Su Angelica di Andrea Cosentino: se la realtà riprodotta è di per sé stessa mistificazione

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Io sono cresciuto con mia nonna materna, tornavo da scuola da solo, a otto anni, e la trovavo davanti alla tv a vedere telenovelas. Io sono stato testimone, lo ricordo come oggi, della prima puntata di Beautiful. Evento vigoroso della nascita del contemporaneo. Però diciamo che, da donna di campagna inurbata negli anni Sessanta, con un rapporto pari a zero con i divertimenti e la qualità ludica della vita, mia nonna in tarda età aveva scoperto il potere dell’immagine, recuperando in maniera fulminea sulle sue coetanee già in stadio avanzato: le vedeva tutte, dalla mattina alla sera. Quando arrivavo io le sudamericane andavano in pausa, sarebbero tornate attorno alle cinque, il primo pomeriggio erano Quando si ama, Capitol, Santa Barbara, Sentieri. Il primo Beautiful irruppe su di lei con l’effetto di uno tsunami, diciamo che il cut di montaggio sulla sua vita, in quel momento, intervenne con decisivo effetto: mia nonna iniziò a impazzire e confondeva storie, personaggi, Beautiful fu la goccia del vaso pieno, il moto dell’onda, esplose mia nonna e la sua percezione. L’abbiamo disintossicata poi, negli anni, a suon di messe cantate e fiction di Padre Pio.

Il realismo si copia, ma la realtà si produce”. La poetica di Andrea Cosentino è espressa da queste parole, tratte dal testo di Angelica, con una straordinaria efficacia: la realtà riprodotta è di per sé stessa mistificazione, è ricerca di senso oltre il senso intimo, senso tradotto potrei dire, è il tentativo di far coesistere atto e potenza, nel momento in cui il pensiero si fa azione, la realtà si vivifica a del tutto nuova esistenza; il realismo ne è la reiterazione sbiadita, realtà senza spessore espressivo, sagoma senza rilievo non tangibile, piatta alla percezione. La realtà si produce perché l’immagine ne ripete i canoni e ne crea una nuova, allora forse accettarla è il primo passo per poter dire qualcosa in più, potersi spingere a svelare i cardini della rappresentazione e rinnovarne significato: è così che nasce Angelica, dal potere dell’immagine e dal legame che ha con la morte. Ricordo qualche corso di antropologia culturale in cui si raccontava di indigeni amazzoni atterriti dalla fotografia, il concetto di riproduzione entrava nel loro animismo con una potenza eccessiva: l’immagine ricrea, produce nuova realtà, provoca un cortocircuito frastornante perché supera i limiti del significato, si può ad esempio morire più volte, come capita ad Angelica protagonista della telenovela culto, muore dalla mattina alla sera in casa di una vecchietta, affittata dalla produzione, vecchietta che sarà prima spettatrice della realtà – ossia la regia di un film – poi spettatrice della sua rappresentazione – la novela già montata e confezionata vista dallo schermo della stessa sua casa.

Pier Paolo Pasolini alla cui morte è dedicato questo spettacolo, nelle sue Osservazioni sul piano sequenza in Empirismo eretico, sostiene che “la morte compie un fulmineo montaggio della nostra vita” allo stesso modo di come il montaggio interviene sul materiale cinematografico; in questa maniera la comunanza dei due mezzi, ad operare sul materiale vivo e vivente, è decisiva: laddove il cut di entrambi compie un atto sempre violento di sintesi, paradossalmente si sta creando nuova vita, nuovo senso, perché se in sala di montaggio si avrà la versione sgrossata e addomestica della materia, per una migliore comprensione, ossia il film, allo stesso modo la morte netta la sequenzialità umana di ciò che all’apparire è superfluo, dà il conto e la misura, di una intera vita. Il senso della morte in Pasolini, dunque, si svolgeva lungo questa linea segmentata: ogni stacco una cesura, ogni cesura una morte. Si può morire più volte, allora, come Angelica, come tutti.

Questo spettacolo è del 2005. La sua costruzione ha avuto un rapporto con la morte più intimo che in altri tempi: così vivo il ricordo dello Tsunami in Indonesia, onda anomala che da quel momento ha preso lettera maiuscola. Ho provato a rivedere i video, oggi, al ricordo stimolato da Cosentino, la ragazzina accanto alla madre e l’onda che travolge, la famiglia che realizza che “non c’è tempo di fare un video” e bisogna scappare sulle colline, dichiarando dell’immagine l’incapacità a raggiungere la vita reale, l’uomo in bilico a fare foto in mezzo a un piccolo atollo che sta per essere risucchiato, l’ultimo, che si chiama «l’uomo che ha filmato lo tsunami», ed è il ricordo sugli stessi luoghi di quel ragazzo che ha fermato la storia, perché io ne tragga un racconto. Insieme a questo un inspiegabile senso di esaltazione, di esistenza compresente, un conturbante strano sentimento di essere nell’incandescente accadere di mondo, adrenalina e decadenza, ovverosia, il senso della morte. La devastazione dell’onda, il dolore disumano e insieme umano, finiti negli interstizi dell’immagine, nel taglio di montaggio.

Simone Nebbia
visto al Teatro San Genesio
Roma, Marzo 2010

Comments
  • Daniele Timpano 10 marzo 2010 at 17:04

    Uno spettacolo che qualche operatore e qualche critico ha anche criticato con qualche sufficienza come un non abbastanza compatto buon prodotto.. come una ripetizione di cose già fatte da Cosentino etc…
    son critiche che da sole già meritebbero la messa al bando della critica (o dei critici).
    Per una volta (non l’unica, eh!) bravo Nebbia!

  • Simone Nebbia 11 marzo 2010 at 12:23

    …arrossamento semivergognoso in diretta…grazie caro…

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