Todo: al Quirino Revolution le domande di Rafael Spegelburd

Dell’uso ancora possibile, attuale e attuativo della parola, dell’attore in quanto corpo recitante, della finzione e della sua crisi nel raccontare la realtà, della drammaturgia come contenitore da agitare, mescolare e far risuonare in modulazioni diverse. Di tutto ciò sono fatti i segni del teatro di Rafael Spregelburd visto ieri sera al Teatro Quirino con Todo, testo commissionato nel 2009 dalla Schaubühne di Berlíno. Ma questo è solo il segno appunto, la grafia sicura di uno dei più importanti artisti del panorama teatrale, tanto da far scomodare anche Franco Quadri e la sua Ubulibri che nel pomeriggio ne hanno ri-consacrato la prassi presentando la pubblicazione Eptalogia di Hieronymus Bosch, incontro in cui quelli dell’Angelo Mai si sono esibiti in un divertente “boicottaggio” per promuovere il progetto Bizarra. Ma se il segno ci parla di un teatro profondamente contemporaneo mantenendo vivo l’uso della parola, straniando l’attenzione del pubblico con un utilizzo forsennato della voce fuori campo, con la geometria degli spazi e degli ambienti illuminati, la creazione di una costante proiezione, quasi in trompe l’oeil, di mondi surreali e paralleli sul fondo della scena, la parola allo stesso tempo nel suo contenuto più spregiudicato è senza freni. Abile artigianato capace di tramortire l’uomo nella solitudine più totale, tela di ragno in cui gli statuti sociali vengono vilipesi fino alla disgregazione, lasciando l’uomo, solo appunto alle prese con domande eterne, mentre brancola in una nervatura di relazioni e affetti sfibrati.

Tre episodi, o meglio tre situazioni che si susseguono a ritroso nel tempo, risucchiando personaggi e atmosfere in una drammaturgia disarticolata che mischia le carte della fabula. Nel primo episodio siamo in un ufficio, forse qualche propagine dello stato dove la burocrazia trova nell’assurdo la propria rappresentazione: impiegati di cui non si comprendono le mansioni, uffici svuotati dal proprio ruolo pragmatico per divenire terra di inutile chiacchericcio, avamposti del nulla dove consumare surreali diatribe che trasformano un puro battibecco nel folle gesto, eppur carico di un significato così deflagrante da potersi esplicare solo nell’assenza dell’oggetto simbolo, di bruciare intere banconote di Pesos.

Il secondo episodio vede alcuni di questi personaggi ritrovarsi in un ambiente familiare, è sicuramente il momento più riuscito, la parte più interessante di uno spettacolo che comunque nonostante le 2 ore non annoia mai. La voce fuori campo, stavolta femminile, accompagna lo spettatore all’interno della vicenda, presenta i personaggi e preannuncia l’imminente disastro familiare: la cena di natale sacrificata per l’orgoglio di chi non riesce a sotterrare il passato. È in questo episodio che Spregelburd soffia nell’orecchio dello spettatore dibattiti sul concetto di libertà e sulla mercificazione dell’arte con un’ironia e leggerezza sorprendenti.

La terza parte è anche la più cupa, le risate dei tre uomini che entrano da sinistra creano un contrasto amplificante la tristezza della donna che trovano in casa, il marito è appena tornato dopo la presentazione del suo ultimo libro per bambini, ma lei da quando ha avuto un figlio ha perduto la ragione, la paura che il bambino possa morire le impedisce di vivere e di chiamare per nome la creatura. Mentre la voce off, lasciando questa volta fuori commenti e chiarificazioni sui personaggi e i rapporti che li uniscono, si riempie in un attimo di antico testamento e diventa implacabile annunciazione di morte, il titolo del plot ci risuona nella mente: “perché ogni religione diventa superstizione?”

Oltre alla bravura degli attori e la precisa regia dello stesso Spregelburd, vi è un’ostinata volontà di porre delle domande, questo emerge da un testo catalizzatore di interrogativi, capace di catturare lo spettatore senza farlo immedesimare in quasi nessun personaggio, nascondendo l’ontologia tra le pieghe del dialogo ironico, sovrapponendo situazioni quasi demenziali alla seriosità dell’argomento filosofico.

Andrea Pocosgnich

visto il 26 settembre 2010
Teatro Quirino – Revolution Mad


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