Es.Terni – Theatre-game: Giochi di ruolo per spettatori/performer

Blind Lunch – Katia Giuliani

Se reality show e nuove formule televisive abituano sempre più spesso a una sovraesposizione mediatica della personalità e della vita di ognuno, se Facebook, community e chat sono oramai divenute privilegiato mezzo di comunicazione per plasmare e rendere continuativi i rapporti interpersonali, alcune performance di Es.Terni 2010 sembrano voler riformulare, attraverso la materia artistica, questi mezzi di comunicazione. Non più spettacoli teatrali, non più performance o istallazioni ma piuttosto giochi artistici o ironici theatre-game, le opere degli artisti chiamati in causa non si limitano a coinvolgere lo spettatore ma lo rendono allo stesso tempo oggetto artistico e performer, soggetto emozionale dotato della propria storia, improvvisa condito sine qua non per l’evoluzione dell’opera stessa. Questo paradigma, associabile in grandi linee all’idea di estetica relazionale espressa da Nicolas Borriaud (per il quale l’opera d’arte diviene espressione di un “interstizio sociale” nel quale individuare nuovi rapporti con gli altri e con il mondo), è identificabile in un ugual modo in Blind Lunch di Katia Giuliani,  Rider Spoke di Blast Theory e Story Cafè di Johanna Lecklin.

Orientando la sua ricerca su progetti interattivi, immediatamente in contatto con la realtà sociale, attraverso sculture abitabili capaci di suggerire stili di vita alternativi, l’artista toscana Katia Giuliani costruisce in, Blind Lunch, uno spazio dedicato all’incontro tra due persone estranee chiamate a consumare insieme una breve ed intensa cena. In una stanza rossa, a metà tra una piccola casa delle bambole e il mondo allucinato di Alice nel Paese delle Meraviglie, adornata con un tavolo bianco e graziose posate, i due “invitati” sono posti in un’iniziale situazione di estremo disagio.

Rider Spoke – Blast Theory

“Condividere un momento privato con una persona sconosciuta, significa arrendersi alla sorpresa, lasciarsi andare e lasciarsi invadere. La situazione apparentemente intima ci costringe ad abbassare la guardia e ad attendere lo sconosciuto, creando in tal modo un legame sociale inedito con l’altro” spiega l’artista, il cui intento è di ricreare una sorta di chat dal vivo, una stanza non più metaforica ma bizzarramente concreta, in cui ogni possibile incontro comporti inevitabilmente la perdita di un pezzo di intimità.

Sulla stessa linea, ma puntando maggiore attenzione all’intimità dello spettatore/performer, si muove Rider Spoke dei Blast Theory . Guidato da Matt Adams, Ju Row e Nick Tandavanitj, il gruppo, con sede a Brighton, costruisce a Es.Terni un gioco di ruolo con tecnologie d’avanguardia. Dotato di bicicletta e palmare, ogni spettatore traccerà il proprio percorso all’interno della città di Terni alla ricerca di un luogo romantico, di uno spazio in cui isolarsi totalmente, pensare e ripensarsi, quindi rispondere alle domande intime formulate dal computer. Una volta portata a termine la missione, ogni spettatore potrà partire alla scoperta dei messaggi e dei nascondigli scelti dagli altri “giocatori”, in una sorta di caccia al tesoro che mette a nudo caratteri, storie private, gioie, dolori ed esperienze di vita, per “ritrovarsi immersi in una realtà diversa, un mondo popolato da voci di persone sconosciute che indicano luoghi sconosciuti”

Story Café – Johanna Lecklin

Infine, ancora sulla storia personale dello spettatore è costruito Story Cafè dell’artista Johanna Lecklin, che, all’interno della città di Terni, costruisce un piccolo bar, un luogo di passaggio in cui ogni spettatore è chiamato a raccontare una parte della sua vita in cambio di un caffè. Le storie raccontate, registrate in video, saranno proiettate all’interno dello stesso bar e offerte agli occhi di ogni nuovo ospite in modo tale da creare nuove sinergie e analizzare le modalità di costruzione di un’identità attraverso la pratica video. Il fenomeno del reality show, dice l’artista, “ha cambiato l’abitudine delle persone a stare in pubblico. Esporsi ad una telecamera non è qualcosa di riservato ad una stretta risonanza. Questa nuova forma di esposizione non può che far sorgere domande sulla natura stessa delle relazioni e sul senso diffuso della solitudine”. Story Cafè chiama ogni spettatore a riplasmare la propria identità attraverso il racconto filmato, l’ambiguità della costruzione artistico/teatrale, come quella televisiva, inibisce la distinzione tra reale e virtuale, tra pubblico e privato. E in ogni theatre-game lo spettatore plasma la performance a propria immagine e somiglianza fino a dimenticare il ruolo dello stesso artista.

Matteo Antonaci

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