Dies Irae: Teatro Sotterraneo e la perdita di senso in cinque episodi

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Probabilmente quando arriverà il giorno del giudizio ce lo aspetteremo comodamente seduti in poltrona, davanti la tv: se ci sarà il conto finale che ci imputerà la morte del mondo naturale, di sicuro sarà trasmesso in diretta in ogni angolo della galassia e ce la vorremo gustare senza pensare che forse, questa ricerca di una misura nelle responsabilità, riguarda anche noi. Tutto questo perché il nostro obiettivo è guardare, siamo noi che vogliamo ora giudicare i buoni e i cattivi, quel giorno dissolverà il mondo e il cielo oscurerà. Ma sarà per mano nostra. Questo scenario si articola sul fondale di questo notevole Dies Irae. 5 episodi attorno alla fine della specie, nuovo lavoro di Teatro Sotterraneo.

Il valore più grande è la proposta, il tentativo di coinvolgere nel dibattito; questo stimolo alla riflessione è un tema caldo che propone una coscienza del loro gesto, della loro costruzione semantica, oggi che invece la creazione artistica ha così poco da offrire alla collettività e invece si chiude nella fiera autoreferenziale. Tutto questo avviene perché il loro obiettivo è il gesto quando è capace di significare: in questa direzione conducono uno spettacolo capace di snidare la polvere dagli angoli delle nostre convinzioni, stimolando la rinascita di vari gradi di coscienza.teatro-sotterraneo-dies-irae-1 Per fare questo si servono del contatto diretto: i cinque episodi hanno un legame forte che attiene alla prevalenza dell’immagine sulla realtà, della rappresentazione che sostituisce l’originale, così vanno alla ricerca di questa impressione primigenia nella connessione fra loro e il pubblico. Fra uomini e uomini.

Prima materia è la morte: su una parete di sangue in cronaca diretta dipingono una guerra e il suo prodotto, poi ci mettono la firma come opera loro, non d’arte ma di morte; dopo il crimine in termini giornalistici viene raccontato mentre gli altri ricoprono la scena, finché il crimine di fronte a chi ascolta non esiste più. Poi il “cosa sarebbe accaduto se”, gioco che diverte storici esperti e cineasti (il Tarantino di Inglorius Bastards) e che pone di fronte inquieti interrogativi: chi avrebbe saputo uccidere Hitler in culla ed evitare tutto quel male? Ancora la musica che è sempre radiofonicamente “il prossimo pezzo”, ma sempre lo stesso (Hallelujah di Leonard Cohen), di diversi interpreti: la canzone non ha più senso di per sé, per il sentimento che provoca, ma per la categoria che rappresenta. I sentimenti e le parti del corpo sono ritratti in foto, segno della loro esclusiva mostra, in luogo del reale accadere che si riduce imitazione. Gli oggetti tecnologici usati per dire sono conservati come reperti del crimine nel classico sacchetto di plastica, come se dire non fosse immune da colpe ed esso stesso un crimine. teatro-sotterraneo-dies-irae-2Infine le sette vecchie meraviglie del mondo, ridotte in polvere nei sacchetti, come le nuove appena decretate, mi dice chiaramente che è perduto il senso della bellezza, che alla nostra percezione la meraviglia non sia che un cumulo di macerie, sparisce non solo la meraviglia ma quel che ha avuto significato nella storia, dichiarandone la fine. Ognuno dei temi affonda nella distrazione coatta che inforca il suo contrario, la comprensione, rendendola inefficace.

Tutto per dire di quest’opera efficace, che vederla è altra cosa, che è una progressiva perdita di senso, un viaggio al centro del mondo per vedere qual è la consistenza della sua evoluzione, e magari capire se c’è un elemento che lega a questa anche la nostra. Ultima immagine è su sfondo scuro, luci basse, da vecchi vagano con un bastone per sorreggersi, cospargono di sale quello che è stato, nella vita e in questo spettacolo, sulla ferita che brucia, sulla storia che non rimargina.

Simone Nebbia

visto il 23 aprile 2010
al Teatro Palladium [val al programma 2009/2010 del Palladium]
Roma

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