Il coraggio struggente di César Brie al festival Fabbrica Europa

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La nuova edizione di Fabbrica Europa sembra caratterizzata da un forte coraggio. Mentre gli animalisti s’infuriano contro la presenza dell’artista Jan Fabre al festival fiorentino, un altro spettacolo, provocatorio e genuinamente sincero, viene presentato negli spazi dell’Istituto di cultura francese di Firenze. L’Albero senza ombra, ultima fatica di César Brie, è un documento feroce, un atto di accusa ma anche un momento di informazione per un occidente accecato da se stesso. «L’11 Settembre 2008 nel Pando, regione della giungla boliviana, si è consumato un massacro di contadini. A fine giornata i morti accertati erano 11, centinaia i feriti da armi da fuoco e decine le persone scomparse (tra cui diverse donne e bambini), alle quali nessuno, finora, ha restituito un nome, un volto, una storia», racconta César Brie nel foglio di sala. In scena se ne sta solo, gli occhi lucidi, come piedi di lacrime e dei colori di una terra confusa, sciupata, dimenticata. Circondato da foglie secche, cammina resuscitando alla memoria i corpi degli indigeni, dei campesinos e di tutte le vittime di quella tragica giornata. Armi da fuoco, secchi d’acqua, vestiti tradizionali squarciano improvvisamente il velo ingenuo in cui è rinchiuso l’occidente, il nostro immaginario collettivo, per mostrarci una realtà tragica e crudele: i corpi martoriati, le madri piangenti, latin lover distrutti da pallottole di pistola, e i corpi dei bambini senza nome sbattuti come panni bagnati sul suolo.

Il teatro civile di César Brie fugge da qualsiasi tipo di retorica e di controinformazione, con lenti pasoliniane guarda alla storia con immensa poesia, sincerità, sommesso dolore, si declina nell’autobiografia, nell’ironia, in un senso narrativo che ricorda tanto il verseggiare di De Andrè.
L’albero senza ombra non è solo la messa in scena di una tragedia giornalistica ma di un’esperienza di vita che attraversa tutta la ricerca effettuata dall’artista per affondare le sue radici nel 1991 data della fondazione del Teatro de los Andes. In scena c’è la nostalgia per un percorso di vita giunto ormai al suo termine e per una terra che non potrà più offrire ospitalità. L’inchiesta aperta da Brie attraverso il documentario Morir en Pando, realizzato insieme a Manuel Estrada e Javier Horacio Alvazer in Bolivia, ha permesso di scoprire una rete di complicità nel potere giudiziario con elementi del fascismo boliviano. «I medici hanno falsificato autopsie e nascosto la gravità delle ferite di moltissimi campesinos». Questa investigazione non sarebbe stata possibile senza il lavoro del medico legale argentino Alberto Brailovosky, oggi perseguitato dal capo della Polizia Federale Argentina Nestor Valleca, minacciato di morte, perseguitato nel suo lavoro con l’accusa di aver fatto una perizia che non doveva assolutamente essere fatta.
A lui Brie dedica gli applausi al terminare dello spettacolo. Poi uscito dalla sala, con un gesto secco, chiede al pubblico di farla finita. Qui l’approvazione dello spettacolo non conta, qui si vede l’immensa poesia e la struggente sincerità di un uomo per il quale il teatro è quella terra natia attraverso cui comunicare.

Matteo Antonaci

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