Per un teatro post-beuysiano. Ragionamenti intorno a Dies Irae. 4° parte

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    Secondo, terzo e quarto episodio. Liberatosi dai pannelli bianchi del precedente episodio, Teatro Sotterraneo mette in scena una piccola trasmissione radiofonica e propone al pubblico un gioco: chiede di accendere i telefoni cellulari e di mandare un messaggio alla improvvisata redazione sul tema What if, ossia cosa sarebbe successo se qualcosa fosse andato diversamente nella storia dell’umanità. Attendendo gli sms degli spettatori, i performer sfogliano una guida telefonica della città che ospita lo spettacolo e chiamano i nomi degli utenti chiedendo se sono presenti in sala. Contemporaneamente mandano dei pezzi musicali. La canzone trasmessa è nuovamente Hallelujah ma questa volta nella versione originale di Cohen e poi nella rivisitazione di Elisa e così via. Come se la cover nascesse da un processo di sepoltura e glorificazione attraverso il quale l’originale può tramandarsi nel tempo, insidiarsi nella cultura delle nuove generazioni attraverso un’interpretazione che aggiunge o toglie ma comunque reinterpreta l’originale.
    Dice a tal proposito Daniele Villa nell’articolo pubblicato su Art’o sopra citato: “una sola canzone, una sola matrice che si riconfigura ogni volta, che conserva nei decenni la memoria di un pezzo (quello originale, di Cohen), raggiunge vette di visibilità (il pezzo più famoso di Buckley), si ripresenta attraverso altre lingue e culture (la versione danese di Brandt & Dickow, la versione inglese ma dell’italiana Elisa) e appunto si stratifica”. Questa stratificazione è il procedere stesso della storia che qui attraverso il What if, vuole essere smantellata. I performer, ora conduttori della trasmissione radiofonica, lanciano immediatamente un’ipotesi di What if: cosa sarebbe successo se Hitler fosse stato ucciso mentre era nella sua culla? Più tardi, nel successivo episodio, questa stessa culla entrerà in scena e verrà chiesto al pubblico di alzare la mano se vuole che il piccolo Hitler, ora piangente, sia ucciso da un colpo di pistola. Ancora straniamento brechtiano, e ancora un processo duchampiano ucciso sul nascere. In fondo è questo quello che farà Teatro Sotterraneo nel procedere di questi episodi. Riportare ogni oggetto e ogni gesto quotidiano al suo significato originario, distruggere ogni processo filosofico e intellettualizzante attraverso la stimolazione continua dello spettatore. Il What if è un gioco che non conduce a nulla, che chiama in causa il pubblico, non per guardare al passato ma per capire il suo senso, de-stratificare la storia per rendersi conto che è impossibile cambiare il corso degli eventi ma che è possibilissimo volgere uno sguardo verso il futuro. Nel terzo episodio, Teatro Sotterraneo cancella ancora una volta la scena precedente coprendola con dei nuovi teli, costruisce una nuova civiltà sulle basi di quella che è appena stata sepolta. Attraverso delle macchine fotografiche ferma l’immagine dei gesti e delle azioni umane (sorridere, piangere, uccidere, accarezzare, abbracciare, lo stesso fotografare) per estrarle da qualsiasi processo di significazione e porle sulla scena per ciò che sono realmente. Ancora, nel successivo episodio coinvolge il pubblico in un’asta in cui sono vendute le attuali sette meraviglie del mondo, conservate in cassettini sotto forma di cenere. Se delle vecchie sette meraviglie nulla è rimasto alla civiltà odierna, nulla rimarrà alle civiltà future di quelle prodotte nella nostra contemporaneità. I cassettini non contengono altro che cenere destinata a spargersi nell’aria come ogni cosa. Eppure Teatro Sotterraneo sceglie di vendere questi cumoli di terra in un’asta, esemplificazione massima di un’estetica e dello stato attuale dell’arte contemporanea. Sono i performer a decretare il prezzo della polvere scegliendo per l’occasione cifre vertiginose che saranno costretti ad abbassare lentamente, fino a quando qualcuno nel pubblico non alzerà la mano acquistando i beni messi all’asta.

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