Amleto: il Teatro del Carretto lo costruisce come un incubo misterioso

foto di Filippo Brancoli

Testo molto rischioso l’Amleto, per qualunque compagnia: è una trappola per i registi che cercano di creare una macchina tragica senza eguali, ed è una trappola per gli attori, quelli che senza rete si lasciano cadere nell’enfasi cupa di uno dei personaggi più affascinanti della storia del teatro.

Il Teatro del Carretto, ormai tra le più apprezzate compagnie di ricerca, con sede a Lucca, rischia di cadere nella trappola. Lo spettacolo, in scena al teatro India fino al 28 marzo gira attorno a un’idea registica/drammaturgica molto precisa, anche se sicuramente poco innovativa: l’intero dramma si snoda a partire dal punto di vista centrale di Amleto, è il protagonista ad essere l’artefice, tutti gli altri personaggi sono solo dei fantocci. L’idea di Maria Grazia Cipriani (regista della compagnia) si costituisce soprattutto nella creazione di una scena/limbo, una stanza dalle pareti rosse, le mura sono fatte da teli che permettono lo sgusciare degli attori dentro e fuori lo spazio scenico. È la stanza della mente di Amleto, è il suo inconscio, è la sua loggia nera per dirla alla Lynch, è la sua personale prigione. Intelligentemente la Cipriani non forza la mano su questa idea, anzi la lascia nel mistero.

Che Il Re, Ofelia, Rosencrantz, Guildenstern e Polonio siano dei fantocci lo si evince sin dall’inizio, quando gli attori sono schierati sulla scena come fossero le pedine degli scacchi e Amleto, in ginocchio alla loro sinistra, li osserva nella replica in miniatura, la metafora è dunque presto scoperta, mentre l’angosciante motivo di Arancia Meccanica carica l’atmosfera di una incombente e improbabile “ultraviolenza”, Amleto fa cadere le statuette che ha davanti e un attimo dopo si accasciano anche i corpi in carne ed ossa degli attori.

Amleto - Teatro del Carretto - foto di Filippo BrancoliPer il resto lo spettacolo si muove su due piani: quello dei fantasmi che girano attorno ad Amleto (ottima la prova degli attori), entrano ed escono dalla scena senza risparmiarsi, lavorano sul corpo sulla voce, cercando e trovando un’alterità visiva e sonora molto interessante, data anche dal loro essere svuotati di qualunque realismo psicologico. A questa sfera dello spettacolo appartengono immagini riuscitissime come l’apparizione del cadavere di Ofelia al sollevarsi di un tassello di velluto rosso, il suo corpo è disteso dopo il furente monologo della follia magistralmente interpretato da Elsa Bossi, oppure il momento in cui Amleto può uccidere il Re mentre costui prega, geniale Giacomo Vezzani nel disegnare un Re perennemente ubriaco e sin dall’inizio infestato dalla morte, oppure la spassosa coreografia eseguita dai teschi dopo il monologo dell’essere o non essere. Poi c’è il piano interiore di Amleto, interpretato da un Giandomenico Cupaiuolo, già enfatico nell’incipit, concitato per quasi tutto lo spettacolo, piegato su se stesso in una maschera tragica che troppo poco spesso si tinge della necessaria ironia.

Ne deriva insomma uno spettacolo riuscito solo per metà, quella immaginifica, fisica, visiva dei personaggi che ruotano attorno al protagonista, ma incompleto o quantomeno da rivedere nell’approccio al testo e al personaggio di Amleto. Il lavoro è appena al suo debutto nazionale, chissà fra qualche mese.

Andrea Pocosgnich
[visto al Teatro India di Roma nel marzo 2010]

in scena ad Andria, Castel del Monte, il 30 agosto 2011

Spettacolo in nomination per i Premi Ubu 2010