L’Antigone dei Motus: nel fuoco della ribellione

motus-antigone“devo prendere tempo prima di iniziare”,
“prendo il casco, metto il casco, corro, non devo partire troppo veloce”.

Sono sospiri le parole che Silvia Calderoni (premio Ubu per il 2009 come miglior attrice under 30) e Benno Steinegger soffiano a loro stessi, con meticolosità preparano la performance, abbozzano movimenti, ripercorrono la drammaturgia mentalmente immaginando lo spazio, disegnando le traiettorie. Sono già lì i due dei Motus quando il pubblico inizia ad entrare nell’ex-bocciofila, si sono presi tutto lo spazio coperto dell’Angelo Mai per il Antigone contest °1 Let The Sunshine, solo due giorni e infatti i posti disponibili sono tutti occupati.

Due blocchi di sedie, uno di fronte all’altro in un’impostazione dello spazio scenico (e drammaturgico) volutamente speculare, le due platee stanno al centro della sala, l’una guarda l’altra come la Calderoni guarda Steinegger. Tra i due blocchi c’è poco spazio, i due attori lavorano ai lati, dobbiamo fare uno sforzo per seguirli, dobbiamo voltarci a destra e a sinistra per seguire prima l’azione di uno e poi quella dell’altro, oppure ognuno può scegliere decostruendo la scrittura scenica di Enrico Casagrande e Daniela Nicolò per ricreare uno spettacolo fatto di frammenti, di piccole azioni.

Sin dall’inizio siamo consapevoli, come pubblico, del nostro ruolo. Una volta seduti lì in mezzo ai due fuochi, all’interno del conflitto, non si può scappare, le nostre teste sono sulla traiettoria degli sguardi. Bastano pochi minuti, mentre i due scaldano voce e muscoli, per capire che noi saremo il coro silente di questa Antigone.

“Antigone ma tu sei felice? Io no”, i fratelli si parlano, gli attori raccontano il proprio teatro. “io sono Antigone e vaffanculo!” urla la Calderoni aprendo le braccia a dieci centimetri dal pubblico”. L’affanno, i respiri dei due attori sono veri, li sentiamo vicini nell’amplificazione dei microfoni plasticamente applicati alle gote, siamo vicini a Silvia quando lancia un fumogeno, guardiamo con attenzione a Benno che prende una bandiera e gli da fuoco. Poi torniamo anche noi ad analizzare oggettivamente l’evento, è la Calderoni a portarci via dal pathos: “Quando un attore crea una figura potente raddoppiarla è sempre un pericolo”.

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Ma l’Antigone nel suo mito racchiude un’analisi deflagrante delle dinamiche che sono alla base dell’eterno contrasto tra la morale umana e la ragion di stato, la prima rappresentata dalle nuove generazioni, la seconda da coloro che non essendo più giovani non possono far altro che difendere il proprio potere usando la legge come arma di sopruso, utile per far tacere le ribellioni del pensiero e dei popoli. E allora in questo non-luogo che è il capannone dell’Angelo Mai, abbandonato dall’umanità pragmatica e diventato luogo dell’arte che immagina, pensa e rappresenta, il salto nella realtà dolorosa e recente è inevitabile. La felpa più grande di due o tre taglie dell’inizio lascia il posto a una tuta grigia, in testa un casco, l’Eteocle della Calderoni si prepara alla battaglia. “Vergogna, assassini” urla Benno/Polinice al megafono, la frase va in loop e l’eco rimane nell’aria mentre Polinice-Carlo Giuliani muore con la faccia coperta da un fazzoletto rosso. Il riferimento è diretto, senza compromessi, senza mediazioni, ma senza costruzioni ulteriormente didascaliche e la realtà sporca con il suo sangue il pavimento dell’Angelo Mai fino a quando Silvia salendo su una scala guarda Benno dicendogli “Sei bello da quassù”, l’analisi in terza persona del mito si rioggettivizza davanti a noi. Noi che siamo ancora frastornati dalla folgorante azione precedente, noi che non possiamo fare a meno di tenerci stretti per un attimo quell’ultima immagine e farci attraversare dal pensiero degli sviluppi recenti: i torturatori di Bolzaneto salvati dalla prescrizione, tutti colpevoli secondo la Corte d’Appello del Tribunale di Genova, ma la tortura va in prescrizione e allora solo risarcimenti pecuniari.

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Con un continuo movimento oscillatorio, Calderoni e Steinegger, entrano ed escono dal dramma dandoci la possibilità di pensare, di analizzare, di costruirci un nostro punto di vista, di provare a dare una risposta ai loro quesiti. E la scena grondante realtà di poco prima raddoppia la propria forza metaforica se nella sua costruzione si riparte da Brecht, in quell’Antigone è Creonte (dunque lo stato) a uccidere Polinice.
Noi spettatori siamo in mezzo a tutto questo, sentiamo il pianto di Silvia/Antigone più commovente di un pianto vero, avvertiamo la tensione, la forza di un linguaggio teatrale vivo, di una performatività esplosiva e allora non potremo far altro che alzarci quando la Calderoni ce lo chiederà. In un attimo assistiamo al sacrificio ultimo ma senza eroismi, come fosse una cosa naturale, come atto di ribellione imminente e necessario Antigone crea una bara con quello che trova, la scala, il sedile di un’auto, le nostre sedie, poi aggiunge un estintore e l’immagine si fa di nuovo metonimia dei fatti di Genova. E riaffiora il quesito che si era posto Benno Steinegger all’inizio dello spettacolo: combattere o disertare? Parte della risposta i Motus la danno nel finale con “Let the sunshine in” urlato all’esterno della struttura, di fronte a un microfono in fiamme ed a un pubblico che infreddolito, consapevole di aver assistito a qualcosa di unico, sussurra il canto liberatorio con gli attori.

Andrea Pocosgnich
redazione@teatroecritica.net

visto il 6 marzo 2010
Angelo Mai
Roma

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LET THE SUNSHINE IN (antigone)contest #1
ideazione e regia Enrico Casagrande & Daniela Nicolò
con Silvia Calderoni e Benno Steinegger
drammaturgia Daniela Nicolò
ambito sonoro Enrico Casagrande
direzione tecnica Valeria Foti
produzione Motus
con il sostegno di L’Arboreto- Teatro Dimora di Mondaino, Festival Magna Grecia ’08, Festival delle Colline Torinesi, Progetto G.E.CO – Ministero della Gioventù e Regione Emilia Romagna
in collaborazione con Fondazione del Teatro Stabile di Torino