Una pioggia di sole, sul terzo giorno di Vertigine

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Fibre parallele – Mangiami l’anima e poi sputala

Giornata di sole, e la tangenziale libera. Oggi vado in macchina. Tanto vado presto e Roma-Milan c’è in serale. Io mi muovo prima. Invece appena arrivo mi trovo in fila, appena dopo la rampa di discesa. Mi dico e va bene, ci saranno altri concerti all’Auditorium, in fondo è sabato. Così mi infilo nel flusso dopo aver parcheggiato in una scatola di formaggini. Quando però entro dove stiamo a fare il teatro, mi accorgo che non è così: di gente ce n’è tanta, certo non come allo stadio oltre il fiume, ma questo è pubblico, bellezza, dico all’amico collega con cui entro in sala.

Pare che il teatro italiano, per alcuni, si sia fermato al Triveneto, una volta era in Emilia Romagna, di sicuro da Milano non s’è mai mosso. E che siamo nell’impero asburgico? Oggi la Sissi di turno sarebbe andata sposa a Franco Quadri, nella splendida cornice di Dro…poi guardo il programma e vedo che, stando ad oggi, sembra fuggire dal Nord-Est lungo l’Adriatica, fermarsi a Foggia, poi Bari, fino a Taranto: inizio fulminante quello di Fibre Parallele, da Bari, in scena Licia Lanera e Riccardo Spagnulo; il loro Mangiami l’anima e poi sputala ha una forza viva, materica, una genuinità terragna che lascia intatta l’intima necessità di quel che fanno; giocano con la deriva della religione, al punto di scendere Cristo dalla croce perché qualcosa, nella percezione del suo ruolo, dev’essere sfuggita ai più; così sarà una donna a viverne l’apparizione e a raccoglierne una stramba testimonianza. Il cortocircuito autostradale, nel programma, porta prima a Taranto da Alessandro Langiu e Peppe Voltarelli, l’uno di parola l’altro di chitarra, a raccontare il loro Angolo somma zero, triangolo dei veleni tra Puglia e Basilicata; la sua è una narrazione pura e, direi, necessaria, che va a mediare la ricerca territoriale e cronachistica con il tessuto aggrinzito e vivo della canzoni di Voltarelli.

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Alessandro Langiu – Angolo somma zero

Quando vado a vedere I will survive, dei milanesi Garten/Giorgia Maretta e Andrea Cavallari, la partita all’Olimpico è già cominciata, ma lo spettacolo è sicuramente più avvincente, a quanto mi dice uno steward in divisa che ha buttato un orecchio alla radiolina: è un lavoro che muove da una scenografia di riciclo, una ziggurat di cartoni che costruiscono pian piano, finché un potere si innalza in cima e domina anche noi, che stiamo guardando; la qualità polisemica è davvero vivace, dinamica, stimolante il gioco a edificare un potere costruito su un materiale riciclato e così fragile alla corruttibilità; forse mi aspettavo un finale diverso, che non svelo, forse qualcosa che non avrei previsto, ma la resa è decisamente convincente. Zero a zero, il primo tempo. Partita scialba, poche emozioni. L’Adriatica mi riporta a Foggia, poco dopo. Ci trovo Gaetano Ventriglia e il suo Otello alzati e cammina, la vita secondo Iago, e quindi secondo la vita, mi dico; il classico per le mani, la voce di Ventriglia, è per me sempre un’emozione di cui so scrivere appena, mai preciso il mio racconto; è come se mangiasse il testo e lo risputasse organico, come se non ci fosse barriera ma osmosi alla sua intimità che corrompe il testo shakespeariano di una poesia altra; di fronte alla giuria straniera dialoga come fossimo in un bar di San Severo, traduce in un «fogginglese» tutto suo parole che non hanno tempo, e allora perché dovrebbero subire lo spazio. Mia sorella dallo stadio mi dice che se non giocavano era uguale. E vabbè, potevi venire a teatro allora. Magari faceva in tempo a tornare al nord e vedersi Cosmesi e il loro Periodonero, Eva Geatti e Nicola Toffolini creano, le ombre eseguono e seguono una deriva inevitabile: quel che fanno è già segnato dalla partita videogame giocata all’inizio: uno vince, l’altro perde. È così. Prendere o lasciare. Così la reiterazione stimola l’inverso, ossia l’esclusivismo dell’esperienza umana. Tuttavia, pur se il mezzo mi interessa, e molto: l’efficacia dell’ombra nel raccontare la gravità della luce, il senso nell’ombra che sconfessa l’abbaglio della luce piena, paradosso più vicino a una verità coerente con il succedere degli eventi, minore invece mi pare l’impatto di una drammaturgia cui riconosco un impegno a voler cercare una strada, ma che la trova su terreni già male battuti e con un qualcosa di retorico che recide uno spettacolo in cerca di completezza espressiva.

Esco dalla sala. Ho un po’ freddo che a quest’ora è umido, da queste parti. Mi ricordo del cappotto lasciato al guardaroba. Torno con la mia tesserina. È rimasto solo il mio, o quasi. Al bancone laccato una ragazza dai capelli neri, gli occhiali e l’aria stanca mi aspetta. Le do la tessera, fa gesti usati, anche le parole, quante volte le avrà dette oggi. Torna con il cappotto, io lo prendo e lei incomincia a dire: “io l’avevo detto che stasera non ce la facevo…non era nemmeno il turno mio…m’ha fatto stare qua ed ecco il risultato…”, come? Lo sfogo della hostess! La guardo interdetto della sorpresa. Passa qualche secondo, ma interminabile, prima di accorgermi che sotto il bancone c’è qualcuno, che le ha fatto il gobbo tutta la sera, adesso se ne prende lo sfogo in silenzio. Rido come un matto perché credevo parlasse da sola…la guardo, le chiedo scusa ma sono felice, rido e rido, non mi fermo più. Ma tu guarda, penso, tre giorni di festival che non sai come chiudere, come dare il senso di tutto, e alla fine fuori da una sala, come per miracolo, magia del teatro, la migliore performance che potesse. L’avessero visto i giurati, non avrebbero avuto alcun dubbio: premio produzione allo spirito italiano, quello che fa teatro, senza rendersene conto.

Simone Nebbia

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