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Macadamia Nut Brittle: la disperata ricerca dell’ amore in un purgatorio mediatico e consumistico

di Andrea Pocosgnich 21 maggio 2010 27 Comments


macadamiaFisicità: gli attori di Ricci e Forte sono già in scena quando il pubblico entra, in fila, uno dietro l’altro mimano la classica partitura gestuale degli assistenti di volo. Durante tutto lo spettacolo non si risparmieranno mai, recitando col fiato corto, declamando al microfono col battito a mille, rincorrendosi, sudando vivranno i loro corpi come fosse uno solamente.

Sessualità: esplicitata sin dall’inizio, sin da quando il numeroso pubblico cerca il posto nella sala del Piccolo Eliseo, il tappeto sonoro è il continuo sbattere dei corpi, l’uno sull’altro, l’eterno mugolio di due anime. Sesso come componente biologica dalla quale non si può prescindere, presente in ogni attimo della vita, sesso come approdo di un appuntamento iniziato al McDonald’s, come rifugio dalla solitudine. Sessualità raccontata nella sua meccanica, nella sua sporcizia, negli elementi liquidi.

Drammaturgia dei soliloqui: se i corpi tra di loro sono protagonisti di un di logorroico dialogo instancabilmente accelerato, la parola trova nel monologo il suo status espressivo. Non c’é dialogo, non per incapacità, o comunque non solo, dell’elemento dialogico nel rappresentare la realtà, ma soprattutto per una precisa volontà di epicizzare l’elemento narrativo.

macadamia-1Società dei consumi: siamo anime erranti chiuse in un ipermercato senza uscita, siamo dei tossici alla ricerca dell’enesima dose di serie tv, non ci bastano i 15 minuti di Warhol, vorremmo l’eternità, voremmo essere tutt’uno col plasma delle nostre maxi tv. I primi 10 minuti di questo Macadamia Nut Brittle di Ricci Forte sei lì che ti ripeti: “certo questi parlano solo di tv, fanno battute sui vip e su quel mondo così apparentemente lontano dal teatro che noi tutti i giorni viviamo”, poi capisci che è una sintassi. E’ il loro linguaggio, certo ad alcuni potrebbe suonare come banale, superficiale fino a un urticante fastidio, altri potrebbero cogliere una volontà espiativa rispetto alla parallela esperienza televisiva dei due autori. Ma non siamo sempre lì tra di noi a dirci quanto il teatro dovrebbe scuotere, quanto dovrebbe mettere in luce o alla alla berlina le distorsioni della società specialmente quando queste arrivano non da un’autentica evoluzione, altresì sono frutto di processi spinti dal solo motore economico? E allora ben venga la sovraesposizione teatrale dei marchi, dei divi incelofanati, degli stralci dei giornali nei quali rientra anche la recente contrapposizione tra Carla Fracci e il Sindaco Alemanno.

Questi solo alcuni degli elementi sensibili di Macadamia Nut Brittle spettacolo scritto da Stefano Ricci e Gianni Forte (con la regia del primo) omaggiando Dennis Cooper, in scena fino al 30 maggio 2010 al Piccolo Eliseo di Roma. Ma come non evidenziare proprio il fattore “evento” che si è creato attorno a questo spettacolo, come non considerare il fiume di spettatori in fila per un biglietto alla prima e poi a fine spettacolo di nuovo in coda per salutare o conoscere i due artisti, il lungo applauso dopo il finale con quella tragica ironia dove i 4 protagonisti ricoperti da rivoli di vernice rosso sangue si chiudono nelle proprie tende colorate indossando ognuno la maschera di un personaggio dei Simpson, e poi sempre quell’applauso che diventa un ritmico battito di mani sull’ennesima musica accattivante. Come dar loro torto, rapiti al cuore da uno spettacolo frastornante, vivo di un continuo movimento, guizzante in una scrittura che salta da iperboliche similitudini a disperanti versi di tragica poesia. Come non applaudire proprio i corpi sporchi, sudati di quei quattro attori presi nell’interpretare l’Uomo in una lancinante rete di relazioni: i rapporti di coppia furenti ed effimeri, la profonda solitudine, il cupo, nero e fobico sguardo del bel paese sull’omosessualità visto dagli autori come un coltello piantato proprio lì dove l’amore ha la sua sporca origine, dove non batte il sole sui due amanti che si aggrappano ognuno alle labbra dell’altro.

Andrea Pocosgnich

in scena fino al 30 maggio 2010
Piccolo Teatro Eliseo [Vai al programma]
Roma

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Comments
  • carla maccioni 27 maggio 2010 at 10:08

    la prima volta che ho visto Macadamia Nut Brittle ne ho provato fastidio, all’amica che era con me, e che tanto entusiasticamenente mi aveva portato a teatro non ho saputo rispondere se ciò che avevo visto mi fosse piaciuto o no.
    vedo tanto teatro, tutto quello che riesco a non perdere, da 30 anni. Ho visto l’evoluzione della drammaturgia italiana contemporanea, la ricerca, la provocazione dei Grandi. Penso di potermi reputare una fruitrice attenta. Ultimamente devo riconoscere che è difficile per me trovare uno spettacolo che, a fronte dei 10/20 euro pagati per l’ingresso, mi dia da portare via con me, qualcosa in più rispetto alla ricevuta stropicciata di un biglietto.
    Macadamia Nut Brittle, la prima volta che l’ho visto, mi ha fatto dono di un fastidio, che è durato oltre il tempo della pizza dopoteatro, e si è ripresentato la mattina dopo e quella dopo ancora. dopo due giorni ho deciso che dovevo rivederlo, da sola.
    Il mio fastidio non era causato dalle scene volutamente provocatorie, ma dal sentire che quella, lì sul palco, non era la storia di qualcun’altro, ma la mia. Io, ultraquarantenne figlia del boom anni sessanta, cresciuta con la speranza e ricapitolata ad un nichilismo che non è della mia generazione ma che vivo in apparenza come se lo fosse. Io che non riesco più a disfarmi di una corazza fatta di illusioni se non quando la vita mi mette alle corde davanti ad una sofferenza che DEVO gestire razionalmente per non farmi risucchiare dal baratro della depressione. Io che quando incontro un amore, una passione, una qualsiasi cosa in cui credere mi ci butto con tutta me stessa diventando a volte cieca e sorda alle percosse, alle violenze che io stessa permetto.
    Mi avevano preparato a questo spettacolo dicendomi che il gruppo sta diventando un’icona del teatro omosessuale, e vedendolo capisco perchè, ma io, donna eterosessuale, ringrazio questa parentesi che mi ha saputo ritrarre, in quanto donna, essere umano, madre, in tutte le mie debolezze, ma anche nella bellezza di poter ancora soffrire, di poter ancora palpare un’emozione che non mi fa sentire giudice ma neanche giudicata.
    In questo credo consista la grandezza dei due autori, nel saper spiatellare la società senza assurgere al podietto da cui lanciare di sotto la merda, nel non approfittare dell’ora e un quarto a disposizione per dire quanto si è migliori degli altri. Noi siamo gli altri, e mai come in questo spettacolo gli altri, quelli che non ci piacciono, che appaiono in televisione nei talk show da quattro soldi, gli opinionisti, le attricette drammatiche, le veline, i politici, sono, di fatto il nostro specchio.
    Io penso, senza pudore, che Macadamia Nut Brittle sia un capolavoro, e penso che ricci/forte siano spietatamente e generosamente gli autori più capaci che il teatro italiano possa vantare in questo momento di confusione intellettuale. Bravi tutti gli attori, che non si risparmiano e regalano se stessi con una maestria impressionante, tutti, i tre ragazzi bellissimi e inquietanti nella contraddizione tra il loro aspetto puro, a tratti angelico, e la violenza di cui sono capaci, e bravissima Anna Gualdo, meno giovane, mia coetanea, strepitosa interprete della mia generazione, da oggi un mito.
    grazie, per avermi donato qualcosa che non sapevo fosse così necessaria, che non pensavo potesse arrivarmi mai e poi mai dal teatro, che non credevo potesse scuotermi così profondamente, che non…

  • Fabio M. Franceschelli 27 maggio 2010 at 11:20

    dopo tantissimi anni che faccio teatro ancora non riesco a capirne alcune logiche: questo spettacolo di Ricci/Forte è un buono spettacolo dove però non c’è un’idea che non abbia già visto abbondantemente nei tanti ambiti di “ricerca” o nuova drammaturgia frequentati da dieci quindici anni a questa parte. Nulla di nuovo, nulla di sconvolgente. Non che la novità debba essere un valore, tutt’altro, ma il clamore critico che ha accompagnato questo spettacolo mi dava aspettative evidentemente esagerate e abbondantemente tradite. Insomma, bravi, bello, divertente, profondo, ma nessuna giustificazione a tanto vociare.
    Inizio a pensare seriamente che il teatro di ricerca italiano sia l’unico ambiente dove gli eterosessuali abbiano qualche possibilità in meno degli omosessuali

  • Fabio M. Franceschelli 27 maggio 2010 at 11:53

    che poi mi rendo conto che il mio giudizio non dà il giusto merito allo spettacolo. Nel senso che ero stato troppo predisposto al “capolavoro assoluto” dalla grande quantità di iperboli utilizzate dal pubblico e dalla critica. Se l’avessi visto quindici anni fa sarei anch’io tra gli entusiasti ma oggi…
    Trovo che sia stato costruito con una struttura spettacolare splendida, con una partenza in sordina ed un finale davvero maestoso. Per il resto, la drammaturgia non mi ha colpito particolarmente (ma so di tante competenti persone che sono rimaste a bocca aperta), nel senso che la definirei “ovvia”, ben fatta ma anche scontata. Le parti a monologo mi sono sembrate noiose. Decisamente più interessanti i dialoghi, ben diretti e ben armonizzati col movimento scenico. Infine… mi scusino gli autori se sono troppo duro, ma le scene di sesso erano inguardabili. Chissà? Forse era proprio questo che volevano? Ridurre ciò che un tempo era la naturale esplicazione dell’amore ad un atto brutto, frettoloso e consumistico? In questo caso ci sono riusciti, ma la cosa per me non funziona perché prima di dissacrare il sesso in scena occorrerebbe sacralizzarlo, ed è un’operazione che ancora non ho mai visto fare da nessuno.

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