Short Theatre 2010 schiude La Pelanda: la città recuperata dalla città

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Aldes – Nel disastro – foto di Viola Berlanda

Cos’è, cos’è che fa andare alla Pelenda è chiara la faccenda…”. È da stamattina che mi gira in mente questa canzone, mi pare di Milva, avevo giurato di non scriverla, che non ne avrei avuto il coraggio, poi non ce l’ho fatta a censurarmi. Perché quest’anno Short Theatre sposta la sua seconda settimana in questo nuovo spazio recuperato alla città dalla città: splendida dicotomia che lascia intendere molto di quanto gli eventi culturali innestino nello spazio urbano, ma la città delle poltrone non se ne accorge mai; bello che sia il teatro a farlo, l’arte in genere: riprendersi spazi, riconquistare terreno nella battaglia al consumismo e alle mode del capitale, riannettere territori come a Risiko, battaglie sul confine con i carri armati rossi contro i blu, il colore dell’arte contro quello delle auto del privilegio, gli investimenti tolti ai primi contro quelli confermati ai secondi. A volte va così, cominciare un articolo. Sorprendersi a canticchiare una piccola canzone che si trasforma e diventa un concetto.

La prima cosa che si incontra è l’operosità: in questo spazio è tutto in fase embrionale, incontro Miguel Acebes dell’organizzazione con la maglietta sporca di segatura, come un operaio, perché questa è la strada: se vogliamo esistere bisogna fare, sporcarsi mani e sudarsi la maglietta. Short Theatre è allora il festival con il martello in mano, e tanti ne servono per far diventare le vecchie stalle del mattatoio testaccino una biglietteria, un box, un centro accoglienza, addirittura un centro massaggi Shiatsu: massaggio di prova a offerta libera, l’ha fatto una ragazza che credo sia ancora lì a girare, scossa e un po’ infreddolita, m’ha detto. La seconda cosa che si incontra sono gli amici: è una riunione collettiva, una festa di famiglia questa. Ed è l’unico luogo il teatro dove questo accade, dove sai bene perché gli altri sono lì e loro lo sanno di te. La terza cosa sono gli spettacoli: il primo è l’atteso Pinter’s Anatomy del duo più espressionista della scena: Ricci/Forte (leggi la recensione). Il loro lavoro è per 15 spettatori alla volta, in loop fino a sabato ogni mezz’ora. Quando entro i biglietti sono esauriti fino all’ultimo giorno. La loro è una sorta di sovraimpressione del corpo alla fragilità dell’anima, attraverso il corpo ne rintracciano l’esposizione e la denudano: in questo è il loro teatro, mi ricorda l’uomo muscolare che c’è appeso negli studi dei medici, quella figura filamentosa che fa vedere un uomo sottopelle, tutto quel che c’è fino ad arrivare allo scheletro. “Wrong”, cantano i Depeche Mode nel loro spettacolo, e sento che c’è qualcosa di sbagliato, ma è proprio quel che vogliono, che sia un errore quel che stiamo vedendo, che in quell’errore però ci si riconosca con tutti i nostri sentimenti e quel che usiamo per coprirli. La loro violenza – pinteriana – è espressa, frontale, con una intenzione decisamente drammaturgida (!), perché c’è la volontà di sconvolgere e aprire la percezione dalle porte meno aperte e quindi dove è più destabilizzante: la sessualità. Ci sono due momenti che riconosco geniali a rintracciare la sequenzialità della morte in contrasto con l’unicità dell’uomo vivo e la violenza che lascia il timbro sul corpo. Meno convincenti le parti legate al realismo, quelle più specificamente narrative. E infine un dubbio che pone riflessione: sicuri che non stia diventando maniera anche questa loro alta riconoscibilità? Lì il confine è piuttosto labile. Segue confronto.

Ricci Forte – Pinter’s Anatomy

Daniele ed Elvira mi portano a vedere Aldes, non ho mai visto nulla di Roberto Castello, lo ammetto. Elvira mi dice trattarsi di danza “un po’più di Kataklisma un po’meno di Virgilio Sieni”, e ho capito meno di prima. Ma temo. Io con la danza mi prendo poco. E invece questo qui è teatro, ma non per dire non è danza quindi è altro, no no, è proprio il teatro punto e basta, è quell’emozione di raccordo, quello stupore a stare nello stesso posto e viversi qualcosa insieme, qualcosa che non credevi. Nel disastro il loro spettacolo, e infatti nel disastro esistono i loro corpi, la loro vibrante ironia. L’introduzione di Castello è gustosissima, la danza mi piace davvero molto quando fa cose serie ma non si prende così sul serio, quando c’è in gioco anche che il danzatore non è dio in terra ma un uomo come quelli che guardano. Ecco in questo tipo di rapporto mi pare che le emozioni siano più dirette. Quindi uno spettacolo comico, tutto sommato, per mezzo di coreografia. Un po’come ho visto fare ad Ambra Senatore a Bassano qualche giorno fa con Nel lago (dei cigni). Il lavoro di Aldes è intelligente e costruttivo, il loro desiderio di dissociazione accade con pochi e precisi elementi, sposano la semplicità espressiva e ne fanno una denuncia sociale e artistica. Geniale la scena del commento agli esercizi da parte della schiera critica da conferenza, che cerca un senso bislacco a tutti i suoi movimenti palesemente fuori fuoco; la scena ha quel gusto satireggiante che mi ricorda tanto da vicino il Rewind di Deflorian/Tagliarini, di qualche anno fa. Il loro pontificare sul nulla stimola davvero a grandi riflessioni. Lo spettacolo ha dalla sua soprattutto una delicatezza di tocco, una sapienza di dolcezza che diventa determinante ed efficace: indagano in 90 minuti l’umanità nei suoi rapporti fra individui, la reiterazione dei forzati all’unione, il timore della solitudine, l’ansia di coprire il difetto di un amore finito, la pantagruelica manifestazione di una felicità di coppia che svela irrimediabilmente il contrario.

Fabrizio Favale Le supplici – Il gioco del gregge di capre

Pausa. Lombardi e Latini nel Pirandello de L’uomo dal fiore in bocca li vidi a Firenze, al Bargello. Allego recensione. Ne ricordo la scelta felice di ambientare tutto in un dialogo fra clown. Anche se a ripensarlo oggi forse lo spettacolo è vittima di una verbosità eccessiva. Vado quindi a vedere Il gioco del gregge di capre di Fabrizio Favale Le Supplici. Si tratta di danza e subito mi viene chiaro che ne vorrei chiedere qualcosa ai critici di Aldes, visto che dopo lo spettacolo mi sono seduti accanto in platea. Rimando. Il primo danzatore vorrebbe elaborare le immagini di “paesaggi arcaici e contadini”, leggo dalla scheda, rievocare greggi di capre in Italia e in Grecia. Il secondo è il pastore. Mi sembra un po’complicato ma aspetto. Alcune suggestioni rimandano a certi paesaggi più nordici che mediterranei, direi Finlandia. Rintraccio nei due danzatori forse l’opportunità di far vivere due sentimenti opposti: costrizione e libertà. Insomma l’intento drammaturgico c’è, fra i movimenti, la musica e le luci, però mi sembra un po’ sterile il risultato complessivo, pur salvando alcune scelte stilistiche semplici e precise. Segue il progetto internazionale IYME con l’olandese Hiske Eriks con il suo Wacht! E mi chiedo il direttore Fabrizio Arcuri dove l’abbia scovata…Ci si aspetta qualcosa di concettuale, visivo, invece sorprende che si tratti di una gag di umorismo nordico, che ricorda un po’ le situazioni televisive alla Mr. Bean. La stanza è vuota, un quadro appeso, una hostess annoiata e scomoda sul suo sgabello. Le prova tutte: canticchia, balla, poi si accorge fondamentalmente di due cose: non c’è nessuno e il quadro è l’unica presenza viva lì attorno. Ecco che allora inizia una sorta di dialogo muto con lui, lo tocca, lo interroga, finisce per essere il quadro. Finché arriva il colpo di scena, ovvio: entra qualcuno. Una ragazza, un critico anche qui: deve analizzare il quadro e si sofferma a guardare invece lei diventata quadro. Un attacco alla percezione critica, in generale all’arte contemporanea, ma sotto forma di una gag divertente e raffinata che non chiede più di quel che concede.

Nel palco aperto Giorgio Barberio Corsetti, Fattore K, ha già cominciato la sua Commedia. Un suo testo in lettura, per sua voce e corpo. Negli ultimi anni il regista osannato all’estero e meno in Italia, nel nostro paese ci è tornato con una voglia di incidere e rimettersi pesantemente in gioco. Per questo lo amo, al di là dei risultati immediatamente riconoscibili di una lettura che seguo per metà e con grande confusione attorno, quindi capendo davvero poco. Quel che mi interessa è vederlo lì, non tanto perché come ha detto qualcuno ieri è il segno che “c’è davvero grossa crisi”, ma per il suo desiderio di essere presente: quando ballano gli eserciti per le montagne si sperdono gli eroi, Corsetti si candida come uno dei condottieri. L’ha fatto con Vertigine e il desiderio di senso, di drammaturgia, lo fa adesso nudo in mezzo a questa folla agguerrita: il pubblico.

Il dopofestival in questo spazio trasandato e aperto, che sembra sia figlio di una devastazione, dà un tocco post-industriale che ci fa davvero bene, un gusto amaro e dolce insieme che è tutto da ricostruire ma ci siamo e in tanti col martello e le parole per farlo. La città recuperata dalla città, dovrebbe essere questo il nome di qualche grande evento, e a questo festival ce lo metto io. Così se io adesso dovessi ricominciare a dire: “cos’è, cos’è che fa andare alla Pelanda…”, adesso sappiamo tutti che ci andiamo per vedere, vivere, sentirsi sul viso quel vento sottile, ma che non smette di soffiare: il teatro sui tetti dismessi, di questa intimorita città.

Simone Nebbia

Diario dell’ 8 settembre 2010
La Pelanda – Short Theatre

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