Pathosformel e La prima periferia dove l’artificiale diventa umano

pathosformel-la-prima-periferia

Trovarsi alla fine del mondo, in un orizzonte di nulla, trovarsi dinanzi all’uomo in terra, scarnificato, morente o già trapassato, cercare di rimetterlo in piedi, di farlo stare sulle sue gambe, confortarlo prendendogli dolcemente la testa tra le mani, aiutarlo a camminare.

Vi è un intenso senso di pietas in questo ultimo lavoro di Pathosformel. Artigiani del teatro, da sempre intenti a generare l’emozione, a toccare le corde più profonde dell’animo, attraverso l’uso di macchinerie o costruzioni sceniche nelle quali l’uomo è costantemente artefice e guida, mai protagonista, ma presenza nascosta, apparentemente, in secondo piano.

Già nei due precedenti lavori, La timidezza delle ossa e La più piccola distanza, la figura umana era infatti invisibile. Nel primo era celata dietro al telo sul quale imprimeva la propria immagine, nel secondo muoveva le corde del marchingegno che permetteva alle forme elementari (dedicate a Malevič) di incontrarsi sul piano parallelo al fondale.

pathosformel-la-prima-periferia-1Ne La prima periferia, presentato al Teatro Palladium nelle serate dedicate agli artisti di Fies Factory, l’umano torna totalmente visibile in scena seppur rinchiuso in un’ambiguità narrativa e formale che è a mio avviso uno dei temi più interessanti della ricerca. Qual’è il suo ruolo? Qual’è il compito di questi infermieri/burattinai che in jeans e felpa grigia ridanno vita alle articolazioni artificiali di codesti modelli? I manichini appunto, sono loro a determinare l’estetica visiva dello spettacolo: giunture, tubi e fascine di materiale, probabilmente metallico, sintetizzano le forme dello scheletro con precisione per proporzioni e astrazione per colori. Scheletri gialli che si muovono su uno sfondo bianco. Una scena vuota, quasi un invito dei Pathosformel a far lavorare la mente dello spettatore ponendogli di fronte agli occhi una performatività archetipica: un uomo che si prende cura di un suo simile in uno spazio neutro, da riempire.

Prendersi cura, sì perché nel dispiegarsi sonoro di un tappeto musicale – intessuto eterogeneamente di rumori, voci e melodie, complemento uditivo più che mero sottofondo – le figure umane, a tratti, e sempre più spesso, accantonano il ruolo di semplici burattinai per lasciare intravedere la ricerca di una costruzione emotiva. Lo mostrano nei gesti, nel rapporto con il manichino, ed è qui, nel preciso istante di una carezza, che il freddo esperimento teatrale, con tutto il fiume di nomi illustri che si porterebbe dietro (da Kleist a Craig, passando per i futuristi e arrivando a Kantor), riesce a tramutarsi in poesia e dunque in forma artistica pura.

Andrea Pocosgnich

visto il 25 aprile 2010
al Teatro Palladium [val al programma 2009/2010 del Palladium]
Roma

Leggi altre recensioni su Pathosformel

Leggi l’articolo di presentazione

LA PRIMA PERIFERIA
di
Daniel Blanga Gubbay, Paola Villani
e con
Simone Basani, Giovanni Marocco
produzione
Pathosformel/Fies Factory One
coproduzione
Centrale Fies, Operaestate Festival Veneto, UOVO performing art festival
con il contributo di
Ufficio Promozione Giovani Artisti del Comune di Bologna
con il sostegno di
Teatro Fondamenta Nuove (Venezia)
in collaborazione con
Teatro Franco Parenti-Progetto Residenze
TEATRI DEL TEMPO PRESENTE – L’ETI Ente Teatrale Italiano per le nuove creatività