Vita di una santa umana: Marcido Marcidorjs tra biografia e agiografia, corpo e spirito

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Nella nettezza del bianco uniforme, soltanto sfiorato dall’elemento umano, la santità di Maria Maddalena de’Pazzi, la sua vita esemplare, il suo martirio. Quando però lo spettacolo prosegue mi accorgo di qualcosa cui non avevo badato: non è il bianco a dire la santità, ma l’esatto contrario, tutto ciò che bianco non è: santa e la sedia elettrica sospesa da una struttura metallica e coercitiva, bellissima, di Daniela Dal Cin, sante le voci del coro sottilmente diabolico di contorno, la loro ombra sul bianco, l’estasi è l’impostura della voce di Maria Luisa Abate, il suo vestito color panna, i cerotti che le tengono la pelle del viso, il ferro conficcato nel bianco per cui si tiene su. Tutto questo è Nel lago dei leoni, debutto di Marcido Marcidorjs e Famosa Mimosa, creazione di Marco Isidori con in scena, oltre la Abate, i satanici Paolo Orrico, Anna Fantozzi, Stefano Re.

C’è uno strano senso di inappartenenza inizialmente, qualcosa accoglie, qualcosa spinge via. In effetti m’accorgo che non è di facile comprensione, che dovrò impegnarmi di più. Mi persuado ancora di più che il tema principale è proprio l’impostura, anche la nobiltà della presenza che l’attrice regala con estrema generosità, ai fini dello spettacolo è quel che non dovrebbe esserci, è l’elemento che misura la sconfitta attorno al personaggio di me e tutti quelli che hanno ascoltato questa storia. Altro elemento di grande valore è il lavoro interpretativo sulla lingua, sul battere di quella voce: l’invenzione d’avanguardia è resa viva dal timbro vocale – quello solo e nessun altro – che gli dona una pronuncia. Ne nasce una lingua molto corporea, fatta di timbro e intersezioni, che recupera contatti con la musicalità del latino e la viva forza di certo successivo volgare. Ancora di spessore è la maniera tutta artistica di trattare l’agiografia, ovvero la biografia dopo che l’umano mostra la sua eccezionalità: all’interno ci sono l’estasi, l’afflizione, il calore umano e quello spirituale equamente vissuti.

Dunque uno spettacolo importante, che si avvale della grande esperienza di compagnia e che affronta un tema difficile legato alla spiritualità, il cui indirizzo è però ricercato con forte impronta corporea, tuttavia di fondo mi continuo a domandare se queste operazioni davvero raggiungano tutti, o se restano invece chiuse in un gioco di specchi in cui riflettere l’arte in sé stessa: quando l’uso dell’intelletto rischia di diventare intellettualismo, mancando nel servizio alla società, forse un passo più decisivo e coraggioso è mettere in condivisione la grande esperienza per raggiungere più immediati gradi di partecipazione, lasciando i tendini di certa ricerca d’avanguardia a più rilassate modalità espressive.

Simone Nebbia

in scena
fino al 15 maggio
Teatro Arvalia
Roma

Comments
  • Elena Sbardella 12 maggio 2010 at 11:06

    Mi trovo d’accordo gentile Simone,
    ero presente alla prima dei Marcidos e ho apprezzato un grande lavoro del quale non avrei saputo parlare a tutti i miei vicini di casa. limite interessante da superare, il mio.
    Elena

  • Simone Nebbia 13 maggio 2010 at 00:27

    Gentile Elena,
    la sua concisa analisi è assai efficace e delinea con precisione una certa inappetenza ai dettami di certa arte gourmet. Di certo i suoi vicini avrebbero trovato maggiore gusto da una più nota cucina locale…alla prossima cena, dunque.

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