Quattro atti profani: Malosti e l’umanità abbandonata di Tarantino

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Il rudere di una vecchia cabina telefonica incastonato in una collina è pieno di cianfrusaglie e vestiti, dietro la formazione collinare, sorta in piena città sotto a due pali della luce come un’eruzione nella cute infetta di questa Torino abbandonata, si scorgono dei materassi accatastati. Sul fondale circolare, la realtà fotografica di una discarica sotto un cielo apocalittico suggella il senso di abbandono di questo paesaggio nel quale si erge una croce con la pagana scritta INPS.

Non si può non cominciare dalla scena per raccontare i Quattro atti profani messi in scena dal neo Premio Ubu alla Regia Valter Malosti al Teatro Eliseo. Determinante, come vedremo, soprattutto nell’interpretazione/costruzione del proprio monologo. L’abbandono e la solitudine dei personaggi tratteggiati con arte e passione da Antonio Tarantino all’inizio degli anni ’90 in quattro separati tesi poi riuniti dall’editore sotto il nome che anche Malosti ha usato per lo spettacolo, è in ogni dettaglio della scenografia creata da Botto e Bruno, ma soprattutto è nel grigiore di una collina-golgota dalla quale sbucano i personaggi come fossero le Winnie di turno. In questo purgatorio senza scampo si muovono i protagonisti di Stabat Mater, Passione secondo Giovanni, Vespro della Beata Vergine, Lustrini, qui ogni giorno muovono i passi verso una passione laica senza redenzione.

Dalla cabina telefonica-sgabuzzino esce Maria Croce, una Maria Paito esuberante nei toni e nelle espressioni e dalla fantasia recitativa incontenibile per ritmi musicalità e colore dialettale, il suo è il primo monologo. Maria fa la prostituta e vende improponibili vestiti sgargianti che forse ha il coraggio di indossare solo lei, immigrata dal sud è diventata ragazza madre, ha un orologio Omega “originale, non quello dei marocchini”, passa il tempo a convincere se stessa e gli altri delle proprie capacità nel far crescere il proprio figlio, ma ora questo è in carcere, urla ai quattro venti elogi alla propria avvenenza quando invece è costretta ad affidare a vesti e parrucche la propria riconoscibilità, nel suo mostrarsi, nel suo parlare c’è una forza che però non nasconde l’incapacità che tutti questi personaggi hanno nello stare al mondo, anche lei nonostante la sua baldanzosa ironia rimarrà sola.

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La solitudine è una naturale costante nei 5 caratteri creati da Tarantino. Anche il folle interpretato da Malosti in una perfetta stilizzazione onirica è rimasto fulminato dalla vita, ora non ha più nessuno e amleticamente si aggira nel suo Getsemani credendo di essere Cristo, è arrivato al traguardo dell’illuminazione dopo una vita tra medici, ospedali ed elettroshock. È qui che più è giustificato il premio Ubu alla regia, l’artista torinese infatti non solo si ritaglia un’interpretazione personalissima ed efficace, ma crea un vero e proprio ambiente sonoro intessuto sulla follia del protagonista, rumori dell’ambiente cittadino, degli uffici dell’Inps, cori da cattedrale e voci celestiali si mescolano ad improvvisi elettroshock che come fulmini attraversano il palco, tessendo insomma un eterogeneo tappeto sonoro all’interno del quale si inserisce il cadenzato monologare dell’attore.

Ma solo rimane anche il padre interpretato da Mauro Avogadro al quale forse è affidato il più difficile delle creazioni tarantiniane per il distacco con cui si staglia rispetto agli altri, per il cambio di registro che in questa parte si impone. È un padre che piange il proprio figlio, ma finisce per piangere se stesso anche perché quello che spunta dalla collina su un lettino da ospedale, coperto da un velo, non è un cadavere in carne e ossa, ma un manichino, la solitudine è insomma anche oltre la morte.

Nella totale assenza di azione e di curve drammaturgiche, il palco è solo un posto dove questi personaggi abbandonati da tutti possono raccontarsi o meglio mescolare in un unico e debordante atto verbale i dolori del proprio passato sofferente e l’inutilità del presente inteso solo come lamentazione nei confronti del prossimo, dove ad esempio un’immigrazione, a loro dire, fuori controllo è una delle principali cause del malessere che li attanaglia, dove l’assenza di rapporti umani ha tra le conseguenze più “empie”, il manifestarsi di una sessualità vissuta in maniera ossessiva e al tempo stesso negata

Tutto ciò è ben riassunto nell’ultimo atto, quello di Lustrini e Cavagna, i due vagabondi aspettano un ricco professore per spillargli dei soldi. Il primo, iconoclasta incontro tra un barbone e una ballerina sia per carattere che per resa visiva, se ne va in giro con una falce e martello cucita sul petto, simbolo di un’infanzia vissuta in un’orfanotrofio dove i preti cileni oltre ad iniziarlo ai piaceri della carne gli impartivano improbabili lezioni di marxismo e fede cattolica, Pirrello disegna qui un personaggio estatico che danza sulla scena diventando quasi un compagno onirico di Cavagna, il suo monologo finale, recitato sulla croce con una leggera cadenza siciliana è uno dei punti più alti dello spettacolo. Il secondo, Cavagna, ex re del biliardo, è interpretato da un Michele di Mauro, come sempre, all’altezza del ruolo, il suo multiforme registro vocale ben si adatta a un personaggio, duro, rude e poetico, capace di raccontare furiose storielle di sesso e al contempo immobilizzare il tempo e il senso con battute come “Ma che cazzo è mai morire, Professore”.

Andrea Pocosgnich
redazione@teatroecritica.net

in scena
dal 2 al 14 Febbraio 2010 – ore 20,45 – domenica ore 17,00
Teatro Eliseo [vai al programma del Teatro Eliseo]
Roma
durata: 2’h e 40”

Leggi l’articolo di presentazione con il cast completo e il video trailer dello spettacolo

Prossime date:
17 – 21 marzo 2010 / Perugia – Teatro Morlacchi
24 – 28 marzo 2010 / Genova – Teatro Duse
30 marzo 2010 / Lumezzane – Teatro Comunale Odeon