Incubi del Teatro delle Apparizioni

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Gli incubi sono sogni al contrario. Sono presenze oscure di una notte da rendere meno buia. La notte è una cellula che accoglie a distogliere, chiama nel suo tessuto come in un sentiero fra i rami degli alberi, come quei fumetti di rami ondulanti che sembrano tante mani ad afferrare, così l’incubo si prende i sentieri della notte, dall’alto come mani ossute e grinzose. Dietro questo sentimento, gli Incubi. L’età dell’incertezza di Fabrizio Pallara, regista del Teatro delle Apparizioni, in scena per le presenze di ottimo effetto di Paola Calogero, Valerio Malorni, Maria Zamponi.

L’indagine di Fabrizio Pallara nasce dall’ascolto dei racconti postumi dei sogni di alcuni bambini, una ricerca in audioregistrazione, della loro percezione del giorno dopo; ne nasce uno spettacolo sulla paura, ma anche sulla distrazione nostra, ancora lontana per l’attenzione invece estrema e lineare dei loro racconti: questi bambini hanno perfettamente chiaro di cosa si stia parlando, l’elemento figurale è quasi di troppo, ma è teatro e tanto serve, pertanto ci sono maschere che non hanno contatto col volto, tre letti, tre risvegli improvvisi, mentre la qualità sonora fa emergere una tempesta fuori; questo soltanto un esempio della qualità polifonica e polisemica di questo lavoro, che si serve di elementi intellegibili soltanto perché ha bisogno di tradurre, e lo fa con il massimo della sincerità. Attorno a tutto però, da non dimenticare, c’è il tracciato del perimetro della paura, da cui non si può uscire, il sibilante freddo sudore della notte, il cubo di Rubik dei nostri percorsi dell’inconscio. Poi un valore appartiene di sicuro alla musica, la cui sensibilità disegna atmosfere che lasciano legami emozionali forti, a corroborare le immagini del miglior cinema muto, esplicitamente chapliniano e non per caso: il suo cinema sapeva davvero tradurre concetti per ogni percezione, accogliente per ogni accesso: una risata, una lacrima. Diceva spesso di sè. E tanto serviva, forse, per far passare il buio di quella notte.

Il Teatro delle Apparizioni dunque convince per questa qualità espressiva, non didascalica e decisamente evocativa: è bello il teatro intelligente, quando evoca e insieme disegna in uno sfondo velato la stessa membrana del sogno. Infine si cresce e si diventa grandi, si riesce cioè finalmente a guardare in faccia quella paura. È proprio questo a piacere, una semplicità che affonda nell’intimità e non propone nulla di banale per parlare d’infanzia, di bambini, ma con qualità deduce l’essenziale e non si fida della superficie di questa loro – e anche un po’ nostra – piccola intera vita.

Simone Nebbia
Visto al Teatro delle Maschere
marzo 2010

Comments
  • lopetta 10 marzo 2010 at 16:40

    ma di chi sono le splendide musiche dello spettacolo?

  • Cinzia 10 marzo 2010 at 16:43

    Bell’articolo sicuramente, ma siccome io credo che ci sia bisongo sempre di dare il giusto valore al lavoro di tutti mi permetto di fare un appunto: manca il nome dell’autore delle musiche(parte non marginale del progetto)…bisogna dare a Cesare ciò che è di Cesare e quindi rispetto e visibilità nella giusta misura.Il nome è FEDERICO FERRANDINA.

  • Simone Nebbia 11 marzo 2010 at 03:09

    Avete ragione…a volte facciamo questo lavoro un po’ di fretta…diamo a Cesare quel che è di Federico, anzi no, sennò si arrabbia Cesare a questo punto…

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