Fibre Parallele ancora in scena con Mangiami l’anima e poi sputala a Foggia e Venezia

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La recensione dell’ormai classico lavoro della giovane compagnia barese, pubblicata in occasione delle repliche del Teatro dei Limoni di Foggia e del Teatro Fondamenta Nuove

Noi. Che abbiamo visto Babbo Natale accendersi sigarette ai Grandi Magazzini, farsi le foto con la barba nera sotto a quella bianca d’ordinanza. Noi che l’abbiamo visto vendere panettoni e divani, nelle tv col numero in sovraimpressione. Noi che Babbo Natale o Dio è la stessa cosa. Noi che con l’illusione siamo cresciuti e ci abbiamo scambiato un fede. Noi siamo andati a vedere le Fibre Parallele Licia Lanera e Riccardo Spagnulo, portare in scena il loro vecchio Mangiami l’anima e poi sputala, tratto dal romanzo omonimo di Giovanna Furio.

Una donna, una donna del sud, in catena prega nel rosso tenue di un sentimento nettato dall’incuria, ma un giorno vede la sua fede materializzarsi, mostrarsi com’è veramente: il Cristo scende dalla croce e appare com’è, cosa sarebbe oggi, un extracomunitario un po’ scarso di eleganza e un po’ piacione. Tema fondante è dunque l’ipocrisia della fede e l’iconizzazione pop dei suoi altari: la dispersione di senso del sacro, vissuto con una sciatta ripetizione della manifestazione fideistica, non è come a prima vista può sembrare un discorso anticattolico, anzi, l’esatto contrario, il tentativo cioè di recuperare la bontà intima che si rovina in superficie; la carta vincente è la figuralità espressiva del testo: ecco allora che seguire l’esempio di Gesù oggi diventa imparare i suoi passi di aerobica, rispecchiarsi nella figura della Vergine diventa specchiarsi nel suo ritratto cercando segni di sé, acconciati all’apparire, come le ragazze guardano le veline in tv.

Licia Lanera e Riccardo Spagnulo – trascinanti in scena lei con la sua fisicità prorompente, lui da contraltare incavato in sé – disegnano così una drammaturgia, su testo letterario, di ottima fattura, fresca e potente, portandone in scena uno spettacolo abbastanza felice. Soltanto qualche difetto di gioventù sulla lunga distanza, quando si svela il gioco e si inceppa il meccanismo semantico che non ha più da dire: in quel momento, e cioè da metà-tre quarti spettacolo ed esattamente nel punto in cui si incagliano molte drammaturgie, si avverte una stanchezza fisiologica, imputabile credo alla minore maturità di uno spettacolo, uno dei primi loro lavori, ormai vecchio di qualche anno.

L’idea pertanto piace e la realizzazione è convincente, anche se non del tutto: questo Cristo un po’ uomo del sud, con i piedi sul tavolo e la canottiera, un po’ il Raz Degan della pubblicità dell’amaro che non beveva prima e non ne sapeva il perché, non lasciando neanche la minima possibilità di domandarglielo, in fondo non è che un uomo, di quelli che le donne allontanano fino a desiderarli fortemente: così se Gesù è figlio di Dio, che ci ha creato a sua immagine e somiglianza, allora è lui veramente il primo uomo. Forse l’unico. Quello che non deve chiedere mai.

Simone Nebbia

in scena
10 e 11 aprile 2010
Teatro dei Limoni
Foggia


22 aprile
2010
Teatro Fondamenta Nuove
Venezia