Zorro è morto: il teatro in appartamento di Les Enfants Terribles

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Mi prende una sottile meraviglia quando mi presento all’ultimo piano di un condominio residenziale, sul pianerottolo qualche pianta d’interni finge un giardino improbabile, suono il campanello e si apre la porta su un salone a giorno, per l’occasione più ampio ancora: questa sera, qui, si recita teatro, mi dico guardando il sorriso di chi mi accoglie. Questa la sensazione che mi prende, entrando per questo sipario improvvisato che mi farà vedere questo Zorro è morto, nuovo lavoro della compagnia Les Enfants Terribles di Francesco Marino regista, che ha scelto per i suoi spettacoli non un teatro ma la casa di qualcuno, lo stesso senso a spartirsi fra il palco e la platea, teatro d’interni che rende il tema dell’ospitalità così complementare all’arte, da non potersene esimere.

Da dentro è tutto una strana novità: una ragazza mi siede accanto e non posso non parlarle, non posso non capire da lei perché si trova qui, cosa la spinge a vedere teatro in un salotto di una casa che non conosce; ma lei è amica della compagnia, non vale mi dico, allora mi giro al suono del campanello e vedo entrare amici degli ospitanti con in mano piante e bottiglie di vino, un signore arrivato per ultimo si guarda attorno e dice di essere l’unico con la cravatta, ma è vero in parte: tutti sono eleganti, sono usciti per andare a teatro, ma sono usciti per rientrare in casa d’altri e sentirsi nella propria: penso che qui è recuperata la gloria dell’evento, il senso di ciò che accade e che l’arte se ne porta l’incanto. Prima di iniziare, a luci ancora accese, mi ritrovo a parlare con la ragazza che mi fa notare le sedie tutte diverse, una signora ci ascolta e ci dice che quelle su cui siamo seduti noi, ad esempio, sono le sue: quindi sono sedie di altri, la composizione dell’evento è passata dai vicini, il teatro si compone non solo sulla scena ma anche in platea, è chiaro il sentimento che porta entrambe le zone a partecipare l’una dell’altra: scena e platea unite da un solo unico obiettivo.

Quando qualcuno spegne le luci si entra nella convenzione, nella cellula teatro, anche in un luogo appena visto e sentito familiare: un divano, una libreria, uno schermo tv, tutto è a disposizione di qualcos’altro, tutto sa diventare un luogo nuovo, si trasforma in spazio scenico: quindi il primo dei valori in campo è lo sfruttamento dello spazio, in ogni casa lo spettacolo è inevitabilmente sempre diverso e questo rinnova continuamente l’effetto dell’accadere qui e ora, e mai altrove. Altro valore, mi dico, è il recupero del contatto con la scena: gli spettatori sono coinvolti nella vicenda per la sua semplicità riconoscibile a vari gradi, quindi immediata alla percezione, uno schema che si conosce e che quindi sa con maggiore omogeneità rapportarsi all’ascolto. Lo spettacolo è una situazione: cena di compleanno di una famiglia confusa, i cui legami sono vissuti in una grande incertezza, sarà l’occasione per un confronto finalmente efficace, ma forse è troppo tardi. La drammaturgia è buona anche se forse gioverebbe qualche taglio, soprattutto dopo lo svelamento della vicenda, la regia ben si adatta al servizio del dialogo, così come gli interpreti tra cui mi sento di segnalare Sebastiano Gavasso, davvero bravo nei panni del figlio Teo.

Ultima riflessione per tutti noi, che a teatro ci andiamo di continuo: perché non provarci tutti, a recuperare la magia dell’accadere, l’emozione di essere in un luogo che per una sera, e solo perché sta per iniziare il teatro, diventerà totalmente diverso? Forse è così che torneremo a capire, per tutti, una direzione che si accordi con la presenza umana (e si badi: non soltanto spirituale ma corporea) senza cui andare in scena non resta che mero onanismo.

Per informazioni e per ospitare il teatro in casa: www.lesenfantsterribles.info

Simone Nebbia