Molti incontri e uno scontro, lungo la Siena delle Voci di Fonte

 
A Pushkin – Anna Tereshchenko

È ormai da tanti anni che si parla di posizionamento, del ruolo del critico e il luogo dove svolgerlo, così appena arrivato a Siena per questa settima edizione di Voci di Fonte con un collega lungo la E45, la prima cosa che abbiamo fatto è cercare la centralità, il fulcro della nostra presenza, il cardine nodale da sciogliere per intervenire, accettare l’ingaggio che è la sfida dell’arte: ci siamo sdraiati in Piazza Il Campo, tra il cono di sole ai limiti dell’ombra, a misurare il nostro ruolo tra le urla di tifosi indemoniati e vuvuzelas sudafricane, negli schermi tra i tanti bar della piazza, così da porci in termini problematici se bisogna stare di fronte, nel, a fianco dell’evento. Abbiamo scelto di guardare in alto, il cielo stranamente sgombro di nubi perché forse, il fulcro di tutto, era proprio a quell’altezza.

Sul programma del festival un’immagine di Daniela Neri: un uomo con maschera e boccaglio, in abito da cerimonia, fin sotto le spalle immerso in quella che sembra terra arida, e lo è, anche se la tinta cromatica e la consistenza suggeriscono altri rimandi, a considerare lo spirito di sola sopravvivenza in cui è costretto l’ambiente culturale. Ma è vivo, anche se rischia di annegarci, questo mi pare subito chiaro quando cerco la prima parola di giornata: l’incontro. Il primo lo facciamo con uno dei due direttori del festival, Angelo Romagnoli, in mezzo al corso principale con compagna e prole in carrozzina, più avanti Raffaella Ilari dell’ufficio stampa scorta Andrea Porcheddu, che di incontro e posizione parla nel libro che sta per presentare, appena sotto Santa Maria della Scala. Questo fantasma, il libro scritto con Roberta Ferraresi sulla critica teatrale, è sempre una occasione straordinaria: parlarne non è mai tentativo di venderlo, ma riunirci attorno al fuoco vivo di una dialettica, porre questioni, difenderle, emendarle, sconfiggerle. È per questo che posso dirlo: siamo vivi, abbiamo desiderio e voglia di prenderci spazi e responsabilità, incominciare a dire, tirarci indietro mai. Vivere e scontare l’ingaggio, appunto. La densità della discussione si misura dall’aver perso il primo spettacolo di giornata, B.I.C.U.S. di laLut, senza nemmeno rendersene conto. Ma poco importa, si vedrà domani. Invece Fragile Show di Biancofango me lo vedo per la terza volta e ho fatto bene. Penso bisognerebbe sempre, rivedere spettacoli già visti, non fossero così tanti e fosse, davvero, il nostro mestiere. Dissi già un anno fa che mi colpì per una energia straordinaria, dell’attore Andrea Trapani che mi pare tra i migliori in circolazione, della regista Francesca Macrì, bisognosa di pulizia in assenza di scelte comode, di facili salvezze: è un monologo con – scrivono – “debiti a Il soccombente di Thomas Bernhard”, che esplorò il disagio di essere pianisti mentre suona il genio di Glenn Gould; ne dissi una sincerità compositiva che cerca di tenere assieme una storia così potente con un’opera di traduzione emotiva a un livello più basso e per questo interessante, dissi che questi ragazzi hanno un rigore e una voglia di realizzare che gli permette di tenere alto il rischio e la ricerca di una misura, riconoscendo debiti come sulla scheda, mai vantando crediti al talento che gli riconosco. Lo stesso non si può dire del lavoro successivo: Anna Tereshchenko è una ragazza russa di 23 anni che dimentica di essere appunto una ragazza e si fa prendere dall’essere attrice, ossia dimentica che è lei tra tante e la sua esclusività è in relazione a quella di tutti, scrivendo dirigendo e interpretando il suo monologo di 105 minuti A Pushkin. Questo lo dico senza timore: raramente ho assistito a un così presuntuoso tentativo di affermazione di un ruolo che non esiste senza quello umano che vi sottace, per di più a soli 23 anni quando la parola obiettivo si chiama desiderio e ancora è una tensione emotiva che accede – per inevitabile partecipazione – all’espressività. Anna vuole raccontare di Pushkin, il poeta che ama, vuole raccontarne “una storia di teatro unica!” (così la scheda…) ma lei «vuole» farlo, non «vorrebbe» per una ricerca tramite il condizionale di una misura da utilizzare, che sia «tendenza a» e non soltanto fine ultimo, ma proprio vuole senza mezzi termini né confronti, senza soprattutto il senso del fallimento incombente che concede ad ogni opera la dignità di essere indagata e presentata. Anna ha terminato con successo l’Accademia Russa d’Arte Teatrale, ma questo spettacolo non raggiunge questa definizione e resta un provino scolastico, un esercizio di stile in cui con difficoltà si scorge un bisogno effettivo: i movimenti scenici sono sciatti e improvvisati, isterici e senza legami l’uno con l’altro, l’uso del disegno luci è lasciato al caso e tende alla mostra delle possibilità dell’impianto piuttosto che una opportunità anche solo estetica, anche la drammaturgia è casuale: di Pushkin e la sua arte, il suo intervento sociale, la sua rivoluzione linguistica non si comprende davvero nulla oltre qualche bega economica e familiare con moglie e figli. L’intera durata dello spettacolo è una estenuazione eccedente di qualità attoriali, peraltro anche interessanti non lo nego, ma che hanno esclusivo fine in sé stesse, non propongono nessuna posizione da indagare, né sento passare alcuna emozione in lei e – di conseguenza – in me che ascolto. Mi auguro, sinceramente, che trovi una strada o smetta perché davvero, senza un cuore, di simili operazioni pretestuose non c’è proprio bisogno.

Questa mattina, il giorno dopo, cammino sotto nuvole inquiete che stanno preparando qualche scroscio fuori stagione, oggi è da pantaloni lunghi e maglioncino. Raggiungo, per il vialetto terrazzato sui tetti senesi, l’ufficio del festival per mettermi a scrivere questo articolo; di fronte alla porta ancora chiusa mi metto in fila, prima di me stava già aspettando Claudio Facchinelli, seduto lungo la balaustrata. Mi dice di sedermi, ci presentiamo, lui scrive da vent’anni, in attesa di entrare ci ascoltiamo, ci arrabbiamo, ci confrontiamo sugli spettacoli del giorno prima, su quel che ci attende oggi. Generazioni, mi dico, un incontro ancora lungo questa terrazza, nel silenzio d’intorno ecco il vero posizionamento: in fila prima di scrivere, è il luogo di un cronista.

Simone Nebbia

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