Fiori d’Arancio di Saggiomo: tra cinema e teatro… né l’uno né l’altro

compagnia-andrea-saggiomoUn pianoforte sulla destra, l’esecutore sale sul palco dalla platea, poi una donna in rosso, una volta salita prende un microfono, con la melodia parte anche la voce off a preannunciarci il tema del sogno. Sul telo che sarà protagonista dello spettacolo un breve flash, l’accensione del proiettore, di quelli cinematografici e non digitali, veloci immagini sfogate lasciano il posto al bianco sporcato dai tipici effetti visivi che il cinema lasciava fino a qualche anno fa sui teli delle sale, si sente la “pizza” girare, ma con il bianco davanti allo schermo arrivano anche due giovani in jeans e maglietta, iniziano a lottare, si prendono, si spingono in una specie di confronto alla greco-romana, solo uno dei due rimarrà in scena in questo prologo, si accorgerà dello schermo, il bianco cangerà nelle onde di un mare agitato e la donna in rosso al microfono comincerà a recitare in francese.

Con questo incipit si presenta il lavoro della Compagnia Andrea Saggiomo, Fiori d’Arancio, e lo fa andando a cercare un’estetica visiva e sonora lontana dalle modalità della scena contemporanea alla quale siamo abituati: non c’è il solito tappeto sonoro miscelato da rumori e sonorità elettroniche, non c’è un uso drammaturgico ed espressionista del buio a cui molti spettacoli (anche tra quelli che abbiamo visto a Tdv, vedi il bellissimo studio di Sineglossa) ci hanno abituato, anzi anche quando lo schermo al mutare della luce diventerà semitrasparente e gli attori vi appariranno dietro saranno bagnati da colori pastello.

Fino a qui si può intravvededere anche una strada nella ricerca di Saggiomo, la volontà insomma di creare un’interazione tra il cinema e il teatro, tra l’immagine semovente e la fisicità tutta esplosa dei giovani performer, ma rimane uno sterile esperimento, uno studio purtroppo senza anima. Eppure la compagnia di Andrea Saggiomo ha vinto prima, nel 2007, Nuove Sensibilità con lo spettacolo Canti di Maldoror e poi, nel 2009, Cantieri Teatrali per Fabbrica Europa proprio con lo spettacolo di cui parliamo, hanno avuto insomma i mezzi e le opportunità per affinare il proprio lavoro. Il filo rosso si perde tra la pacifica e scontata (volutamente avvertita nel suono del proiettore che si accende) alternanza tra l’elemento cinematografico e la sterile performance. Gli attori se davanti al telo si mischiano in una lotta senza senso dietro corrono in cerchio, eseguono semplici e banali movimenti, oppure declamano al vento alternando napoletano e una lingua dal suono slavo, oppure iniziano a gettare palle di carta sullo stesso schermo. Non passa nulla nel canale comunicativo destinato allo spettatore, non siamo colpiti nella mente perchè non troviamo nulla a cui aggrapparci, non ci colpiscono le partiture fisiche, troppo semplici e prevedibili tanto che in alcune occasioni seguono banalmente il crescendo della musica, e non abbiamo neanche una misera possibilità di affascinarci dell’universo visivo disegnato da Saggiomo anch’esso senza sorprese. Ci lasciamo trascinare dalla musica, poi anche il pianista ci abbandona, si alza e porta una bacinella d’acqua sul palco, simbolo forse di quel mare che più volte appare sullo schermo, oppure semplice oggetto reale proveniente dalla Napoli protagonista del lavoro, intanto anche sul palco appare la figura archetipica del pulcinella apparso sullo schermo, l’altro attore attraversa il palco microfono alla mano – per quale motivo ne avesse bisogno non l’abbiamo capito, ma ormai è una costante e che in questo caso diventa un vezzoso uso della voce amplificata ben lontano da quello pienamente drammaturgico di artisti come Roberto Latini – e goffamente legge brevi frasi poco prima che sullo schermo appaia per nostra fortuna la scritta “Fine”.

Andrea Pocosgnich

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Comments
  • angela corsi 14 giugno 2010 at 16:31

    Ho visto “i fiori d’arancio” a Roma quasi un mese fa ed ancora penso che questo spettacolo sia meraviglioso e insolito. Non credo che sarà facile per questa compagnia ottenere i favori della critica data la pochezza di sguardo dei mestieranti di questi tempi abituati a parlare di quello che già sanno comunemente accettato come “teatro”….che tristezza.. comunque..lunga vita alla poesia ed alla commozione non preordinata,bravi bravi bravi!

  • Simone Nebbia 14 giugno 2010 at 21:31

    Cara Angela, con rispetto: la tua sembra una difesa troppo parziale per essere verosimile. I mestieranti che hai di fronte – me o chi ne ha scritto – un mese fa hanno assistito a un lavoro davvero lontano da quella commozione di cui parli. Ma per fortuna siamo tutti diversi, e la nostra non è legge, ma una percezione, partendo tu e noi dallo stesso ruolo, quello di spettatore. Buone visioni, dunque.

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