Kin Keen King: ecco le creature mostruose dei visionari Dewey Dell

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Nella notte tetra e nebbiosa, nel cortile di un palazzo neoclassico, forme mostruose prendono vita dall’ombra per occupare la scena di Kin Keen King, secondo spettacolo della giovanissima compagnia Dewey Dell. Estrapolate da incubi infantili, queste creature assumono le forme di cartoon gotici, personaggi effimeri dotati di proprie caratteristiche peculiari i cui tratti figurativi quanto psicologici, sembrano rimandare immediatamente all‘estetica degli animae giapponesi. La prima creatura è un’ombra nera, snella, che si porta appresso una testa gigante, pesante e rotonda; una sorta di E.T. il cui lamento si trasforma in danza e risuona come un richiamo verso i suoi simili. Che appaiono, al soffiare imperterrito del vento, come maschere indiane, figure piene di aculei luccicanti, e mettono in scena una sorta di danza della pioggia. Ogni creatura segue i movimenti a lei più consoni, in bilico tra la dolcezza e il terrore, esplorando l’energia repressa della notte.

Dopo il fresco, esuberante ed energetico à elle vide, Dewey Dell ritorna in scena trasformando il teatro in un mondo destinato alla più innocente immaginazione, una dimensione sognante in cui veri e propri organismi possano prendere vita. Eppure, al contrario del precedente spettacolo, la visionarietà dei membri del gruppo sembra rimanere amputata da una scenografia imponente ed incapace di instaurare un vero e proprio rapporto con le figure ospitate al suo interno. Le tre facciate del palazzo che circoscrivono lo spazio scenico rimangono in penombra, come immagine meravigliosa ma priva di alcuna relazione con i caratteri messi in scena, sfondo di una vignetta immobile sulla quale le figure mostruose si disegnano e si cancellano continuamente, catturano lo sguardo dello spettatore e poi lo abbandonano, incapaci di comunicarsi completamente.

Cosa vogliono queste creature dal pubblico? Qual è la loro vera natura? Le vignette di Kin Keen King sembrano non voler svelare nulla, rimanere opache e velate come a trattenere una sorta di segreto, eppure, proprio per questo, incomplete e irrisolte. La dimensione musicale è ambigua, talvolta didascalica, talvolta addirittura eccesiva in relazione al contesto e ai movimenti messi in scena.
Così lo spettacolo appare come una tavola di presentazione di vari caratteri, uno story-board ancora da sviluppare e del quale è possibile apprezzare soltanto lo sfarzo e l’infinita bellezza dei costumi indossati dai performer.

Matteo Antonaci

visto il 25 aprile 2010
al Teatro Palladium [val al programma 2009/2010 del Palladium]
Roma

Leggi l’articolo di presentazione

Comments
  • serena 1 maggio 2010 at 21:39

    trovo questa ciritca interessante, in quanto concorde con il mio pensiero. Potevano fare di meglio visto il precedente lavoro, i mezzi e gli aiuti che hanno a disposizione.

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