E il quinto giorno Teatri di Vetro si fece performativo…

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Oggi per me è quasi vacanza. E lo sanno tutti. Quando arrivo trovo gente che mi dice Oggi siamo venuti solo per darti supporto…ché io e la danza non ci prendiamo lo sanno tutti, ormai. Così mi stanno vicini e, se possibile, mi spiegano dove mettere i piedi, come un cane per i ciechi. Ché a me hanno fatto due occhi, gemelli a guardarli: uno per il teatro, l’altro per la danza. E però è strabico. Che ci posso fare. Ma andiamo con ordine. Oggi la vetrina coreografica di Teatri di Vetro, nemmeno una goccia di pioggia. Meno male, penso, altrimenti a danzare con l’acqua si scivola. Resto perplesso della mia stessa battuta. Ma sono giorni strani questi, ieri ho visto l’ottimo sindaco di Angelo Tanzi, così oggi per associazione mentale con la danza m’è tornato su il sindaco, quello vero, di questa città, quello che l’altra settimana s’è visto schiacciare sotto le punte di Carla Fracci, ormai ex direttrice del corpo di ballo del Teatro dell’Opera di Roma, la quale dopo non essere stata ricevuta dal Campidoglio per due anni, è stata rimossa dall’incarico. Curioso, ho pensato: prima ballerina contro primo cittadino. Il duello dei primati. Bando, per ogni lettore, alla facile ironia. I primati indicano in natura le forme del regno animale più simili all’uomo, dice Focus. Simili, non uguali. Perché, a giudicare dalla tipologia dello scontro, invece che in prima fila di platea, sembrava di stare nelle foreste del Borneo.

La prima performance è in vetrina: Alice di S.A.N. è uno studio, il secondo, su quella che andò nel paese delle meraviglie; la performance è su tre livelli, tre momenti nella serata: la prima azione è l’incontro, Alice e il Bianconiglio, il tentativo di incontrarsi, o almeno di adescamento. Quando entriamo in sala sta iniziando 100 Schritte di Vinnie Straniero, e questa è proprio danza, mi sforzo di pensarci e mi pare che mi piaccia, non so bene dire perché, ma mi pare che sappiano stare dentro i loro corpi, saperli usare come fossero una parte di sé e questo non è mica così scontato; un uomo e una donna, anche qui un incontro, che almeno riesce a celare lo scambio-rapina quale è l’amore, e lo fanno senza pretese di altri significati, con semplicità che li premia. Dura poco, appena sette minuti. Restiamo seduti perché adesso arriva Francesca Foscarini e il suo Kalsh. Quando ne esco Serena mi dice che, se è sul tema dell’abbandono o della rinuncia come è scritto sulla scheda, allora le ha fatto schifo, se invece lei è una extraterrestre che vuole farsi umana, allora l’ha toccata. Chi l’ha detto, mi domando, che la danza sia del movimento e del corpo? A me pare che abbia fin troppa letteratura, fin troppo testo. Qui siamo alle interpretazioni, fino a questo livello. È un problema che non mi pare di poco conto. Lo spettacolo non è nemmeno male, ma giuro che non saprei dire se quello che c’è scritto sia verificabile, l’emozione più grande è un mio problema psicologico: se qualcuno prova a girarsi le spalle rischio l’infarto, per il resto seguo con interesse il suo movimento a perimetrare il palco, la sua crescita da corpo disteso a corpo eretto. Alla fine una voce in sala dice: “gli spettacoli proseguono in una abitazione privata”, oddio! Potevano almeno dire quale! Va bene, mi dico, niente panico, adesso seguo il fiume e capisco. E infatti siamo alla seconda tappa di Alice, a guardare dalla finestra la mutazione, sotto occhi di coniglio, di una ragazza normale in prostituta, che poi si trucca ed esce per andare a lavorare; per vedere questo frammento ho quasi perso l’uso delle rotule, piegato a terra, e dietro una fila che nemmeno in guerra le pagnotte di pane. Al lotto 14 G.M.B.M. mettono in scena la loro Animalhome. Giovanni Magnarelli e Beatrice Magalotti, al secolo. Ma siamo sempre in un lotto…e allora il concerto di borgo si sostituisce allo spettacolo: una voce se ne fa prologo, da dietro le persiane avverte che “c’è ‘n telefono che squilla! De chi èèèè?!?, mentre il vento lieve di questa sera introduce i due danzatori, s’ode un lontano canto: aho! Dà ‘ste carteee e il cronista qui davvero non si tace; un uomo fa i piatti, nel silenzio della scena si sente coccio su coccio, mi giro, lui quasi si scusa, accanto a me due direttori da due anni di un festival indipendente da fare a settembre, forse, e ora caduto in un pozzo senza fondi: dopo quindici minuti di immobilità e silenzio chiedo loro se lo spettacolo è cominciato, mi dicono di sì. Io dubito. Ma hanno ragione loro. E dire che in alto, all’ultimo piano, una donna in penombra, con accanto una testa più piccola ma che sembra uguale, sembra attenta: a vedere loro questo spettacolo – che ha qualcosa della strip comica e, più che danza, è teatro fisico – mi pare anche interessante nella sua pur appisolata debolezza. Per fortuna che verso la fine, nel buio della sera, una farfalla bianca percorre il sentiero del fascio di luce, dalla regia al palco, e qui davvero mi prende l’incanto. Quando torniamo in sala c’è Progetto Brockenhaus con Non facciamone una tragedia. Il loro lavoro mi pare interessante, è piaciuto anche ad Adriano, che non gli piace niente: anche qui non è danza neanche di striscio, a meno che non consideriamo danza ogni corpo che si muove, o questo non è forse teatro? Mah, non saprei, l’ho detto. Sei attori in scena, giovani, c’è un talento visivo che cerca direzioni forti e riconoscibili, è ancora grezzo ma intrigante, molte scene sono di sicuro impatto e, nel deficit di meraviglia che si vive in teatro, mi pare che ci si possa accontentare. Tuttavia questa estetica, senza una drammaturgia, rischia di estetizzarsi eccessivamente, fino ad escludermi dalla sala; della serie: non so di che parlavate, ma avete un linguaggio forbito. Ma se queste parole valgono, che siano di incoraggiamento per costruire però un percorso, non per fermarsi qui: i semi ci sono, adesso bisogna soltanto annaffiare. Se questi ragazzi avranno acqua a sufficienza. Quando usciamo nel piazzale c’è l’ultima performance della serata, mancava di Alice la terza tappa, quella in cui lei compie gli stessi movimenti che aveva fatto in casa, ma lo fa all’aperto e truccata per adescare.

Stasera una stanchezza forse fisiologica, coglie tutti e ci sta per mandare a casa appena finito. Ho passato una serata nella danza contemporanea, come avermi portato in Cina, io che non parlo cinese. Ma ci ho provato, con tutte le forze. Durante l’ultima performance, però, sulla porta d’entrata del Palladium, con tutti a guardare dal piazzale, scorgo un direttore di uno stabile d’innovazione romano, oggi senza cappotto alla Derrick ché non piove, che da un cinque minuti guarda il muro; lo avverto e gli dico Guarda che è di là! E lui: e me lo potevi di’ prima!…Meno male, penso, almeno non mi sento così solo.

Simone Nebbia

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Comments
  • sergio IL gatto 22 maggio 2010 at 13:29

    :) il finale mi ha steso.

  • serena 22 maggio 2010 at 17:12

    Già…solo una precisazione: le frasi ” mi ha fatto schifo ” e ” mi ha toccata” mi irritano tantissimo. Quindi anche se non ricordo esattamente le parole con cui ho esposto la mie elucubrazioni sull’extraterrestre sicuramente non erano quelle. E di certo quella sera devo aver articolato a lungo il mio pensiero…anzi sono sicura che ti sei perso la parte più importante …già…e beh…succede…

  • Simone Nebbia 22 maggio 2010 at 19:13

    Ma questo è indubbio, avrei altrimenti virgolettato il discorso. Come un giornalista vero. E’ chiaramente una interpretazione dell’opinione, non certo una cronaca fedele. E’ in linea con il mio scrivere non con la tua espressione. Chiaro che l’articolazione era più complessa, ma non modifica. Mi dispiace se ho usato parole altrui per farne mezzo di un mio pensiero. E di aver, forse per l’ultima volta, dato un nome in maiuscolo a chi mi vive affianco. Chiedo, questa volta ragionevolmente, perdono.

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