Teatri di Vetro prima giornata: un’arca nel diluvio della Garbatella

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Quanti ne ho visti, di uomini in preghiera sul proprio terrazzo condominiale, al posto di un cristo crocifisso inginocchiarsi all’antenna televisiva che proprio in quel momento ha deciso di non prendere più il segnale, quando un temporale l’ha manomessa. E invece era proprio il tempo di funzionare: c’era la finale, il film, l’evento. C’era proprio ora da essere collegati. Tutto era cominciato poco prima, quando in salotto il tv color ultima generazione ultrapiatto segnava quell’assenza imprevista: schermo grigio e muto. Così s’è deciso di mandare qualcuno in alto sotto le intemperie e tentare l’impossibile – eroi satellitari – per ripristinare il collegamento. S’è aperta così, la quarta edizione del Festival Teatri di Vetro, con la squadra di Triangolo Scaleno a correre da una parte all’altra e tentare in tutti i modi, come Noè sotto al diluvio, di salvare il possibile e dare inizio al grande evento. Sotto la tempesta agonizzava la Garbatella, un festival bagnato dicono sia fortunato ma a giudicare dalle facce viste in giro non sembrava così tanto, ma vederli correre intervenire provarci comunque, è stato probabilmente il miglior modo per questo battesimo decisamente fuori portata…

E tutto, o quasi, alla fine è stato salvato. Mancava solo Caterina Moroni e la sua Traccia 03-Espantos, che aveva bisogno di un prato e la luce del giorno per la sua istallazione, che era davvero chiedere troppo. Nel piazzale Painting Tango di NUfactory avrebbe sparso vernice rossa fino a Piramide, così è stato spostato nel foyer e credo ridotto nella capacità: il lavoro è piuttosto sensibile, nella loro milonga su tela le orme di una passione, la regia un pennello sottile per le mani coreografiche di Francesca De Angelis, i piedi nudi di Tsili/Holzmann portano nel passo l’emozione incidente, lasciando una tela, alla fine, sporcata…di tango. Quando ci spostiamo in sala per vedere le due stanze di Motel del Gruppo Nanou ormai ci si crede asciutti: Marco Valerio Amico e Rhuena Bracci dicono di faccende personali, ma non dicono che quel “personali” non riguarda loro due soltanto ma tutti quelli che guardano, lo svelano poco dopo, quando danno il benvenuto in queste stanze di motel: la loro vita, e anche la nostra. La mostra che ne fanno è di grande eleganza e rigore formale, una pulizia che raramente si trova in teatro mi colpisce e ravviva la sensibilità delle forme, uomini come automi delle azioni scontano il mancato equilibrio e vivono nell’atmosfera cupa di una vita senza uscita: ecco un tema, la ripetizione, l’automatismo che portano fino in fondo con un gusto efficace del montaggio e della delicatezza gestuale dell’impatto, tributo al David Lynch più denso, con qualche accenno al surrealismo del ceco Jan Svankmajer; un nodo però ancora resta insoluto: io non capisco fino in fondo quel che stanno facendo, temo un disequilibrio fra la sfera emotiva e quella intellettiva, pendendo eccessivamente verso quest’ultima, con il risultato di ancora una freddezza (più la prima che la seconda stanza) che in teatro trovo poco opportuna. A seguire, in barba alla pioggia, nel piazzale due performance assai diverse fra loro: le Macellerie Pasolini incontrano l’eutanasia nel loro Love car, spettacolo per musica e due attori nell’abitacolo di un’automobile, che seguiamo tutti attorno con gli ombrelli che cedono via via sotto i colpi: l’operazione ha un senso inizialmente di forte impatto, cercare gli ultimi momenti di una vita e ripensarne il valore, fermarsi a dare spazio all’etica troppo spesso calpestata, riflettere sull’impatto dell’azione, sul senso collettivo dei nostri personali pensieri; poi però lo spettacolo va perdendo di tono, il legame si va sfilacciando e perdo notevolmente attenzione. Diverso il discorso per Forgetful 0.2 di Daniele Spanò, vera e propria apparizione sulla parete esterna degli edifici nel piazzale, vera apparizione nella mia percezione serale: la sua proiezione ha una freschezza di forte effetto, l’urto della sua visione con il mio sguardo è un cortocircuito davvero denso, mi lascio penetrare dalle opportunità delle aperture, tutte nuove, finestre accanto alle finestre, anime perdute in attesa dell’impatto con altre anime, corpi che vivono il vuoto come una condizione esistenziale, in cui lo spazio fisico esteriore e quello intimo si specchiano fino a sciogliersi in sé. Peccato, davvero peccato la serata finisca invece con due progetti di cui ignoro la validità: Féroce Présence di Cie Twain, coreografia e drammaturgia di Loredana Parrella, è un lavoro sul corpo, una performance di danza con due danzatori in cui non riesco a ravvisare nulla che non sia esteriore, l’unica cosa che mi colpisce me la confida una ragazza di fianco a me: questi qui soffiano come i tassi…Discorso adiacente per Life di Margine Operativo: non c’è alcun margine alla drammaturgia, che unisca parole lanciate nel vuoto del foyer del Palladium da Pako Graziani, il suo manuale disincantato per esseri in divenire è suo e basta.

Rifletto sul senso collettivo, questa prima giornata all’insegna del rapporto fra pulizia e sporcizia, l’emotività e l’esteriore che è limite determinante nell’arte della scena; poi fuori dal teatro, mentre il piazzale è annientato dalla pioggia battente, vedo Enea Tomei, attore qui in veste di Art Editor, fotografare con soltanto un cappellino di lana in testa tutto quel che accade, quando mi passa accanto Michele Baronio, attore ottimo cantautore e coordinatore tecnico del festival, vedendolo riprendere con una videocamera in mano, maglia e capelli asciutti, mi lascio confidare in gran segreto che per l’occasione hanno messo una muta con le fattezze di loro stessi. Un’armatura, mi dico, come gli eroi epici. E tale è stato il loro impegno. Perché qualcosa accada qualcuno deve bagnarsi un po’. In teatro come sul terrazzo del condominio.

Bene, bene, così si fa.

Inizio delle trasmissioni.

Simone Nebbia

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Comments
  • Alessandro Paesano 16 maggio 2010 at 10:38

    Forse piuttosto che soffermarti sulle tue sensazioni dovresti spiegare ai tuoi lettori il perchè di certe tue impressioni. Non basta dire che in Love Car la tua attenzione dopo un po’ scema. O che in Féroce Présence non vedi nulla oltre l’esteriorità. Il sito per cui scrivi non si chiama “Inopinabili opinioni di Simone Nebbia” bensì “Teatro e critica”. Meno egocentrismo, un po’ più di umiltà, e, soprattutto, vere capacitò da critico, che argomenta le sue affermazioni. Affermazioni e non “impressioni” che il critico, quello vero, non dà “impressioni” (quello lo facciamo tutti noi nei nostri blog). Il critico spiega illustra suggerisce e argomenta. SEMPRE
    Tu invece non scrivi di questi spettacoli a beneficio dei tuoi lettori ma solo per ingrossare il già tuo tronfio ego. Parli solo di te. Di quello che piace a te, senza nemmeno spiegare il perchè. Non lo fanno nemmeno i critici famosi figuriamoci uno sconosciuto come te… Vergogna!

  • Simone Nebbia 16 maggio 2010 at 14:20

    Gentile Alessandro Paesano, ti ringrazio delle preziose indicazioni, ne terrò conto. Tuttavia la cifra stilistica di quel che sto facendo in questi giorni ha un’altra matrice rispetto a quella che indichi tu, ossia quel che fa “un vero critico” che dà “affermazioni e non impressioni”, ed è da ricercare nel Gonzo Journalism di Hunter Thompson: la presa diretta se perde nell’analisi concede invece nella percezione globale dell’evento, nel fascino del panorama che per induzione e non deduzione conduce a una esperienza sensoriale. Ognuno fa le sue scelte, altrove magari all’analisi concederò di più. Se vuoi maggiori informazioni http://it.wikipedia.org/wiki/Gonzo_journalism poi da qui puoi partire e farti un’idea se vuoi approfondire. Ah! Buona giornata e tanti complimenti anche a te.

  • Simone Nebbia 16 maggio 2010 at 14:31

    …una dimenticanza, a beneficio di tutti e non dell’autoreferenziale scambio di opinioni ( o affermazioni…mah..). Riguardo Cie Twain faccio autocritica, lì davvero non ho detto nulla che potesse ridare la sensazione dello spettacolo: non mi è piaciuto ma così non ho reso servizio a nessuno. Chiedo perdono agli interessati, se possibile e permesso.

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