Il libro della vita – la storia di Alì della Compagnia della Fortezza

Ah! Questa è l’ora che annuvola e smemora”. Mi ricordo, qualche anno fa, di aver visto in un documentario d’annata Giuseppe Ungaretti nel suo studio che leggeva le sue poesie. Questa, il suo Ricordo d’Affrica, in cui le nuvole tradiscono la memoria. Aveva una voce che sembrava venire da una caverna, un graffio sulla pelle di anime sottili, parole tremanti e lancinanti, affilate come una lama; ho sentito di nuovo quella voce, quella voce “d’Affrica” che per suggestione e analogia riporto qui, qui dove la memoria invece scaccia via le nubi, oggi che ho visto e ascoltato Jamel Bin Salah Soltani, dalla Compagnia della Fortezza del carcere di Volterra di Armando Punzo, raccontare Il libro della vita – La storia di Alì, una storia vera del vero Alì, come la storia di tanti, troppi, in viaggio per la vita.

Non a caso, dunque, la storia della vita. Perché della vita si tratta, una vita per tutte, vittime dello stesso inciampo dell’umanità: la differenza dei diritti, il sopruso, la degradazione, il pregiudizio. E non a caso la poesia: perché una narrazione anche piuttosto usuale del viaggio verso la libertà, dall’Africa all’occidente, si tinge di una grazia violenta, decisiva, negli slanci di poesia che fanno diventare la voce di Jamel, di fronte a me che ascolto, come quella del poeta di Alessandria d’Egitto: nella narrazione del desiderio di libertà, la riflessione sulla libertà, è questo il valore più grande di questo spettacolo, quel che mi lascia anche il giorno successivo. Jamel esce di continuo dal racconto e poi con forza intima ci rientra in eccessi poetici di vibrante disarmonia, ma è proprio questa la meraviglia della poesia, la sua materia, con cui edifica la coscienza degli uomini.

Fondo scuro in abito scuro e solo una luce, in alto, di una lampadina fioca e povera: “Basta nascere per essere? Quanti nati prima di me sono ancora vivi?”. Queste frasi mi suonano ancora nella testa, dette dalla voce di Jamel e col suo viso in penombra che me le grida indosso; dice Jamel, per le parole di Alì, che “se un poeta non fa più paura allora è meglio che lasci il mondo”, perché non ha più la sua utilità di scandagliare le profondità degli uomini, non è più utile alla loro evoluzione.

Dunque uno spettacolo autobiografico e biografico insieme, la storia di tutti detta da uno solo, con un lieve tono apologetico combattuto con il contrappunto della parola poetica, come fosse musica con cui dialogare. Sceglie in parte l’aneddotica, ed è una scelta felice per tenere insieme gli slanci brevi e diretti, senza abbellimenti retorici, per dire e se necessario contraddire. Senza averne paura. In contrario è proprio la poesia l’unico modo per far funzionare la narrazione, per intervenire di tinte forti sul tenue rischio di atonalità espressiva. Ma non è questo il caso. Jamel porta la voce di un “uomo di pena” (tale era Ungaretti), e la porta di fronte ad occhi vivi, ogni sera, con la sua nuda verità.

Simone Nebbia

visto il 20 settembre 2010
Teatro Quirino – Revolution Mad
Roma


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