Muerte y reencarnaciòn en un cowboy di Rodrigo Garcia, debutto nazionale di Prospettiva 2

Ah, i proverbi! Saggezza spicciola…

Con l’espressione “prendere il toro per le corna” si intende, nell’universo dei detti popolari, la rimostranza del coraggio, la forza tutta umana di domare l’animale, anche quando l’animale ha una forma astratta, anche e soprattutto quando l’animale è dentro di sé. Questa prova di presenza, di affermazione individuale, questa sensazione di violenza fuori e dentro da domare e ridurre è tutta in questo furente Muerte y reencarnaciòn en un cowboy, ultima fatica dell’ispano-argentino Rodrigo Garcia e della sua compagnia La Carniceria, al debutto nazionale qui a Prospettiva 2 di Torino.

La sequenzialità proposta dal titolo nella congiunzione “y” è decisamente adeguata: lo spettacolo è diviso in due distinte parti, che tuttavia danno il recto e il verso dello stesso sentimento. Ma andiamo con ordine: una scena estesa, dispersa come le anime dei due performer che si aggirano – è il verbo adatto – vestiti non sempre, ma quando lo sono sfoggiano solo biancheria stropicciata e una maschera nera affollata di campanellini appesi; l’accoglienza è una distorsione sonora fortissima, una violenza detonata tramite il disturbo – noise è termine anglofono che mi sembra più adatto – perturbante, un trionfo di chitarre elettriche strappate e letteralmente tirate al muro. Al centro, perfetto nella sua mostruosa incarnazione del furore, un toro nero da rodeo. La drammaturgia sonora, predominante dunque per la prima parte, è costruita sul disturbo, sulla violazione espressa, di impatto emotivo. L’annichilimento e morte della società occidentale, come dichiarato, sono dunque determinati dalla concentrazione aggressiva del rumore in uno spazio, sulla scompigliata percezione dei due protagonisti. È proprio in quel momento che avviene la trasformazione – reencarnatiòn – nei cowboys che colpiranno i pregiudizi ipocriti, l’infelicità mistificata, l’impostura civile della nostra vita borghese. Ma lo faranno con la forza non più virale del suono, ma quella asciutta delle parole. Dunque da lì lo spettacolo muta di segno, smette la drammaturgia furiosa del sonoro, entra in gioco la parola e l’altro senso della stessa violenza: se dapprima però era espressa in termini emotivi, adesso la razionalità della logica non le è da meno, sviluppando lo stesso senso di angosciosa prossimità ai concetti portati a suonare, ma sordi, sul palcoscenico. Quindi due facce della stessa medaglia, per la complementarità che salvi la complessità dell’umano e ne porti, vivo e ferito, il segno sulla scena.

Il teatro di Garcia è frutto di espressione compulsiva, di elevazione a potenza della violenza che lui sente del mondo sopra di sé, la violenza che ne nasce ricerca lo stesso sentimento e prova a portarlo in scena: io sto male perché il mondo fa schifo, io devo comporre sul palco quello schifo per schifare voi. Questo sembra il suo obiettivo fondante. Tuttavia, quel che colpisce è invece la poeticità della drammaturgia, la genialità di alcune scelte che danno da sole il senso compiuto dell’intero spettacolo. È lì che il segno si carica di senso concreto, quando le due parti distinte raggiungono la compiutezza dell’unisono.

Quindi prende, Garcia, il toro per le corna, mostra cioè il coraggio di discutere e discutersi sulla scena. C’è però qualche problema, forse, che permette con più difficoltà di rinascere dopo aver “subito” il suo trattamento: la regia pecca in ritmo e ha alcune cadute nel grafico della sequenzialità delle scene, dà quindi spazio per riflettere non dopo quando sarebbe necessario ma, durante il continuum scenico, si sente già una voce interna a chi ascolta, una voce che ci ragiona e dice che questo spettacolo è esaltato ma non così tanto esaltante come forse vorrebbe essere, in cui il disturbo espressivo rischia, disturbando l’ascolto, di allontanare chi ne dovrebbe, letteralmente, vivere oppure morire.

Simone Nebbia

visto il 19 ottobre 2010
Teatro Carignano (Torino) – vai al programma di Prospettiva 2010

Muerte y reencarnación en un cowboy
uno spettacolo di Rodrigo García
con Juan Loriente, Juan Navarro, Marina Hoisnard
luci Carlos Marquerie
Teatro Nacional de Bretaña – La Carnicería Madrid