Teatri di Vetro: terzo giorno fuori dai confini dell’espressione

serate-bastarde
Serate Bastarde – Dionisi

La giornata di un cronista inizia molto presto, un caffè una scorsa alle prime pagine in rete, un po’ di radio accesa per sentirsi in compagnia, poi ci si mette a scrivere, nel momento in cui i fumi e le polveri del giorno precedente rischiarano e si comincia a ragionarci su, nel punto di contatto cioè fra vedere e riannodare pensieri, quelli di ieri, quelli di oggi. Finito mandi il pezzo, poi si passa alla seconda fase, aspettare che squilli il telefono o arrivino messaggi minatori di chi non è d’accordo. Ma lo so, lo sapevo. Succede come quando ai bambini si dice non correre che poi sudi e poi prendi freddo e t’ammali. Sì va bene, ma se non m’ero ammalato era perché non avevo preso freddo e non avevo sudato e insomma non avevo neppure corso. Esporsi dà poco scampo, niente da dire. Quando poi te ne torni al festival inizia il terzo giorno con un po’ di sole timido a far vedere che è maggio e lo sa bene, soltanto s’era distratto, così finalmente ecco i lotti, ecco il luogo dove la fragilità del teatro di vetro prende tutta la sua densità, teatro dove teatro non c’è stato e dove non ci sarà, appena dopo. Timido il sole, meno le proposte artistiche che invece tendono a debordare, uscire da certi schemi, discutere certe modalità espressive e rimetterle in gioco. Ma niente, anche oggi si annuvola, piove ancora. Il cielo e il festival.

Per i lotti bisogna, aspettare. Si comincia sul palco. 2. [DUE] di Fibre Parallele, Licia Lanera sola in scena e Riccardo Spagnulo ai comandi, secondo spettacolo dei loro tre. Una storia di sangue, e tanto ce n’è appeso dentro buste di plastica, lo vediamo e già una promessa inizia a covarsi inquieta, nel bianco della scena una macchia già, sul vestito della donna che inizia il suo canto, dice che presto ciò che è netto non lo sarà più; le sonorità creano un’atmosfera disturbante, si intuisce lo sarà anche il racconto, che sarà il diario macabro di un delitto; il dosaggio di questo inquieto desiderio è fluido, procede con la cautela della morte annunciata, tuttavia il loro bello è ancora troppo estetizzante e legato a esperienze già svolte (anche se giurano di non aver mai visto Rosvita del Teatro delle Albe prima dello spettacolo!) e forse la freschezza dei loro lavori in cui più riconoscibile è un loro stile va un po’ perdendo, ma è giusto, se aumentano obiettivi e valori in campo, aumentino anche i rischi. Il talento non manca di certo per trovare, anche qui, un percorso di più intima partecipazione. L’ingresso nei lotti è per vedere Muna Mussie, ex performer della Valdoca mi dice la sua biografia, che presenta il suo Più che piccola, media. Nel prato del cortile interno di palazzine basse, lo spazio scenico: intonaco sgranato, un uomo sistema la tendina al secondo piano per vedere meglio, i panni stesi al sole che non c’è più, alle persiane verdi stile Novecento hanno attaccato nastri argentati per tenere lontani i piccioni, un giovane regista e direttore artistico di un teatro romano indipendente commenta questo bel momento di condivisione, di fruizione dell’arte, di intuizione culturale e sociale, con uno straordinario “almeno posso fumà durante lo spettacolo…”; spettacolo che comincia e sono tentato, di lì a poco, di mettermi a scrivere ancora dei palazzi e della gente attorno: Muna Mussie mi lascia molto perplesso per la sterilità dell’operazione, entra in scena bevendo una birra, venendo dalle quinte nell’androne di una palazzina, annoto quattro movimenti nell’intero spettacolo, una voce registrata racconta storie di famiglie e la loro sofferenza su differenti piani narrativi, mi dice la scheda, e posso starci salvando la banalità del racconto, poi leggo che al centro vuole lei il corpo performativo, ma qui non vedo corpi, figurarsi performativi: due piedi, un lancio di monete, una corsetta nel parco; l’evento performativo giunge inatteso: un uomo con il cartone della pizza e i supplì per la cena rientra a casa e, per una volta nella vita senza rendersene conto, entra nel portone uscendo di scena. Stavo per applaudire. Tornati di corsa al Palladium vanno in scena le ragazze terribili di Dionisi, per far vivere un’altra delle loro Serate Bastarde. Il loro è un lavoro tutto al femminile, con tendenza ad essere pensato per donne: le lombarde Renata Ciaravino, Silvia Gallerano, Carmen Pellegrinelli costruiscono uno spettacolo a quadri che colpisce dritto, senza indugi, cercano di divertirsi e di far divertire con sensato equilibrio e capacità di mettersi in discussione, stimolano il desiderio ludico di chi ascolta giocando con le loro stesse imperfezioni, portandole a conseguenze estreme e coraggiose; molto interessante la rivalutazione di certo cabaret alla milanese, usato con estrema intelligenza, così come quel modo particolare di vivere la femminilità in rapporto al protagonismo dell’immagine. Soltanto si va un po’ perdendo il coinvolgimento che nella prima parte è assai stringente, uno scollamento inevitabile che è di ritmo e legato all’eccessiva frammentarietà. Ma questa è una scelta di campo, sono brave e il pubblico apprezza pienamente.

Mentre all’Angelo Mai che quest’anno è partner sta iniziando il quarto spettacolo, la prima mutazione de Le Metamorfosi di Kafka, riveduto da Città di Ebla, alzo bandiera bianca e mi perdo quei pochi minuti che non mi permettono di raggiungere l’ultima stazione; e va bene, ci pensa Matteo a recensirlo (leggi la recensione) mi dico, lui è bravo a dar conto di uno spettacolo, io me ne resto a guardare la gente che defluisce, piano, come l’acqua dopo la pioggia scivolare da sotto le grondaie, restano a parlare degli spettacoli visti, hanno voglia di farlo, sanno di volersi lasciare spazio alla riflessione e al confronto, si viene per questo penso, per poter dire, raccontarsi, capire, alcuni lo fanno stasera, altri li aspetto domani, stesso posto, stessa ora.

Simone Nebbia

Leggi gli altri articoli del Diario

Leggi le recensioni

Vai al programma

Comments
  • sergio 19 maggio 2010 at 13:16

    che ti devo dire? Viva te!
    bel racconto, davvero. Tutto palpabile, presente. E io c’ero.

  • Simone Nebbia 19 maggio 2010 at 14:47

    Che bello poter dire grazie a qualcuno in questi giorni…c’eri e ci sarai anche per i prossimi spettacoli, perchè è questo che conta: siamo lì per quella che è una festa, niente di più, i rancori rendono tutto così livido, come il cielo di questo ultimo fine settimana. A stasera, dunque.

  • sergio 20 maggio 2010 at 11:18

    hai ragione e sai che ti capisco.
    ieri ero a sentire dalla e de gregori, stasera non ci sarò ancora. ma passeremo il weekend a tdv insieme.
    forza, cronista!!

  • Threaded commenting powered by interconnect/it code.