RomaEuropa Festival 2010: intervista a Fabrizio Grifasi

 
Fabrizio Grifasi – direttore Romaeuropa

Il Romaeuropa Festival della venticinquesima edizione è cominciato da due giorni (leggi l’articolo di presentazione), Auditorim Conciliazione, Teatro Vascello e Teatro Eliseo sono i primi luoghi ad essere attraversati dalla carica elettrica del festival. In questa intervista Simone Nebbia incontra Fabrizio Grifasi, direttore artistico dell’evento.

Romaeuropa Festival ha 25 anni, ha quindi un passato e siamo qui a celebrarlo, è proiettato al futuro ed è denunciato nell’intento, ma noi siamo qui e ora possiamo avere di fronte agli occhi proprio la più immediata attestazione – e presente – di questa sua forza, in questo programma di altissimo spessore. Qual è la peculiarità riconoscibile di questa avventura?

Quel che è importante è, a questo futuro, dargli un contenuto, un senso che è composto dalle tue scelte artistiche e da quel qualcosa in più di umano, di passionale che è già nella nostra vita presente. Come organizzazione abbiamo una storia, cosa molto importante in Italia, ma quel che è ancora più importante è confermare quella spinta attraverso il rilancio continuo ma fedele ai dettami iniziali; è uno sforzo non sempre riuscito, ma fondamentale ne è il tentativo: per rimanere coerenti con le ragioni di nascita bisogna cambiare, sempre, sembra una contraddizione ma è la sola possibilità di coerenza: cambiare, dunque, rimanendo sé stessi. Monique Veaute, nel 1996, decise di spostare il festival dall’estate all’autunno, quindi fare tutto un altro festival: dagli spazi aperti ci siamo spostati al chiuso e abbiamo potuto invitare artisti altrimenti improbabili come Wilson o Sellars; il rischio ci ripagò perché un progetto culturale deve avere questo coraggio di rinnovare. Anche il Palladium, con noi dal 2003, ci ha permesso di legarci a un territorio come quello del quartiere Garbatella e non soltanto, ma trasformarlo sul piano socio-culturale.

C’è stato un momento preciso, in tutti questi anni, in cui ricordi di aver pensato, capito, che l’avventura potesse essere così lunga?

Sia Giovanni Pieraccini che Monique Veaute sono persone di una tale tenacia che non ho mai pensato il contrario; lavorare con loro è stata una grande lezione, non perdersi d’animo anche nei momenti più drammatici. Se hai un progetto, se pensi che abbia un valore, non devi mai mollare. È come una malattia in fondo, è la tua esistenza in trasformazione: lavorare con gli artisti, avere un rapporto con l’esperienza sensibile e la visionarietà ha arricchito la mia vita al punto di diventare il modo in cui anche io guardo il mondo.

Romaeuropa ha un grande obiettivo nel campo delle nuove tecnologie, già quest’anno c’è una innovazione di grande rilievo legata al rapporto con il pubblico. Di cosa si tratta?

Questo fa parte di un progetto realizzato in collaborazione con il CATTID, che è il centro sperimentale per l’innovazione tecnologica de La Sapienza e sta aiutandoci in questo proposito presente e futuro di sviluppo delle opportunità per la fruizione delle nostre attività. Ognuno degli spettacoli sul catalogo di Romaeuropa ha il suo tag da inquadrare con il cellulare (dopo aver scaricato il programma free indicato sulle istruzioni), il piccolo francobollo si connette e permette di guardare i contributi multimediali che noi abbiamo disposto per lo spettacolo: video, link, bio: per ognuno dei progetti si ha una mole più ampia di informazioni vive, nel modo più semplice.

C’è già qualche altro obiettivo tecnologico su cui pensate di lavorare per gli anni a venire?

Dipenderà certo da cosa ci offrirà l’invenzione tecnologica. Con loro stiamo mettendo a punto un altro programma che si chiama Art-Sonomy, sempre gratuito, con una lavagna elettronica sul cellulare su cui lasciare, alla fine degli spettacoli, commenti, opinioni, insulti che arrivano direttamente a noi. L’idea generale è permettere al pubblico intanto di essere più informato, raccontare poi com’è un organizzazione come la nostra e sentirsi più coinvolti all’interno di un progetto, di essere meno pubblico e più comunità, questa è la cosa importante: con le nuove tecnologie le esperienze, i valori possono entrare in circolo con maggiore complessità. Il progetto forse più ambizioso è legato alla Webfactory, con cui stiamo lavorando per la prima volta sulle applicazione per I-Phone, legate allo spettacolo dal vivo e al patrimonio. Il tema sarà, chiaramente, quello di una maggiore possibilità di comunicazione fra noi e il pubblico.

Inoltre ci saranno dirette di alcuni spettacoli on demand sul sito di Telecom www.telecomitalia.it. Qual è l’obiettivo di questa scelta?

Questa è una proposta che facciamo per la prima volta. Abbiamo chiesto a una paio di compagnie (Montalvo-Hervieu e Santasangre) e ce ne saranno altre in futuro. Per noi questa è una grande opportunità perché è uno dei siti più grandi d’Italia, generalista, e che permette un numero di contatti non settoriali di grande rilievo, quindi un ottimo esperimento anche in chiave di ricerca su quale pubblico e in che misura entrerà a vedere gli spettacoli, completamente gratuiti, che rimarranno sul sito per due mesi. È un modo molto interessante per passare oltre la televisione e la sua richiesta di mercato.

Giusto. Ma io credo però non sia soltanto in termini strutturali e strategici ma anche culturali: quel che passa sullo schermo televisivo ha un codice, per noi spettatori, molto diverso da quello della rete, quindi

Ma certo! Tra l’altro la tv non permetterebbe quell’interattività che oggi è fondamentale: ogni nostro tentativo va nella direzione di mettere in connessione sempre di più pubblico e opere. Per anni sul pubblico ci siamo interrogati fra dibattiti, formazione, promozione: la tecnologia è una grande opportunità e aspettiamo la sua offerta.

Cosa manca, secondo te, a Romaeuropa?

Un luogo di residenza, dove invitare artisti per ospitare la loro creazione. Questo è molto doloroso: noi co-produciamo molte compagnie, ma non avendo uno spazio fisico non ci è permesso di seguirne il lavoro con continuità. Questo manca nell’intera città: molti spazi indipendenti hanno fatto supplenza e non ci sono nemmeno più, ora il problema è diffuso perché manca proprio, nelle amministrazioni, l’idea che questo elemento produttivo sia un valore inconfutabile del processo artistico, privilegiando il consumo, l’evento. C’è grande bisogno di spazi aperti, flessibili, artisticamente accoglienti, bisogno che tuttavia non incontra il favore di chi gestisce gli investimenti. Io farò di tutto perché Romaeuropa diventi un faro in questa direzione.

Romaeuropa in rete con la città. C’è uno strano contrasto in questa frase: se da un lato gli spazi di collaborazione aumentano con realtà del panorama capitolino, dall’altro una delle lamentele più consuete riguarda proprio un certo “splendido isolazionismo” che si tende a riconoscere nel vostro legame con l’ambiente. L’isola Romeuropa che rapporto ha con l’arcipelago?

È un rapporto mutato nel tempo, lo stesso Palladium ci ha permesso di entrare contatto con tante realtà che ci sono dentro. È il caso di Teatri di Vetro o ZTL, realtà con cui poi abbiamo avuto legami molto forti. Il nostro lavoro è alla ricerca di un continuo equilibrio fra il panorama internazionale che ci permette di tenere gli occhi aperti sul mondo e la radice forte nella nostra città. La precarietà di questo equilibrio ne garantisce vitalità.

Un punto critico che ravviso, nel vostro lavoro, è un rapporto diretto con la formazione. Pensi si possa immaginare un futuro di maggiore impegno?

È vero, ma siamo costretti a fare delle scelte per ora. La formazione è un tema forte che abbiamo demandato in parte ad alcune esperienze laterali all’interno del Palladium, però le nostre risorse non ci permettono ancora di sviluppare un progetto del livello che vorremmo. La ricerca per il momento, come già detto, è più legata agli strumenti innovativi dell’esperienza artistica, mentre per la formazione ci vorrà del tempo.

Romaeuropa è figlia di uno splendido rapporto tra pubblico e privato. È secondo te un’esperienza ripetibile in grado di andare incontro alle esigenze culturali dell’epoca che stiamo vivendo?

In questo momento dobbiamo riconoscere che c’è una confusione profonda tra pubblico e privato. C’è tanto privato in Italia che fa lavoro pubblico, di piccole e grandi dimensioni. Questo ha scarso riconoscimento e penso debba essere rivendicato di più il ruolo sociale svolto dal privato in questi anni. Romaeuropa rappresenta un modello: dentro abbiamo accademie e ambasciate, ma anche le amministrazioni che però non hanno la maggioranza, poi c’è l’università, insomma poteva generarsi confusione che non c’è stata: questo è un modello di governo che ha permesso autonomia e definizione dei ruoli, l’unico modo reale per entrare in connessione con la città e operare in maniera indipendente.

Ho sempre l’impressione, sul piano culturale, che tra l’affermazione dell’avanguardia al futuro, sempre oltre il presente, e la bellezza della memoria, il recupero dei valori del passato, forse mai come oggi la necessità viva è proprio il legame con la realtà contemporanea, che è sempre e comunque presente, corrente, in continuo e in arrestato divenire.

Simone Nebbia
intervista effettuata nel settembre del 2010

vai all’articolo di presentazione del festival

vai al programma del festival

a href=”http://www.teatroecritica.net/2010/10/programma-stagione-2010-2011-teatro-vascello/”>Vai al programma 2010/2011 del Teatro Vascello

Comments
  • Salvatore Iaconesi 24 settembre 2010 at 12:25

    Peccato che tutto questo bel discorso non coincida poi con la realtà di una organizzazione arroccata nel suo bel castello di potere oramai acquisito.
    Io personalmente sono scioccato dal comportamento estremamente scorretto tenuto dalla Fondazione Romaeuropa nei confronti dei nostri progetti: depredatorio ed arrogante.
    Lo stesso progetto di realtà aumentata tanto decantato qui ed in altra sede, nonchè la “svolta” verso le licenze aperte, ne sono esempi. Ma non sono gli unici.
    Almeno, visto che parlano tanto di creative commons, potrebbero avere il buon gusto di usare l'”Attribution”.
    Veramente pessimi, contrari all’innovazione e tristemente “vecchi”.

  • Simone Nebbia 24 settembre 2010 at 16:47

    Caro Salvatore,
    avrò modo di segnalare alla Fondazione questo tuo commento con la speranza di mettervi in comunicazione. Se questa rivista può servire a qualcosa è proprio avvicinare mondi e visioni. Buona serata
    S N

  • Fabrizio Grifasi 24 settembre 2010 at 18:58

    Caro Iaconesi, mi dispiace molto del tono aggressivo del tuo commento. E permettimi di dirti che anche i tuoi argomenti sono difficili da decifrare. Vuoi forse sostenere che siamo dei “predatori” perché abbiamo accettato ( anche su tuo consiglio) di usare Creative Commons su REWF ? Oppure perché usiamo la realtà aumentata sul nostro catalogo ? Bizzarro : mi sembra che siano oramai pratiche talmente e giustamente diffuse che non capisco dov’è il problema. A meno che tu non sostenga che siano tuoi “copyright”. Quanto all’essere “arroccati”, basta leggere la lunga lista delle strutture indipendenti con le quali lavoriamo al Palladium e nel Festival per rendersi conto che operiamo esattamente in maniera “open”. Mi dispiace che non abbiamo potuto collaborare assieme e finanziare il tuo libro e speriamo nel futuro di trovare altri terreni di confronto e dialogo. Come abbiamo fatto nell’ultimo anno, mi sembrava con reciproca soddisfazione. Ma forse avevo capito male.

  • Threaded commenting powered by interconnect/it code.

1 2