Voilà e l’estetica feroce di Vincenzo Schino

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L’arte si scontra con la realtà. È l’opera della sua negazione, della mistificazione sovrana che ne trattiene l’intimo desiderio ed essenza. L’arte è un segreto. Ma che tutti conoscerebbero, a discendersi dentro. Un segreto di quel Pulcinella che uccide Arlecchino, non è la morte, no, è l’altro da sé, il suo specchio antitragico. Vince e lo spoglia degli abiti e le armi, poi stremato, non ne fa gogna come Ettore in giro per le porte Scee, ucciso da Achille, quasi se ne vergogna ma sa che null’altro poteva. È da sempre, così. Tragico è il nucleo dell’arte. La Morte arriverà. Ma dopo. Dietro questo sentimento, questa suggestiva ricerca di senso, c’è il lavoro di Vincenzo Schino, regista di Opera, dal titolo Voilà, che si serve come elementi figurali di attori densi come Marta Bichisao, Riccardo Capozza, Gaetano Liberti, h.e.r.

Schino usa una stimolazione emotiva profonda, che viene da dirsi radicata nell’intimo segreto del proprio magma creativo; con lui ho avuto rapporti prima schivi, lontani, non mi persuadeva l’arte ad uso del regista, che non denuncia progetto ma pervade solo il proprio unidirezionale senso, invece ammetto ora un tessuto qualitativo di spessore e capisco, forse solo ora, come la suggestione – che ho tanto disprezzato perché sovverte e smette la poesia – abbia senso quando inserita in un contesto culturale. Non eccede inutilmente Vincenzo Schino, eccede perché vuole dire, l’unico modo che ha per dirsi. Un grande orecchio in scena sembra dire: ascolta…ascoltami…ed è questo il punto determinante in cui la sua opera, la sua espressione diventa e si traduce comunicazione. Temevo l’estetizzazione e mi convince invece l’estetica semanticamente densa, feroce a volte, con in sé il fuoco vivo dell’apparizione.

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Forte è ancora il tema del mostro, della deformità, l’inappartenenza dell’anima al corpo, l’estraneità emotiva di spirito e membra, una sproporzione esistenziale dunque; ecco allora, un tema così esteso non si può trattare senza una sensibilità forte e complessa, di cui l’estetica è corpo, esteriorità. Per questo mi convince Schino, perché è uno dei pochi giovani artisti del teatro moderno a scegliere un linguaggio covando in questo un pensiero, su cui si può discordare, ma non si neghi ci sia. Schino dà forma all’urlo, come solo l’arte sa. La sua violenza, la penetrazione nell’ascolto è una deflorazione percettiva, con rigorosa debordante densità pittorica.

Al mio fianco una ragazza: ha occhi impazienti, la bocca serrata, rapita da un soffio di colore che le inumidisce le labbra, i suoi capelli non accettano un soffio di disordine; attraverso di lei capisco forse meglio quale dolce violenza passi per la scena: Pulcinella macabro, con le zanne d’avorio, famelico, dilaniatore, si mescola con la Morte suo contrario – che arriva infine – e solo insieme poter dare forma all’artista: solo così potrà rubare la luna e renderne un riflesso, poesia, solo così saprà svestirsi e tornare uomo, lasciare ai paramenti la loro vita inane, riprendersi la giustezza umana della sua. La scena, infine, rimane nuda. Fili a cadere. Morti. Come per noi. Che forse di un uomo. Non siamo. Altro che. Quello che resta.

Simone Nebbia

Visto a Vertigine 2010
Auditorium Parco della Musica
Roma

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