

Ho detto “ritrovare” perché avevo già incrociato Davide Gorla, Enrico Ballardini e Giulia D’Imperio a Short Theatre di due stagioni fa quando grazie alla Selezione Scenario facevano girare solo una ventina di minuti di A tua immagine. Già in quell’occasione lo spettacolo mi colpì. C’erano tutti i segni di un percorso che ora con piacere sono riuscito a trovare nel suo avanzato stato di maturazione.

I tre giovani artisti dichiarano Goethe, Saramago, Pessoa e naturalmente i vangeli, ma nella stratificazione fisica delle azioni vi troviamo un interessante debito a Kantor (che d’altronde a Milano ha lasciato parecchio), non tanto in riferimento alle teorie più celebri del Teatro della morte o dell’attore/manichino, più che altro nella scrittura scenica che si muove su un doppio binario. Da una parte vi è il testo (intelligentissimo, caustico e violento solo come la più acuta ironia potrebbe essere) nel quale troviamo Gesù che chiede a suo padre perché è stato messo al mondo e un diavolo che fa da grillo parlante accettando a malincuore il piano “demoniaco” di Dio, ovvero quello di conquistare tutto il pianeta, di diventare il Dio di tutte le genti anche se questo può voler dire stragi, bagni di sangue e il sacrificio del figlio su una croce. In parallelo al testo corre invece il binario della forma scenica, della multiforme performatività del trio milanese, fatta di corpi nascosti sotto un lenzuolo che li trasforma da emballage (per tornare a Kantor appunto) a bozzoli scultorei, corpi che plasticamente si incastrano l’uno all’altro, semplici oggetti capaci di invertire i piani della realtà. Questo binario, quasi mai illustrativo – se lo è, la sua modalità è talmente esplicita da utilizzare un semplice e divertentissimo teatrino delle ombre per raccontare le crociate – tende a scorrere parallelo al testo incrociandolo talvolta con immagini amplificanti e in altre occasioni con materiali drammaturgici di “bassa qualità”, l’effetto è quello straniante, divertente e lancinante del cabaret nel quale allegramente tra un tip tap e l’altro vengono cantati i nomi dei martiri e le torture che li hanno uccisi.

Beninteso lo spettacolo, a mio avviso da non perdere per la leggerezza con cui riesce a far danzare certi pensieri sul palco (anche grazie alle musiche e alla chitarra di Ballardini), non è dedicato solo agli atei convinti, ma anzi si configura più facilmente come un’indagine sull’umano. Sulla brama di potere, sull’incapacità delle masse di rimanere critiche rispetto alla divinizzazione di chi questo potere lo incarna.

La visione è dunque consigliata a un pubblico eterogeneo, di ogni età, orientamento sessuale, religione, grado culturale e colore politico.

Andrea Pocosgnich

visto il 3 dicembre 2010
Sala Lia Lapini – TeatrInScatola 2010 [vai al programma] Siena