Dovevate rimanere a casa coglioni: con Garcia e il Mulino di Amleto ci interroghiamo su finzione e verità

Dovevate rimanere casa coglioni edito in Italia da Ubulibri nel volume Sei pezzi di teatro in tanti round vive, soprattutto nel suo incipit, di una metateatralità tipica della scena contemporanea e nello specifico è una danza per equilibristi sull’impervio terreno che separa finzione e realtà. E allora bisogna aver coscienza di ciò che la finzione è oggi, dove il birignao del grande attore è stato sostituito da altre fastidiose convenzioni, per accostarsi al teatro di Garcia. Proprio l’artista spagnolo, recentemente protagonista sulle nostre scene in diverse vesti (autore e regista a Prospettiva, maestro ai laboratori della biennale), ha firmato il testo messo in scena da Giuseppe Roselli al Teatro Orologio in replica fino al 7 novembre.

L’azione comincia nel foyer, qui veniamo precipitati nel atto III scena II dell’Amleto mentre il Principe di Danimarca istruisce gli attori chiamati a tener la recita di fronte alla corte. Non a caso il medias res di Garcia comincia da qui, la questione della finzione non è solo sul contenuto, ma anche sulla forma. L’interrogativo è vivo anche oggi: quando l’attore è vero sul palcoscenico? Quale tipo di recitazione usare per Shakespeare? E quale invece quando si affrontano testi contemporanei? Gli attori della compagnia Il mulino di Amleto nel foyer dell’Orologio, in quest’antro scavato sotto terra, dovrebbero rispondere anche a queste domande, ma come vedremo saranno troppo presi a “rivivere” le emozioni dei propri eroi.

Mentre veniamo fatti entrare nella sala grande del teatro e ognuno di noi sceglie la miglior posizione per guardare qualcosa, che già sa non sarà Shakespeare, il nostro Amleto è in proscenio con le labbra poggiate a un microfono, le sue parole si distorcono in un’amplificazione ormai tratto distintivo di gran arte del teatro di ricerca, l’ironia mi pare perciò centrata, dietro l’attore drappi e lenzuola bianche costituiscono una quarta parete che cela l’interno del palco. Dopo poche battute Amleto viene interrotto dall’attore che poco prima era Laerte, è questo il punto di rottura determinante, è qui che la regia avrebbe potuto interrogarsi maggiormente rompendo proprio quel velo di finzione e invece no, a noi spettatori viene chiesto ancora una volta di credere a una violenza determinata da bastonate che neanche hanno il suono del tonfo sulla carne in quanto palesemente vibrate sul legno del palco, meglio la metateatralità svelata, meglio strizzare l’occhio al pubblico per fargli capire subito dov’è la finzione, creando insomma lo straniamento capace di porre una questione quantomeno estetica.

Garcia oppone al falso del recitare Shakespere in modo affettato la verità di 5 monologhi, ma la regia non sembra voler interrogarsi sullo scarto formale e il distacco col prologo recitato nel foyer è solo nel linguaggio, è la parola del quotidiano in opposizione al lirismo dell’Amleto. È qui che non convince questo spettacolo: i cinque monologhi che dovrebbero rappresentare la verità dell’attore dinanzi al pubblico, il suo denudarsi, sono fin troppo ammantati di finzione. I protagonisti (Fabrizio Bordignon, Yuri D’Agostino, Marco Lorenzi, Barbara Mazzi, Maddalena Monti) fanno uso di un modello recitativo molto comune tra quei giovani attori che vedono nell’interpretazione/esaltazione delle emozioni l’unico approccio al testo. E ancora mi viene in mente il pensiero di Massimiliano Civica sulla recitazione tonale, sull’inutilità di interpretare un testo. Il problema forse sta proprio nel fatto che nell’epoca in cui la tecnica permette di ricreare la realtà in una maniera tanto affidabile da renderci disillusi di fronte a qualunque tentativo di rappresentazione, l’interpretazione delle emozioni altrui, la generazione di stati d’animo, deve essere credibile al punto tale da sgretolare quel muro di disillusione innalzato dalla società dell’immagine, non può esserci più una via di mezzo. Ecco che chi come Civica ha intuito questa problematica ha cercato giustamente altre modalità di espressione recitativa.

Mi domando allora come sarebbero i monologhi rabbiosi, surreali, spietati e ironici di Garcia trattati con una spinta diversa. Mi chiedo cosa ne verrebbe se il secondo racconto sul “vivere con la testa di un altro” (un abile paradosso, riguardante anche l’attore e il suo dover essere qualcun altro, che diventa una macabra suggestione di sangue sulle pareti di una scuola elementare e genitori sconvolti nel tentare di accoppiare corpi e teste dei propri figli) venisse raccontato senza volontà alcuna di ricreare le emozioni di un narratore, e mi domando come lo “pronuncerebbe” uno come Andrea Cosentino.

Consumati tutti e cinque i monologhi si capisce che il guaio sta proprio nella recitazione codificata divenuta ricerca ossessiva della nevrosi del proprio personaggio. Perché è pur vero che i caratteri creati da Garcia sono estremi, ma sono già le parole a essere immerse in un lago di tristezza senza scampo raccontando di genitori senza affetto, di tradimenti e vite al limite, allora perché amplificare o cercare di raggiungere  stati d’animo che quei personaggi avrebbero nella vita reale solo se fossero sotto ipnosi? Perché una cosa è l’emozione dell’accadimento presente e un’altra è l’espressività del raccontare quello stesso accadimento dopo che è passata una vita, neanche un folle vivrebbe le stesse emozioni e allora perché fingere di farlo sul palco?

Non disperate lo spettacolo ha anche momenti interessanti come nel finale in cui viene inserito un frammento di Ronald (altro testo di Garcia) dove l’autore mette il pubblico borghese alle strette chiedendogli se si ricorda del fluxus, di Grotowski e poi impietosamente delle dittature in Sudamerica, oppure quando un attimo prima si torna silentemente all’ Amleto e l’erede insieme a Ofelia viene chiuso in una bara bianca matrimoniale che permette ai due amanti di morire insieme mentre la voce di Nick Cave piange People ain’t no good.

Andrea Pocosgnich

in scena fino al 7 novembre 2010
Teatro Orologio (Sala Grande) – vai al programma 2010/2011
Roma

DOVEVATE RIMANERE A CASA, COGLIONI
di RODRIGO GARCIA
traduzione di DANIELE ALUIGI
con FABRIZIO BORDIGNON, YURI D’AGOSTINO, MARCO LORENZI,
BARBARA MAZZI, MADDALENA MONTI
Adattamento e regia di GIUSEPPE ROSELLI

Comments
  • andrea 3 novembre 2010 at 11:10

    visto lo spettacolo: il titolo è perfetto, coglione io che non sono rimasto a casa…

  • francesco 3 novembre 2010 at 16:58

    scriveteci quanto costa.

  • Redazione - Teatro e Critica 3 novembre 2010 at 19:34

    Ecco i prezzi dei biglietti:
    Ingresso € 10,00 – Ridotto € 8,00 – tessera associativa teatro € 2,00

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