Troski di Edgarluve sbarca a Teatrinscatola: cronaca dell’aberrazione umana

La fantasia. È questo che aiuta i bambini che hanno pochi giocattoli, che glieli fa moltiplicare. Quand’ero piccolo non ne avevo molti, ma attorno a quei due tre mostri soldato che dovevano combattersi, costruivo un mondo vero solo per me – e quanto più vero forse di quello originale e di marca – un fossato di acqua corrente, un’arma di stuzzicadenti, un castello di cartone. Ecco, cartone. Di questo componente intimamente vero – nelle intenzioni materiali come in quelle ideali – è fatto un festival silenzioso, piccolo eppure vivace: di cartone è fatto perché la genuinità dell’entusiasmo vale spesso più di mille altri valori di quantità. TeatrInScatola è una rassegna indipendente atipica, di uno o due spettacoli a settimana (fino al 19 dicembre), organizzato dalla compagnia Straligut Teatro nella sala senese Lia Lapini, e che chiama attenzione attorno per una iniziativa lodevole: i Momenti critici, incontri post-spettacolo tra la compagnia e un testimone critico coinvolto nell’analisi diretta e immediata, alla presenza del pubblico. In uno di questi tanti appuntamenti, venerdì 12 novembre, è stata la volta di Troski, di Edgarluve.

È la compromissione del fiato, in entrata e in uscita, la colpa del fumo passivo: l’emissione carbonica pestifera del fumatore si trasforma in ossigeno per chi non fuma, ma solo vi sosta di fianco. Questo pensiero mi prende a considerare questo Troski, lavoro su personaggio fatto di tanti personaggi, fatto di quel fiato putrido che passa nei corpi di tutti, dagli estremismi alla conservazione, dai fumatori ai non fumatori, e che ci rende il pensiero una scheggia impazzita, una vertigine trasversale, dalla pietà al razzismo, dalla tolleranza al suo contrario. Questo fiato velenoso e incoercibile, non si distingue più – dentro Troski e noi – se sia fumo attivo o passivo, se ci appartenga davvero o sia proiezione indotta del pensiero esasperato.

La storia decennale di questa compagnia livornese, Edgarluve, è costellata di lavori caratterizzati con più distinta puntualità dalla penna di Alessio Traversi e da interessi attorno alla condizione individuale al cospetto del contesto collettivo, una vita nella vita direi, per capire qual è l’impatto della comunità sodale e insieme feroce sull’individuo che la compone. E che se ne porta tutte le storture. Dentro Troski questa tematica è indagata con leggerezza scanzonata, di chiara origine grottesca, una visione laterale e popolare di certi meccanismi dell’uomo, ma per questo all’uomo connaturati. Si potrebbe imputare a questa compagnia – e l’ho fatto in seduta pubblica – un debito di superficialità, ossia quel che della leggerezza è eccesso: nella struttura c’è un tratto un po’ didascalico, tendente alla categoria, poi però è il testo a sfumarne i contorni e a tornare vivo e dialettico, lacerando il buonsenso di aberrazioni semplicemente dette per bocca – che egli crede ingenua e magnanima – dall’uomo comune, perché all’uomo appartengono. Ma pur sempre aberrazioni. Così da dire senza remore della nostra ipocrisia da buonsenso travestita.

Dietro questo obiettivo più intimo e reale, due invece figurali e contingenti: la denuncia della cronaca spettacolo, portata con arguzia e semplici mosse che caratterizzano certi meccanismi di brutale condiscendenza al potere mediatico; l’altro è più visivo e risiede nella grande foto in fondo alla rossa scatola prospettica, sotto un velo che fa da schermo all’intera azione: la foto di Enrico Berlinguer, in cui segreta c’è una richiesta di coraggio e partecipazione a una classe politica che manca proprio dei suoi insegnamenti più veri.

Queste intenzioni, tuttavia, forse per non scegliere una delle due direzioni espresse, scontrano il riflesso negativo della superficialità: l’uso che se ne fa, pur voluto, se non è espresso in una qualche altra forma di forza pone il rischio di rivolgersi contro lo stesso spettacolo, distruggendone i propositi; a non convincere è la scelta registica di portare all’estrema nudità sia azioni che corpo scenico, ossia il mancato uso di significanti in grado di vivacizzare una sequenza spettacolare che resta così piatta, livellata verso il basso. Quindi non è l’interpretazione – di due personaggi o, forse, dovrei dire di tutti – di Carlo Salvador, piuttosto convincente e vivace, che riesce a non cadere dentro trappole di facilità ammiccante, nemmeno un testo che mi pare di profondità, dico mi pare perché la scelta di leggerezza molto mi fa perdere.

Siamo in tanti a credere di avere ragione. Troski è il legante fra le ragioni – o sragioni – di tutti. Tuttavia quel filo che lega – che è lo spettacolo – è piuttosto timido e debole rispetto alla materia invece corposa cui si riferisce e da cui mi sarei aspettato un maggiore coinvolgimento. Ne è riprova che il momento più emozionante è quello che meno appartiene allo spettacolo: il funerale di Berlinguer in diretta tv, ora repertorio, demanda ancora all’immagine di fornire una risposta, un pensiero precostituito, noi che non parliamo più di Berlinguer che in fondo non ricordiamo, ma dell’immagine che quel momento preciso ha delegato all’epoca a venire.

Simone Nebbia

visto il 12 novembre 2010
Sala Lia Lapini -TeatrInscatola 2010 [vai al programma 2010] Siena

Leggi anche l’articolo di presentazione di TeatrInScatola 2010

Sul sito di TeatrInScatola potete leggere l’opinione di Zaches Teatro su Troski e trovare tutti gli articoli e materiali di Momenti critici.

Comments
  • gf 21 novembre 2010 at 00:56

    ho visto lo spettacolo. mi sembra che la recensione sia troppo buona. lo spettacolo non ha niente da salvare.

  • Threaded commenting powered by interconnect/it code.

Trackbacks