La nube si addensa sul secondo giorno di Teatri di Vetro

Gaspare Balsamo - Tratte
Gaspare Balsamo – Tratte

Quarantotto ore di filata. La pioggia non ha lasciato Roma nemmeno per un minuto. Farci un festival sotto è un azzardo temerario, eppure anche ieri la macchina di questo Teatri di Vetro ha funzionato davvero bene. Peccato soltanto che la sua ragione originaria, legare gli eventi all’ambiente, al quartiere, alla vita che si fa ogni giorno per le piazze e nelle case della gente, in questo modo non riesca a venir fuori con la forza che poteva avere. Ma insomma il Palladium e qualche luogo del circondario per il momento mi accontentano. Sperando che maggio diventi maggio davvero e quelle passeggiate per la Garbatella per raggiungere, fisicamente, gli spettacoli, tornino quelle degli anni passati. Quanto all’offerta artistica, questo secondo giorno mi lascia il dubbio che manchi sempre qualcosa, ad ognuno dei lavori visti, un pizzico di sale, ma con la sensazione che dirlo alteri certi equilibri, come quando lo faccio notare a mia madre, a pranzo, che si alza e mi mette la saliera dicendo stizzita: “tiè, metticelo te!”. Per questo, con la bocca illanguidita dall’assenza di carattere, non mi tiro indietro dal dirlo.

L’apertura è affidata al Collettivo Alternato, nel foyer del teatro, un video dal titolo indicativo Indi-Tendente, nato dall’esigenza di coesione e confronto fra la scena e il pubblico, una sorta di presentazione delle realtà – appunto – indipendenti, cercando di appaiare la tendenza artistica a quella del gusto di chi guarda. Un video che è una speranza, tradita a mio avviso dal numero esorbitante di operazioni del tipo, ma che tuttavia non ne svilisce il valore. Segue, già protagonista del video insieme ad altri artisti e realtà romane, Gaspare Balsamo, siciliano, la cui ricerca è strettamente legata al sociale e alla terra di provenienza: il suo Tratte…harraga dei mari e dei deserti è un viaggio per quel mare che la storia mi dice accogliente e la cronaca mi dice inospitale che è il Mediterraneo, il viaggio della speranza di chi parte emigrante e durante un tratto di mare diventa clandestino, passaggio di stato della percezione di chi, da una riva, vede arrivare; il suo lavoro si lega a interessanti compagni di viaggio come Mambaye Diop, che ha il viso di una memoria antica, e una straordinaria Silvia Balossi che affianca la sua kora a una voce bellissima, quasi non credibile. Lo spettacolo ha i suoi talenti nella partitura, difficile, interlinguistica e nell’evocazione di mondi di cui dobbiamo ancora e di nuovo ricordare la dignità di esistenza, meno interessante invece per la grana spettacolare e per la retorica della schiavitù cui aggiunge poco più della descrittiva impronta del realismo. Un passaggio sotto l’acqua me lo dà un ombrellino che non basta per uno, figurarci per due, ma tanto serve ad arrivare nel sottopasso della vecchia metro dove Francesco “Fuzz” Brasini e Dario Neri suonano le loro Corde e lamiere: all’inizio faccio un po’ resistenza, poi mi fido del paesaggio sotterraneo, location perfetta per la loro musica dei suoni originari, capisco a guardarli che la costruzione a volte è eccessiva, che il nucleo di tutto sta lì, nell’origine da ricercare, e il loro tentativo di “interazione con la sorgente sonora” trova sorgente anche dell’emozione che l’accompagna. Quando torniamo indietro incontro Simone Carella, anima del Nuovo Colosseo, bellissimo e stoico sotto l’acqua, mantellina e paletot alla Derrick: lui tutto quello che stiamo facendo l’ha già fatto, già visto, quante volte l’ho incontrato cercarsi spettacoli nei posti più assurdi, non ha smesso mai lui di cercare quella sorgente e che fiducia mi dà, che non abbia ancora smesso. Joy di Teatro Inverso invece lo fanno nel foyer, luogo divenuto protagonista di questo inizio festival, spazio polifunzionale che ben si presta a particolari performance. Lo spettacolo ideato da Davide D’Antonio e Roberto Capaldo è molto divertente, il loro un gioco a perdere e a perdersi, fin dall’inizio: cercano un dialogo fisico ed emotivo con chi guarda, cercano di tirare il pubblico dentro lo spettacolo, rubandogli oggetti, costringendoli all’interazione. Punti cardinali sono proprio gli oggetti, con i quali poter dialogare e inventare, in gioco è il loro possesso e il loro utilizzo a fini di scambio, così come la loro naturale distruzione. Perché gli oggetti hanno uno strano equilibrio, servono fino al punto di non servire più. L’unico guaio, che scopro più tardi perché ne sento parlare, è che non si capisce qual è la direzione oltre l’effetto parte ludico e parte violento, diciamo non arriva a compimento di senso forse perché, mi dicono, non è stato fatto integralmente. Non passa che qualche minuto, un collega fuori nel piazzale non fa nemmeno in tempo a girarsi una sigaretta, e siamo in sala dove Lotte Rudhart (Germania) e Roberto Zuniga (Costa Rica) presentano il loro Zweisam: un albero, un materasso per bambini, e per quanto mi riguarda tutto qui: l’inizio ha qualcosa di interessante, una ragazza e una pianticella debole, poi però si perdono i due danzatori in una mostra del proprio corpo e nell’autocelebrazione dei suoi connessi movimenti, in una forma approssimativa e in una struttura che perde via via di senso nella frammentarietà, più simile a un saggio delle proprie qualità che a uno spettacolo; propongono una drammaturgia, in origine, che però si perde nel corso dello spettacolo, lasciando impalcature e cardini strutturali ancora troppo visibili e non sciolti in una piena fluidità; interessanti un paio di quadri: i corpi scivolare sull’acqua in una danza liquida e la percussione del corpo della Rudhart, molto intensa nell’intero spettacolo, che risuona al pavimento, suona letteralmente in scena.

Quando ce ne stiamo andando finalmente una tregua, sul corpo, nei pensieri, nell’umore in questi due giorni messo a dura prova. Chissà perché in questa città la pioggia non la accettiamo mai? Mica è acida, è soltanto acqua. Ma gli umori non si spiegano, si vivono e basta. Sarà la nube dell’impronunciabile vulcano islandese, mi dicono gli esperti…sarà il brutto tempo che fa brutto un po’ tutto, sarà che non sappiamo attendere che tutto rischiari, sarà il contagio della nube con l’espressione artistica, ché oggi un poco di fuliggine, davanti agli occhi c’è andata.

Simone Nebbia

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