A Villa Adriana la danza ipnotica di Akram Khan

Tradizione e innovazione, cultura classica e cultura contemporanea, spiritualità e corporeità, movimento e stasi: non ci sono dicotomie e rapporti dialettici all’interno di Gnosis, il nuovo spettacolo del poliedrico Akram Khan, ma flussi tematici che scorrono dissolvendosi nel corpo ipnotico del danzatore.
Lui, icona della danza contemporanea, distrugge i confini, disegna ambiguità, lascia che il palcoscenico divenga un flusso di energia che si muove al ritmo della tradizione per incontrare il presente, l’attimo in cui il gesto accade, il violento hic et nunc: un battito repentino di tamburo, il piede che colpisce forte il legno gelido della scena ed echeggia nel suono mistico di sonagli; canti tradizionali, racconti epici, sinuoso ondeggiare degli arti, annodarsi delle mani. Penetrare l’eternità; coglierne il respiro per lasciarlo fluire velato e ri-velato come arma contro la corruzione della carne, della bellezza, contro tutto ciò che è immaturo, effimero e perituro. Se il corpo di Akram Khan è puro elemento ipnotico, Villa Adriana, il meraviglioso contenitore che avvolge Gnosis, lungi dall’essere tale, diviene elemento della messa in scena e si presenta nella sua armonica bellezza alle spalle del danzatore. «Sono contento di essere in questo luogo» dice l’artista, spiegando la sua idea di tradizione e contemporaneità. Il pubblico lo guarda senza la necessità di capire tutto, ma abbandonandosi ad una voce dolce e femminea e allo stesso tempo dura e maschile. Akram Khan è un limite, è la linea che separa gli opposti, che divide dimensioni. Una linea così impercettibilmente sottile da divenire voragine in cui tutto precipita, si ibrida e scompare, fino a quando anche gli opposti non esistono più. In questo buco nero precipitano i diversi capitoli che compongono Gnosis.

Lo spettacolo è diviso in due parti differenti eppure indivisibili. Nella prima parte Akram Khan rilegge i motivi classici di due opere precedenti, Polaroid Fit e Tarana, per chiuderle con Unplugged, un momento di pura improvvisazione. Seduti sulla destra e la sinistra del palco, i musicisti Sanju Sahai (tabla), Soumik Datta (Sarod), Lucy Railton (violoncello), Faheem Mazhar (canto) e Yoshie Senapata (tamburi taiko, Kodo) attendono l’entrata del danzatore. Piccole note accarezzano l’aria, poi un canto antico, ancestrale, malinconico. L’arrivo di Akram Khan è anticipato dal suono magico di sonagli che scintilla d’un tratto nel buio. Al centro del palco, Khan si mostra. Le sue vesti hanno il profumo di oriente, la sua figura un rigore ormai sconosciuto. Le caviglie, avvolte da sonagli, luccicano allegramente, mentre, al suono dei tamburi, la sua danza può avere finalmente inizio. Qui il repertorio della danza classica indiana rimane quasi integro presentandosi attraverso un corpo contemporaneo. Un corpo che racconta, che chiama la natura divina per trascenderla nella carnalità, che danza in una dimensione eterea eppure estremamente fisica. A segnare il ritmo di questa drammaturgia fisica è il battito dei piedi del danzatore, che, attraverso i sonagli, dà l’input alla costruzione sonora che accompagnerà la sua partitura gestuale. Un movimento forte, deciso e violento, dal quale, come riverbero, il corpo inizia a disegnare movimenti fluidi, morbidi, eterei. Proprio sulla dimensione sonora, in relazione alla partitura fisica, Khan rifletterà in Unplugged. Dopo aver spiegato al pubblico le sue intenzioni ed aver parlato della perfezione sonora e fisica paragonandola alla matematica, l’artista lancerà una sfida ai musicisti, chiedendo di seguire e riprodurre il suono dei suoi movimenti. In fondo, questo è il corpo di Khan, puro ritmo, pura dimensione sonora che scorre attraverso una carne affascinante, carica di un desiderio trascendente che supera l’erotismo per vivere in una dimensione avulsa dal corpo stesso – eppure insita ad esso – e mettere in scena il momento del trapasso, dell’illuminazione, dell’effimero che diviene immortale.

Gnosis è invece il titolo della seconda parte dello spettacolo. Qui, non più in assolo, Akram Khan si ispira al Mahabharata, racconto epico nel quale si narra di Gandhari, figlia del re di Gandhara (ossia l’odierno Kandahar), che, costretta a sposare un principe cieco, decide di bendarsi gli occhi per sempre e dopo una serie di guerre e sventure, muore nelle lande selvagge dell’Himalaya. Sulla percezione del buio e della luce si costruisce questa coreografia nella quale il danzatore è accompagnato dalla bravissima Yoshie Sunahata. La danza indiana volge alla contemporaneità pur radicandosi in un racconto ancestrale nel quale dei ed eroi sono evocati e cancellati continuamente. I corpi dei danzatori lottano tra loro, mentre quadrati di luce imprigionano e feriscono gli arti. Nella lotta c’è un’armonia minimale, zen, attraverso la quale ogni movimento diviene soffice chiazza di pittura e ogni violenza un atto d’amore tra uomo e donna, madre e figlio. Ciechi i danzatori occupano una scena avvolta dalle tenebre, percorsa da improvvisi raggi di luce. Duryodhana, figlio bestiale di Gandhari appare attraverso il corpo di Khan, violento, avido e ambizioso. Ogni morale affonda nelle tenebre, l’umanità precipita nel caos. Dolcemente Yoshie Sunahata intona un canto, una dedica d’amore, un lamento funebre al corpo del danzatore che spasmodicamente scompare nel buio, o forse a quell’istante in cui ogni cosa accade, ad un presente che implode in se stesso, al corpo di Akram Khan, ad un limite che si auto-assorbe e che svanisce nell’eternità.
Assolutamente un capolavoro.

Matteo Antonaci

Visto il 15 luglio 2010
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Tivoli

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