Al Duncan 3.0 scoprendo i Fratelli Broche

lo-schiaccianoci-dei-fratelli-brocheÈ un piacere la scoperta, è un piacere trovarsi seduti insieme ad una manciata di altri spettatori in un posto confortevole lontano dal giro dei soliti appuntamenti, dove non si conosce nessuno e ogni stretta di mano è un guadagno. Dove l’ambiente si struttura nelle mille declinazioni laboratoriali del teatro-danza, dove di aperture serali se ne fanno solo un paio al mese, all’interno di rassegne rigorosamente dedicate ai giovani artisti, e in quelle serate, forse proprio perché centellinate con la parsimonia artigianale di un rito tutto casalingo, il rischio di scoprire qualcosa di toccante è altissimo. Al Duncan 3.0 troverete i sorrisi di Daniele Sterpetti, Azzurra De Zuanni e Ilaria Di Stefano che quel posto lo hanno tirato su con le proprie mani e se sarete pazienti e fortunati vi porterete a casa qualcosa di più del solito “teatro”.

E quello che è successo un paio di sere fa quando, nello spazio polifunzionale (e semovente nella propria articolazione tanto da essere diverso ad ogni evento), mi sono imbattuto nei Fratelli Broche, factory artistica di Bologna (oltre che coppia di commercianti di antiquariato vintage, cosa determinante tra l’altro nell’impatto visivo dei lavori) ospitata nella quarta tappa della rassegna  Cronicamente.

fratelli-brocheDuo artistico coraggioso i Broche, e infatti difficilmente avrebbero trovato spazi migliori dell’altrettanto coraggioso Duncan, al punto di proporre già una retrospettiva del proprio lavoro. Indissolubilmente legato al proprio stile di vita, che li ha portati a vivere fondando il loro concetto di famiglia su questo way of life, l’atto artistico dei Broche si articola a partire dalla visione, al pubblico infatti è visibile prima una videoinstallazione poi, sul fondale della scena che in seguito ospiterà la performance dal vivo, due video. Sono questi a precedere e introdurre il pubblico nel visionario universo immaginifico del duo bolognese.

Nella videoinstallazione Richiamo all’ordine (a cena da nonna) l’episodio descritto da Stanislavskij, nel quale gli allievi si ritrovano a cena nella casa di un celebre attore dell’epoca e di fronte al grasso tacchino immaginano di sezionare la struttura drammaturgica come si farebbe con il volatile,  si deforma diventando metafora surreale della “decadenza della società contemporanea con una patina di glamour”. La cena si trasforma in una cena funebre e i due figli sono i testimoni di un voluttuoso rito sul desco della morte. Così anche gli accessori al lato del monitor, esteriori feticci (come dei maialini in plastica) da orazione funebre pop, sono prolungamento fisico e rimando semantico al contenuto poetico dello schermo, sono pregni di morte, ricordi di un’infanzia svanita.

Ma questo sentimento di fine, espresso nel rosso copioso del sangue di morti perpetrate con violenza sembra essere lo stadio ultimo di una vita che deforma le proprie logiche e forme. La morte è presente in entrambi gli episodi del video Lo Schiaccianoci dei Broche, dove aldilà dei significati (numerosi segni si rincorrono nell’estetica di una ricerca del surreale come pratica ironica oltre che visiva e narrativa) quello che ci rimane, e presente anche nella performance eseguita dal vivo, è un insieme di personaggi che mostrano il vuoto dell’umano: aristocratiche in pelliccia, giovani dalla pelle liscia e risplendente, vecchie megere con giacca stivali e frustino militare, bicchieri di cristallo, tovaglie ricamate, azioni logiche che diventano senza senso in una ambigua ripetizione. Nell’estremo abbraccio della coppia, l’amore e la morte sono la stessa cosa, nell’eterno ritorno che va dal tennis raccontato in un diario di inizio secolo fino al glamour di Ken e Barbie che ballano la techno.

Andrea Pocosgnich

visto l’11 aprile 2010
Duncan 3.0
Roma

Retrospettiva
Fratelli Broche
Una performance
due video
Una videoistallazione