Alla fine di Argot off: cronaca di una rassegna

 
North-b-east di Carichi Sospesi

Delle poche cose positive che di tanto in tanto nascono in questa città culturalmente dissestata, tra quelle che fioriscono per resistenza, per l’incosciente accanimento di alcuni esseri umani che non accettano di nascondere il proprio lavoro sotto la sabbia, Argot off è un esempio. Arrivato alla seconda edizione, è una concreta possibilità per giovani artisti di farsi sentire.

Noi in quanto osservatori esterni ma sempre presenti ne registriamo in primis un successo totale per quasi tutte le rappresentazioni, nonostante si trattasse di una rassegna a margine della stagione ufficiale, il pubblico è accorso numeroso, ha risposto al nostro invito votando e commentando i singoli spettacoli lasciando così una traccia appassionata, ma anche cosciente e razionale di ciò che ha visto, a breve ci riuniremo con la direzione artistica (Tiziano Panici, Francesco Frangipane e Francesco Giuffré) per soppesare i voti, scambiarci opinioni e decidere quale dei progetti affronterà una settimana di repliche durante la prossima stagione del teatro trasteverino.

Decretando il fatidico “Stop al televoto”, tentiamo in poche righe di raccontarvi le sensazioni che questi spettacoli ci hanno lasciato sulla pelle, i percorsi che hanno tracciato nelle nostri menti. Cominciando da Rec, una pièce di Pietro Piovani per la regia di Norma Martelli, con Silvia Siravo, per raccontare l’amore non corrisposto, ma idealizzato, quello che rende ciechi anche quando il mondo ha altro a cui pensare trovandosi di fronte al baratro di un’ alluvione. Tema dunque interessante, ma lavoro che non convince, il testo nasconde poco sin dall’inizio, tutto ci sembra scontato e già predestinato a quella catarsi amorosa che riempirà il finale di inutile pathos. Silvia Siravo non fa nulla per cercare strade alternative, la sua recitazione è ripetitiva e banale fino a diventar noiosa, ma d’altronde l’impresa è ardua con battute quali “Ma come potrei vivere senza musica?” oppure “…è talmente secca che quando piove passa tra una goccia e l’altra”.

Con Rec insomma la rassegna non era partita col piede giusto, ma poi è stato il turno di North B-East, e il teatro da quel momento è rientrato dalla porta principale. Marco Tizianel e Silvio Barberio danno voce al disfacimento di un paese, una città, una nazione condannata ad un imminente decadimento. Attraverso una drammaturgia violenta quanto realistica descrivono una nazione martoriata da crisi economica, cattiva politica e consumismo sfrenato. Il racconto oscilla continuamente tra tono intimisti e romantici, violenti e cinici che colpiscono come schiaffo lo spettatore pur trascinandolo, talvolta, in piccoli insiemi di immagini retoriche che privano il testo di spessore. Proprio queste immagini sono perpetuate dai movimenti corporei talvolta didascalie banalizzanti del racconto. Il finale apparentemente dolce trascina la narrazione in un tagliente alone di ambiguità che spiazza lo spettatore.

Treno arriva con una forza deflagrante nel testo. i due protagonisti, Arcangelo Iannace e Francesco Spaziani, portano in scena diretti da Elodie Treccani l’eterno dibattito sull’esistenza di Dio, sulla pertinenza della fede nella vita dell’uomo. Sarebbe uno spettacolo completo se avesse una regia coraggiosa e in grado di inventare, di dare un peso altro al carico filosofico che le parole portano con se, lo stesso vale per le scelte scenografiche, alla ricerca di un realismo inutile e ridondante.

Divertente, ironico, cinico, Studio per un teatro clinico di Even Teatro è un affondo in certe pratiche del teatro dell’assurdo estese ad atmosfere surrealiste e dadaiste. Piccole scenette ambigue ed accattivanti si susseguono rapidamente catturando lo spettatore per la loro divertente freschezza. Purtroppo lo spettacolo perde di interesse quando scivola drasticamente nella realtà. Qui l’esigenza di risolvere canonicamente la drammaturgia, chiudere il racconto – nonostante lo spettacolo rimanga ancorato ad atmosfere ironiche e trash – appare come una forzatura, la volontà di indirizzare il linguaggio verso una comprensibilità che lascia scadere tutta l’inventiva con cui Studio per un teatro clinico si era aperto.

Uno spettacolo toccante, drammatico ma allo stesso tempo leggero, romantico, poetico: è questa la prima qualità di Europe dell’associazione culturale D.A.N.A.D. Tratto da un testo di David Greig, Europe si svolge in uno spazio allestito con scatole di legno e luci gialle, calde: scorie di un’Europa fragile, contraddittoria, colpita indelebilmente dalla crisi economica, uccisa dalla dilagante disoccupazione, e immobilizzata dalla sua incapacità di far dialogare culture diverse. Gli attori – bravissimi – trascinano il racconto in un’atmosfera sognante. L’unico ostacolo alla visione è l’eccessiva lunghezza dello spettacolo.

Di Madama Cie ci ha colpito prima di tutto la sala in questo caso, ovvero il vuoto delle poltrone, unica occasione se pensiamo al resto della rassegna e la cosa ci impone una riflessione, schiettamente vi domandiamo: perché non siete venuti? Perché non siete accorsi a sentire la storia della divisa scoppiata? Non lo sapevate? Non si è messo in moto al meglio il laborioso meccanismo della promozione? Perché non avete deciso di passare una serata con Alessandra Magrini e gli Assalti frontali assistendo a uno spettacolo graffiante per contenuto sociale e civile (la storia di una giovane poliziotta mandata a lavorare in un centro di identificazione ed espulsione, il suo ricredersi, il ribaltarsi delle certezze), ironico e paradossale per rappresentazione (anche grazie agli inserti musicali degli Assalti e le proiezioni di Lady Oscar come complemento onirico e contenutistico).

E quando si è arrivati alla fine e si crede di aver visto già tutto, forse un po’ per stanchezza, e dunque ci si aspetta poco dall’ultimo atto di questo Argot Off ecco che c’è la possibilità ancora di stupirsi. Mondocane è una discesa verso il proprio sangue, le proprie radici. Pietro Faiella è l’autore, il regista e uno degli attori di quest’ultimo lavoro in rassegna e con mano delicata ma decisa disegna i tratti di un giovane giornalista che fa ritorno al proprio paese di origine, qui ritroverà non solo gli amici e il proprio passato, ma sarà costretto a riaprire conti che sembravano già chiusi per poi essere risucchiato da ferite improvvisamente riaperte. Abilmente Faiella costruisce questo ritorno come un salto nel vuoto, una caduta in un buco nero mostrando e sottraendo la realtà sotto gli occhi dello spettatore che assiste a uno spettacolo in crescendo per emozioni e capacità attoriali.

A breve pubblicheremo il titolo dello spettacolo vincitore, ricordandovi che se i voti sono chiusi, non lo sono invece i commenti, l’appuntamento è per il bando del prossimo anno.

Matteo Antonaci, Simone Nebbia, Andrea Pocosgnich

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