Gabbato lo Santo – Gli Omini tra ironia toscana e sketch televisivi

gabbato-lo-santoGabbato Lo Santo è la seconda tappa della trilogia Memoria del tempo presente con la quale la compagnia Gli Omini intende indagare la realtà dei piccoli comuni Italiani. Formatosi nel 2006, il gruppo è stato immediatamente accolto per lo spettacolo Crisiko, finalista del premio scenario 2007 e primo episodio di questo percorso di ricerca. Gli Omini costruiscono il proprio copione attraverso settimane di interviste svolte immergendosi nella realtà popolare italiana. Ignoranza e luoghi comuni emergono facilmente (come già testato dalle parole taglienti messe in scena dal gruppo Babilonia Teatri), montandosi in una drammaturgia cattiva e cinica il cui intento è sputare in faccia al pubblico una realtà degradata e invisibile dove superstizioni e credenze religiose strisciano lentamente e divengono base dei rapporti umani.
Il festival Teatri di Vetro 4 accoglie Gabbato Lo Santo all’interno di uno dei Lotti del quartiere Garbatella di Roma, un cortile meravigliosamente popolare, fascinoso e allo stesso tempo elegante, in cui si respira il profumo della cultura popolare romana. In questo spazio, Gli Omini allestiscono una scena nudissima, spoglia – se non per le luci e dei pannelli neri che creano il fuori scena – in cui inseriscono la loro toscanità. E la Toscana, in effetti, c’è tutta, con quella sua comicità cinica e diretta, figlia di una cultura incarnata nelle figure di Benigni, Pieraccioni, Panariello, comici e attori entrati a far parte della cultura di massa, assorbiti e fagocitati dai media televisivi, dal cinema; divi morti e risorti grazie alla loro audace schiettezza.

Così i quattro performer Riccardo Goretti, Francesco Rotelli, Francesca Sarteanesi e Luca Zacchini se ne stanno sulla scena liberamente, senza nessuna costruzione di partiture fisiche ma utilizzando semplicemente la loro spontaneità. Che diviene elemento stucchevole all’interno di uno spettacolo logorroico mascherato da una manciata di trovate geniali e di interessanti scarti scenici. Piuttosto che costruire una vera e propria drammaturgia, Gli Omini incatenano una serie di gag che, lungi dal far trapelare il loro percorso, ridicolizzano la realtà analizzata nella fase precedente al lavoro. Lo spettacolo vive di slogan populisti (Padre Pio olè, il papa è fascista, il papa è gay) di volgarità gratuita (continui riferimenti sessuali da comicità liceale: “mi sono fatta risistemare l‘imene come regalo per il mio ragazzo” e così di seguito), di fraintendimenti e giochi linguistici, di rare immagini accattivanti quanto inconsistenti (l’entrata in scena del robot giocattolo Emilio che ricorda vagamente certe modalità del gruppo Teatro Sotterraneo; la scena in cui i performer coprono la loro testa con scatole di cartone a forma di valigia), e di un rapporto diretto con gli spettatori che simula certe modalità teatrali di Antonio Rezza (come nello sketch in cui Gli Omini portano uno spettatore in scena per lasciarlo da solo mentre una voce di sottofondo continua a dire “the show must go on”) ma che non riesce ad acquistarne la stessa potente, geniale e tagliente espressività ironica.

Il pubblico si diverte, tanto. Ride dinanzi a simulazioni di atti sessuali, quando i performer lanciano un Pandoro in aria e poi lo sbranano, quando uno degli attori si addormenta utilizzando il dolce come cuscino, quando vengono ipotizzati tradimenti di svariato tipo, quando Francesca Sarteanesi si avvicina in proscenio per muovere in maniera sensuale la lingua, quando uno pseudo-prete si avvicina ad una ragazza in procinto di confessarsi avvicinando il proprio organo sessuale alla sua bocca, quando lo stesso pseudo-prete le tocca il seno, quando vengono simulati momenti liturgici, elencati santi, utilizzate tutte le possibili madonne e declinato in svariati modi il proverbio – attribuito a chi ottenuto un piacere richiesto se ne dimentica immediatamente – “Passata la festa, gabbato lo santo” .
Tutti questi elementi sono stirati in uno spettacolo senza misura in cui il gruppo riesce comunque a dimostrare una certa dimestichezza nelle tempistiche comiche e sicuramente una sana freschezza recitativa. Che trova il suo pregio nella spontaneità con cui i performer stanno in scena, divertendosi, scherzando, sbagliando anche loro e mostrandosi al pubblico per quello che sono. Chissà se, questo linguaggio, come già scritto da Andrea Porcheddu su DelTeatro.it, in relazione allo spettacolo 7 Novembre 2008 (ultimo lavoro, leggi la recensione), non sia già pronto ad essere assorbito nei meandri della comicità televisiva, oppure sia davvero la base per una ricerca teatrale salda e consistente.
Passato lo spettacolo, gabbato lo santo. E forse il problema è soltanto questo.

Matteo Antonaci

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