Quarta giornata a Teatri di Vetro: le parole sono importanti…

Compagnia I margini - Il bello degli animale è che ti voglione bene senza chiedere nient
Compagnia I margini – Il bello degli animale è che ti voglione bene senza chiedere niente

Le parole sono importanti, diceva qualcuno tempo addietro. E infatti la mattina del quarto giorno di Teatri di Vetro, il giorno della ripresa, del ritorno in campo infrasettimanale dopo il fine settimana che sembrava un matrimonio napoletano: tre giorni di festa in cui conosci e balli con tutti, quella mattina con la tv distrattamente accesa ascolto Umberto Croppi su La7, che in questa città è assessore alla cultura del Comune, che dichiara il suo grande apprezzamento per tutti quei giovani che decidono, dall’estero dove stanno facendo carriera, di tornare in Italia a fare lavori umili, lui pensa con questo alto valor patrio a quei laureati in beni culturali che tornano per fare i custodi di museo (testuale!), a quei medici che tornano a far i notturni nei nostri fieri e valorosi nosocomi civili; eh sì, le parole sono importanti, in questo posto dove nel 2010, per festeggiare gli oltre dieci anni della fondazione dell’India di Mario Martone, teatro stabile della ricerca e della sperimentazione, ci si fa due stagioni (questa e la prossima) il sempreverde ottantasettenne Giorgio Albertazzi, che da direttore quasi non si accorse di questo teatro, in anni appena successivi; le parole sono importanti, in questo momento storico in cui una compagnia come quella di Mauri e Sturno chiede i finanziamenti regionali alla produzione, quelli con cui campa il piccolo teatro indipendente. Le parole sono importanti, e dalle parole riparte questo festival, in questo quarto giorno legato alla drammaturgia contemporanea.

Quando a metà pomeriggio inizia un acquazzone pentecostale, ho temuto seriamente che stavolta Noè si fosse stufato di guidare quest’arca, che un due raggi di sole sul ponte di prua se li voleva fare anche lui, due orette di pace per non sentire bestie di ogni specie a litigare per un posto riservato nella prima fila del Palladium, poi però ha smesso facile, vedi che serve avere fede? Mi dico. Che si riposi, per una sera. Il primo spettacolo di parole ne ha pure troppe, anche nel titolo: Il bello degli animali è che ti vogliono bene senza chiedere niente, di Rodrigo Garcia, portato in scena dalla compagnia Imargini. Quattro attori che studiano in qualche accademia hanno un testo a disposizione che parla della morte, di ciò che resta negli ultimi tratti di vita, se la morte cancella oppure arriva perché non c’è più altro e fin qui…così decidono, come si fa per ogni tentativo di messa in scena, di fare degli incontri preparatori, delle cosiddette “letture” per entrare un po’ nella storia. Da lì poi uno si aspetta, sul palco di un festival, che lo spettacolo da questo si discosti…e invece per un’oretta quasi i quattro fanno memoria, fanno esercizio anche con una certa verve, ma nulla di più. A un quarto d’ora dalla fine, in zona Cesarini, accadono due cose: la prima è che capisco finalmente di cosa si stia parlando, la seconda è che, dopo essere stati assopiti tutto il tempo, di colpo si scuotono per dare saggio di contemporaneo e un po’ di teatro fisico, danzando all’unisono movimenti che si fingono improvvisati. Il problema principale è nell’uso della drammaturgia – che già di suo ha qualcosa di divertente ma non altro – lasciata materia inerte per quasi tutto lo spettacolo, frammentata e sfilacciata al punto di non capire l’obiettivo, con buchi di regia fuorvianti (chi stanno cercando oltre il palco? Da chi devono essere visti?), rappresentata con prestabilito e didascalico senso dell’accadere scenico, quindi piatta di ritmo e scelte, senza vigore, lasciata a fuoco lento in attesa di terminare la cottura mentre nel frattempo scendo a comprare il vino. Con l’insana certezza che non si bruci. Oggi si va di corsa, anche se per la prima volta c’è un bivio: Angelo Tanzi fa Il sindaco, mentre la Compagnia Franca Battaglia propone uno Studio per la Bella Lena. È dal mattino che mi struggo perché li fanno allo stesso orario e non so che vedere, alla fine chiamo Tamara e mi butto sul sindaco, l’altro ne dirà un’altra voce; quando arrivo scopro che lo fanno all’asilo nell’alta Garbatella, trovo Tamara lì fuori che mi dice Ci tenevo tanto che non piovesse, il posto l’ho scelto io…così capisco ancora un po’ dello spirito che li anima e di aver fatto bene, che era questo il posto per me; nel cortile interno di questo asilo rimodernato e chiostrale c’è una luce bassa bassa, quella più diretta va sul viso di Angelo Tanzi, e comincia lo spettacolo: un monologo per attore solo, scritto da Flora Farina, un uomo si prepara discorsi elettorali che non saprà fare, in una dimensione metà reale metà onirica, sconta la solitudine di chi ha conosciuto la vicinanza delle folle, dell’amore, e ha perduto entrambe; ecco un lavoro garbato che non cerca esplosioni espressive da detonare in mille frammenti sparsi e poco comprensibili, ma che sceglie un obiettivo e lo svolge con sapiente naturalezza; finalmente, penso, finalmente non la retorica persuasiva ma l’oratoria usata a fini espressivi, è bravo Angelo Tanzi e si serve di un testo di grande e assoluto rispetto. Di corsa, ancora una volta, ritorno in sala al Palladium dove Calibro2 e QdA Festival sta per iniziare il suo Sotterraneo, che non è un lavoro dostoevskijano ma un testo di Benet i Jornet. A giudicare dallo spettacolo dovrebbe essere andata così: un attore trova un testo, va dall’altro e dice: ho trovato questo testo, è una ficata! È a due voci, noi siamo due…eh?!? L’evidenza disarmante e insieme l’entusiasmo che fa il teatro costringono letteralmente i due amici, uniti da passione comune, che il loro immediato futuro debba passare senza appello e inevitabilmente da questa drammaturgia. E non ci riescono nemmeno male, devo dire, sanno stare dove sono, in questo salotto dove un tizio sta cercando la moglie che non trova più, l’altro non può non dire: e che la cerchi qui? E inizialmente un po’ ci si resta male…poi invece la drammaturgia cresce di tono e inizia attraverso un gioco psicologico ma non stantio a svelare, pian piano, i primi gangli esplicativi, fino a crescere ancora e finire in una vaghezza non svolta in fondo e quindi interessante; i due ragazzi – Luca Di Prospero e Andrea Riso, al servizio della regia di Eleonora Pippo – si trovano dunque nel loro spettacolo, ce l’hanno fatta, compongono un lavoro formalmente corretto e anche discretamente interpretato, ma non oltre.

Quando me ne sto per andare, finito tutto, fuori nel piazzale c’è gente che sorride troppo per non andarmene con loro a prendere una birra, in fondo è presto mi dico, e tanto prima di una certa ora non dormo mai. Li seguo come avrei fatto nel bosco, dietro un tartufo troppo forte per non essere notato. Nel locale c’è tanta luce, troppa, tentiamo di giocare su quel che abbiamo appena visto, scioglierci dopo tre ore e mezzo di teatro battente. Però c’è una tv accesa, è passata la mezzanotte e stanno facendo un programma di tordi e bambole gonfiate, i primi gli levano gli occhiali spessi per non fargli vedere, ma immaginare e a volte toccare, le belle sempre nude, anche se di plastica. Splendida esperienza sensoriale, penso. Facciamo un po’ i maschietti, e va bene, poi però ci rifletto e chiedo a Francesco e Valerio se è normale che la tv, anche se a quest’ora, trasmetta roba simile (per non contare che nell’era digitale non conta più l’orario del palinsesto), non sanno dire, io ci rifletto un po’ e penso che dovrei vederne di più, di televisione, penso a quella mattina, a una diretta in giacca e cravatta e una registrata in tanga, penso che l’abito, in fondo, non fa la pornografia. Le parole sono importanti, ancora di più il loro significato.

Simone Nebbia

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