Macadamia Nut Brittle: la disperata ricerca dell’ amore in un purgatorio mediatico e consumistico
Fisicità: gli attori di Ricci e Forte sono già in scena quando il pubblico entra, in fila, uno dietro l’altro mimano la classica partitura gestuale degli assistenti di volo. Durante tutto lo spettacolo non si risparmieranno mai, recitando col fiato corto, declamando al microfono col battito a mille, rincorrendosi, sudando vivranno i loro corpi come fosse uno solamente.
Sessualità: esplicitata sin dall’inizio, sin da quando il numeroso pubblico cerca il posto nella sala del Piccolo Eliseo, il tappeto sonoro è il continuo sbattere dei corpi, l’uno sull’altro, l’eterno mugolio di due anime. Sesso come componente biologica dalla quale non si può prescindere, presente in ogni attimo della vita, sesso come approdo di un appuntamento iniziato al McDonald’s, come rifugio dalla solitudine. Sessualità raccontata nella sua meccanica, nella sua sporcizia, negli elementi liquidi.
Drammaturgia dei soliloqui: se i corpi tra di loro sono protagonisti di un di logorroico dialogo instancabilmente accelerato, la parola trova nel monologo il suo status espressivo. Non c’é dialogo, non per incapacità, o comunque non solo, dell’elemento dialogico nel rappresentare la realtà, ma soprattutto per una precisa volontà di epicizzare l’elemento narrativo.
Società dei consumi: siamo anime erranti chiuse in un ipermercato senza uscita, siamo dei tossici alla ricerca dell’enesima dose di serie tv, non ci bastano i 15 minuti di Warhol, vorremmo l’eternità, voremmo essere tutt’uno col plasma delle nostre maxi tv. I primi 10 minuti di questo Macadamia Nut Brittle di Ricci Forte sei lì che ti ripeti: “certo questi parlano solo di tv, fanno battute sui vip e su quel mondo così apparentemente lontano dal teatro che noi tutti i giorni viviamo”, poi capisci che è una sintassi. E’ il loro linguaggio, certo ad alcuni potrebbe suonare come banale, superficiale fino a un urticante fastidio, altri potrebbero cogliere una volontà espiativa rispetto alla parallela esperienza televisiva dei due autori. Ma non siamo sempre lì tra di noi a dirci quanto il teatro dovrebbe scuotere, quanto dovrebbe mettere in luce o alla alla berlina le distorsioni della società specialmente quando queste arrivano non da un’autentica evoluzione, altresì sono frutto di processi spinti dal solo motore economico? E allora ben venga la sovraesposizione teatrale dei marchi, dei divi incelofanati, degli stralci dei giornali nei quali rientra anche la recente contrapposizione tra Carla Fracci e il Sindaco Alemanno.
Questi solo alcuni degli elementi sensibili di Macadamia Nut Brittle spettacolo scritto da Stefano Ricci e Gianni Forte (con la regia del primo) omaggiando Dennis Cooper, in scena fino al 30 maggio 2010 al Piccolo Eliseo di Roma. Ma come non evidenziare proprio il fattore “evento” che si è creato attorno a questo spettacolo, come non considerare il fiume di spettatori in fila per un biglietto alla prima e poi a fine spettacolo di nuovo in coda per salutare o conoscere i due artisti, il lungo applauso dopo il finale con quella tragica ironia dove i 4 protagonisti ricoperti da rivoli di vernice rosso sangue si chiudono nelle proprie tende colorate indossando ognuno la maschera di un personaggio dei Simpson, e poi sempre quell’applauso che diventa un ritmico battito di mani sull’ennesima musica accattivante. Come dar loro torto, rapiti al cuore da uno spettacolo frastornante, vivo di un continuo movimento, guizzante in una scrittura che salta da iperboliche similitudini a disperanti versi di tragica poesia. Come non applaudire proprio i corpi sporchi, sudati di quei quattro attori presi nell’interpretare l’Uomo in una lancinante rete di relazioni: i rapporti di coppia furenti ed effimeri, la profonda solitudine, il cupo, nero e fobico sguardo del bel paese sull’omosessualità visto dagli autori come un coltello piantato proprio lì dove l’amore ha la sua sporca origine, dove non batte il sole sui due amanti che si aggrappano ognuno alle labbra dell’altro.
Andrea Pocosgnich
in scena fino al 30 maggio 2010
Piccolo Teatro Eliseo [Vai al programma]
Roma
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parole chiave: recensione Macadamia Nut Brittle--recensioni ricci forte--ricci forte Macadamia Nut Brittle--ricci forte teatro piccolo eliseoTeatro e Critica da luglio 2011 è un progetto dell'Associazione Culturale Kleis, se ci leggi con piacere e vuoi sostenerci puoi effettuare una donazione veloce e sicura, anche di una somma minima, con Paypal.











novità, originalità, esclusività… sono d’accordo con Simone Nebbia che oggi non c’è possibilità di vederne, e questo non solo nel teatro, in tutto, e penso che la musica sia l’esempio più eloquente, è la realtà del tempo presente.
Nessuno di noi dice cose nuove, e anche nella nostra quotidianità siamo ripetitivi, in teatro questo si traduce in una drammaturgia a volte molto noiosa nella forma e nei contenuti. Ancora più noiosa se scaturisce da chi forte della propria intellettualità, rinnega la realtà mediatica che ci circonda, spegne la televisione, non legge i rotocalchi, ignora il ciarpame, distaccandosene. Questo spirito intellettuale, elevato e mosso da sani principi, mal si coniuga con la novità, e questo perchè crede di essere originale quando denuncia la realtà in cui viviamo (e che la maggior parte delle volte si ritrova anche solo nel telegiornale) e rimane solitario a raccontare questa realtà a platee semivuote (o semipiene o anche pienissime come nei casi degli eventi/spettacolo alla Travaglio per intendersi) di pubblico, intellettuale anch’esso, che si riconosce e riconosce in quelle parole la sua stessa protesta. Tutto muore li, tra platea e palcoscenico, niente di nuovo, appunto, rispetto allo spirito che ci muoveva prima di assistere a quello spettacolo. Nella migliore delle ipotesi la noia viene sovvertita da argomenti e temi interessanti, e alla fine ci sentiamo meno soli nelle nostre lotte, più carichi dei nostri ideali, con più speranza per il domani. E’ un attimo. Potrebbe anche andar bene, e non lo giudico in linea di massima in maniera negativa, pur con la consapevolezza che non mi servirà a lungo, che dovrò rinnovarlo a breve. Sin’ora, chi mi ha trasmesso questo messaggio in maniera forte e chiara è riuscito a convincermi che un teatro sociale, civile,socialmente utile, non avesse bisogno di una particolare cura nella messa in scena, e neanche di una particolare capacità interpretiva da parte degli attori. con le dovute eccezioni naturalmente: Pippo del Bono ed Emma Dante sono due di queste, ma inevitabile sia nell’uno che nell’altro caso sentirsi si spettatori partecipi, ma anche un po’ estranei alla realtà che rappresentano, Pippo per la sua esperienza con la diversità ed Emma con la rappresentazione di un contesto sociale (o mentale) anche in questo caso diverso dal mio.
In cosa vedo l’originalità di ricci e forte? nel loro raccontare attraverso stereotipi popolari, facilmente riconoscibili da tutti qualcosa che è più di una semplice riflessione intellettuale. Nel vivisezionare quello stesso stereotipo scardinandolo dall’interno, mostrandone l’illusione, la pericolosità, ma anche l’innegabile utilità per chi come tanti ha bisogno dell’happy ending per continuare a sperare. L’originalità sta nel fare questo riconoscendo di starci dentro, tutti sino al collo, perchè magari nostra mamma ha seguito una Soap di successo, e nostro padre la sfotteva e poi prima del TG veniva rapito dal quotidiano quiz a premi, e per un attimo anche lui sognava una vita diversa, fatta di vincite milionarie, e magari nostra sorella, o la nostra amica di infanzia si incolla davanti ad Un posto al Sole, o a X_Factor, o a un reality qualsiasi, e nessuno di noi che magari schifa questa realtà, si è trovato a provare vero schifo o vergogna per chi si vuole bene, e se riflettiamo, anche noi, in modo diverso, una volta, nella nostra vita, all’happy ending ci abbiamo creduto.
Ricci e Forte a parer mio sono riusciti in maniera del tutto originale a parlare della disperazione più profonda dell’umanità occidentale civilizzata, la mancanza di amore per la vita e di responsabilità, e il pretesto è la morte del personaggio più amato della nostra personale serie televisiva, in certi casi nostra madre, in certi altri noi stessi, nell’obbligo, ad un certo punto, di abbandonare la nostra vita di figli, eterni adolescenti, e fare qualcosa, agire, prendere in mano le sorti del finale.
La conoscenza del linguaggio televisivo ha aperto una connessione con tanta gente diversa, anche pubblico digiuno di teatro, anche orde di gay (ma anche no), anche a una generazione che si da via, senza scrupolo, senza neanche la possibilità dell’happy ending. Hanno vinto perchè sono riusciti ad istigare lo spettatore a dialogare con se stesso su temi che di solito siamo abituati a trattare in modo distaccato, quasi impersonale. Hanno vinto perchè sono dei veri professionisti, gli attori sono interpreti fantastici, la messa in scena è curatissima, e i soldi spesi non sono sicuramente quelli a disposizione di Emma Dante o Pippo del Bono, in nessun momento hai la sensazione che si siano risparmiti, tutto è ad un livello molto alto, lontano anni luce dagli allestimenti amatoriali che tante volte si vedono in giro anche tra le compagnie che amatoriali non sono.
per rispondere a Simone Nebbia, credo che non ci sia nessuno che non conosca almeno un nome degli status symbol citati, io per esempio conoscevo solo Bambi, Biancaneve, e kenny di south park, anche in questo credo siano stati molto attenti.
Immettersi in una discussione tanto lunga, generica e al tempo stesso articolata, per tentare di sollevare un velo di coscienza critica che vada un gradino oltre il mero parere personale, si presenta sempre come un’impresa ardua e presuntuosa. L’atteggiamento migliore, forse, sarebbe rintracciabile nel mantenimento di una distanza altrettanto generica e approssimativa, capace di restituire un clima di gentile critica alla “pizza e fichi” (con questo rivelo anche la mia romanità) in cui ogni considerazione “de gustibus” verrebbe a configurarsi come lecita e definitiva. Se vero è che l’arte, in parte, si nutre di un personalissimo senso valutativo, che le dona un dinamismo interno a garanzia dell’eternità del linguaggio artistico stesso, vero è anche che di fronte alla crisi relativista in cui quotidianamente stiamo sprofondando, tracciare delle linee chiare e oggettive risulta doveroso o quantomeno tentativo auspicabile, per recuperare un genuino spazio di un confronto.
Si è detto tanto e di tutto relativamente a Macadamia Nut Brittle, creando un parossismo tale da comportare l’annullamento stesso di ogni forma di analisi valutativa. C’è chi grida allo shock, chi allo scandalo, chi alla pornografia scenica, chi all’adorazione più estrema, chi alla banalità del suo messaggio e chi, anche, alla banalizzazione del suo messaggio, distinzione sottile ma di sostanza.
Bene, tutte queste considerazioni, dettate da uno slancio emotivo o da un rigurgito organico che sia, non sono altro e non possono, purtroppo, essere altro che fiacchi orpelli decorativi a scapito di un velo di confusione circa la possibilità o meno di un contenuto obiettivamente necessario.
Premetto, a mia discolpa, di appartenere alla fronda pro-Macadamia, anche squisitamente per un mio, per l’appunto, personalissimo giudizio…elemento che proprio alla luce delle premesse sopra esposte, non può e non deve essere un motivo di valutazione .
Penso che in primo luogo potremmo tutti concordare nel tralasciare a vera superficialità la questione relativa ad un linguaggio drammaturgico innovativo.
Non perchè, come viene ritenuto negli altri interventi, non esista la possibilità di sperimentare o sia attualmente impossibile avere un esito positivo a riguardo: “Sono quel tipo di cose che s’imparano dopo la seconda festa a tema. Tutto è già stato sperimentato” (T.Kushner – Angels in America). Ma piuttosto per una problematica presente nel linguaggio contemporaneo stesso, nel suo essersi disgregato in una forma trascendente lo stesso concetto di ambiguità. La lingua, le parole, appartenenti all’uomo, generate dall’uomo stesso, lo configurano all’interno di una realtà sensibile: lo mettono in relazione, lo rendono conoscibile come “cosa”, come corpo sensibile e per questo definibile, argomentabile. Ma in un’epoca in cui la personalità di ogni singolo individuo è messa a tal punto a rischio di smaterializzazione, di trasfigurabilità in un perimetro incerto e progettabile, anche nelle sue linee essenziali, secondo un minuzioso lavoro a tavolino; le parole, il linguaggio stesso, non possono che slittare su di un piano incerto, informe, che permetta la fluidità del proprio Io. Siamo la società più libera che la storia abbia mai conosciuto, capace di sfuggire ad ogni tentativo di costrizione identitaria. Siamo avatar in continuo aggiornamento, siamo un’ immagine pixelata e compressa nello spazio di un file jpeg, che si augura di avere il peso minore possibile per una maggiore agevolazione di scambio. Non c’è più una tradizione orale o scritta che sia. I mezzi di comunicazione hanno doppiato in una corsa irrazionale la capacità stessa di comunicare. Cinema, televisione, blog, intrattenimento digitale, social network…tutto in funzione di una ri-programmabilità, di una seconda chance. Per questo non si può credere in un’innovazione drammaturgica in senso ampio,dal momento che il linguaggio stesso ha perso la sua organizzazione e perdendola ci ha reso nebulosi, ci ha privati di un corpo, quel corpo così esibito, lacerato come un abito passato di moda, demolito a colpi di percosse e di silenzi, così PRESENTE nello spazio scenico. Siamo marziani nel nostro stesso mondo. In questo, ritengo, sia la grandezza di Macadamia Nut Brittle, parlare l’unica lingua davvero globale: la lingua della contaminazione. È così che, allora, serie televisive esplodono aeree sulla sinfonia funebre di un “requiem eternam”, petardi di un capodanno al tritolo tra le rughe di un’esistenza che scivola via, ingannati da quello stesso progresso che non ci evolve ma che impietosamente consuma, in una tempesta iperproduttiva e mercificatoria. Messaggeria telefonica, improvvisazione scenica (quella stessa improvvisazione che sta alla base della menzogna sociale che ci ospita, che ci crede uniti in uno sconfinato spazio assente…comunità virtuali in vece di una comunità politica che ci rifiuta, che ci nega la nostra stessa singolarità, che ci abbrutisce nello spazio di un ID number o che trova ragione di ruolo solo sul numero di un conto bancario di società che rovinano realmente su un’economia calcolabile solo virtualmente!) a mostrare le sconclusionate vie d’accesso a una speranza più antica dell’uomo: l’opportunità di un amore. Una scopata stanca rimediata sulla piazza del quotidiano mercato globale (persone alla stregua di un letto di Ikea, identico a se stesso e accessibile a chiunque con un click del tasto sinistro del mouse) si presenta come l’occasione per una redenzione precotta, un filetto di platessa congelato e messo a cuocere in un forno nucleare. I codici si accavallano, si scavalcano, compenetrano irrispettosi sui monologhi individuali. È lo stupro del singolo sul suo prossimo e del singolo su se stesso. L’apoteosi della solitudine. Seppur globalizzati non siamo inglobati da niente. Per questo i quattro attori rimbalzano come camere d’aria in un compulsivo amplesso orgiastico, canto del cigno di una penetrazione a fondo perduto, non perché Ricci/Forte vogliano scandalizzare ad ogni costo, o peggio ancora tratteggiare il percorso dell’unico teatro innovativo, erigendosi a roccaforte di una sperimentazione mai tentata; ma per dimostrare l’inconsistenza di quattro carcasse mute, riecheggianti solo del silenzio del proprio affanno. L’epidermide che sfrega paonazza, unica voce in quel deserto nudo. Non c’è niente di scandaloso in un corpo in movimento. L’unica pornografia accettabile è situata nella disperazione del nostro sguardo, nella nuda risposta all’appello in quell’aula teatrale – quello che è strano,via! – dove, sin dall’inizio, tre stuart trasudanti ci permettono di localizzare vie di fuga che comunque non accetteremo (non credo che mai nessuno abbia prestato ascolto al monito e sia fuggito appena messo piede in sala). Il discorso pornografico, perciò, cambia anch’esso nel linguaggio, come d’altronde l’intera scena che viene a destrutturarsi nella forma, degenera nei ritmi, nei corpi che strappati non sono più sufficienti ad affermare neanche sé stessi. Quel fracasso sordo di ossa schiantate sono tamburi di guerra di un’umanità senza riparo, nemmeno in tre casette di infantile tenerezza, lenzuola di nylon per pelli sanguinolente: l’innocenza non è traducibile in un soffice “io non c’ero”. Ricci/Forte richiamano con un appello generale a porsi di fronte a una quotidianità epica, tragica in senso ellenico, dove l’umano si ritrova eroico nella sua misera sopravvivenza, in una tragedia senza divinità, senza interventi soprannaturali a motivare la grandezza del dolore. Lo fanno schiacciando la tridimensionalità degli spazi con luci abbacinanti che spogliano l’inganno, annullano gli angoli, i punti di fuga, polverizzano le quinte. L’attore, che smette di essere tale, è costretto per un’ora e mezza ad esserci, ad esistere, a consumarsi insieme alla scena ed insieme all’ultima icona pop, archetipo di un tempo senza più memoria. Questa è la vera pornografia: la dimostrazione di una legge “economica” che ci rivela come merce di libero scambio. E cosa può importare se due uomini, maschi, uomini di cazzo, si baciano sulla litania di una donna liquida, esposta come una paralitica eucarestia domenicale? Come si può parlare di una fisicità gratuitamente esibita, lì dove il corpo si fa simulacro di tenerezza? “Per secoli in teatro è invalsa la tendenza a mettere l’attore su una piattaforma, a grande distanza dal pubblico: incorniciato, decorato, illuminato, truccato, calzato, per far credere all’ignorante che l’artista era sacro, che la sua arte era sacra. Ma era espressione di venerazione? O nascondeva il timore che qualcosa avrebbe potuto essere messo a nudo se le luci fossero state troppo forti o l’incontro troppo ravvicinato?” (Peter Brook – Lo spazio vuoto).
È bulimia, quella di Ricci/Forte. Bulimia occidentale, linguistica, di segni, di contenuti, d’amore. È una richiesta esorbitante, un coagulo di domande che non trovano risposta e non pretendono di darne (al contrario di molte critiche che insistono sul privatissimo mantra del “non sono d’accordo, la mia vita non è così!” – ennesimo errore di valutazione tra personale e politico, sociale), è ologramma dell’eccesso globale, della sovrapproduzione del sottosviluppo. Quella di Ricci/Forte è un’indagine sul contemporaneo, un’estetica al servizio dell’etica. NON DELLA MORALE. “E’ la verità del momento presente che conta, l’assoluto senso di convinzione che può apparire solo quando un’unione lega interprete e pubblico. Appare quando le forme temporanee sono servite al loro scopo e ci hanno portato in quest’unico, irripetibile istante in cui una porta si apre e la nostra visione si trasforma” (Ferruccio Marotti – Prefazione a Lo Spazio Vuoto).
È un tassello importante per il teatro italiano. Un checkpoint. Tenersi a distanza di sicurezza, comodi nell’intrattenimento culturale dilagante, escludersi da una riflessione sui temi sollevati in questo lavoro, diviene un grave segno di disinteresse nei confronti del futuro. È la cura di un orticello privato, sterile, provinciale, anacronistico. Questo atteggiamento, senza ombra di dubbio, può essere additato come AMORALE.
“Forse amare il prossimo non è un elemento di base dell’istinto di sopravvivenza, ma neanche l’amore di sé, scelto a modello di amore per il prossimo, lo è” (Zygmuth Baumann – Amore liquido).
P.s. È un articolo lungo, ma, fortunatamente, ancora non è stata approvata la Legge Bavaglio.
Sono appena passati da Milano. Ho già detto parole contro corrente su Hamlice. Mi permetto di farla fuori dal vaso anche questa volta.
Quando sento citare Nina Moric, Gheddafi, Moira Orfei, Fukushima mi rendo conto che per condurre il pubblico a queste risate da cinepanettone de sinistra gli autori dovranno rincorrerlo senza posa, in futuro costretti a metterci dentro riferimenti ammiccanti alle future imprese del Trota o di Matteo Renzi. Ciò che molti prendono per forza devastante è solo un’imitazione delle montagne russe, una furba mescolanza di lirismi esibiti e compiaciute incursioni nel sesso e nella violenza. Questo sfacciato avere a che fare con il disgusto e con il pericolo è ciò che affascina l’uomo medio anestetizzato, richiamandolo in massa e costringendolo ad un applauso liberatorio alla fine della performance, nella quale viene messo al muro e sfidato a resistere, ad accettare sempre di più. Non conta l’illuminazione della realtà, non dobbiamo riflettere su ciò che accade, non c’è tempo, cibiamoci di scuoiamenti di conigli e umiliazioni, di orge a quattro e coltelli che escono dalle natiche, immaginette audaci e sedicenti scandali. La pornografia lascia tutto come prima, concede sensazioni momentanee e fugaci, non aspira alla catarsi né alla denuncia. Lo spettatore si lascia scioccare al momento per poi farsi acquietare da un monologo moralistico sulla sofferenza della solitudine; dunque: il colpo ci fa saltare, ma poi c’è il poeticismo spinto che redime tutto. Si tocca il pop per deriderlo e avere l’abbraccio del pubblico che va a teatro, poi si usa l’indubbia capacità letteraria per fare uno svolazzo, nulla di più, lontani dalla melma degli istinti animali e dell’adolescenza perpetua. In attesa del nuovo tuffo. Niente di più consolatorio di quest’estetica del mero scuotimento.