Vertigine: l’opinione di Fabio Massimo Franceschelli

Quant’è difficile entrare con lucidità dentro la questione “Vertigine”. Difficile per come è stata posta nel recente dibattito, difficile per la polemica che ha scatenato nell’ambiente del c.d. “teatro indipendente”, polemica che solo in parte (forse per pudore) mostra tutte le sue sfaccettature nei precedenti interventi di Pocosgnich, Graziani, Timpano, Nebbia. Difficile infine perché un po’ tutti gli artisti che si riconoscono in questo movimento hanno inviato materiale a Vertigine, e quindi è facile supporre che dietro le lamentele più o meno sussurrate (e vi assicuro che ce ne sono tante) alberghi il livore degli esclusi. Se anche fosse sarebbe umano, io stesso ho inviato due proposte ma non sono tra i selezionati… e non è che la cosa mi abbia reso felice. Però qualcosa si può provare comunque a dire, abbiamo tutti il diritto di dire anzi, ne abbiamo il dovere.

Viviamo in un ambiente professionale molto complesso, non siamo in un regime di “separazione delle carriere” dove sono chiari e prefissati ruoli e compiti di ognuno: tra noi è problematico dire chi è artista, chi operatore, chi critico, chi politico, i confini sono sottili e forse è giusto che sia così, l’artista di ieri oggi diviene operatore, il critico è artista e l’artista critico e così via. In questa nebulosa di giudicati e giudicanti è davvero difficile resistere al sospetto che le regole non siano sempre cristalline e che le valutazioni risentano di pregiudizi, pigrizie mentali, amicizie e inimicizie. Ma d’altronde come si fa a parlare di oggettività e meritocrazia nel teatro? o nell’arte? È troppo complesso, probabilmente impossibile. Insomma, si entra nelle sabbie mobili e vi si resta inghiottiti. Allora diamo per scontato che le cose stanno così, e accettiamo questo sistema una volta per tutte. Le scelte sono per natura e statuto insindacabili e quindi vanno accettate per quello che sono, senza polemica e con rispetto. Con una sola piccola precisazione, però: insindacabili sì, degne di rispetto sì, ma sempre espressione di un’opinione, e quando sento parlare con tanta sicurezza di “lavori più solidi” o di maggiore “potenza scenica” mi permetto di dire che è una vostra, rispettabile, opinione. Non che questa mia puntualizzazione cambi nulla della sostanza delle cose, risponde solo alla mia autoreferenziale voglia di essere in disaccordo. Sapete, non sopporto il Papa cattolico figuriamoci i papi nel teatro, e il clima dogmatico che percepisco da qualche anno non lo digerisco proprio.

Piuttosto inviterei la “comunità” a riflettere non sulle scelte artistiche di Vertigine ma sul senso di un evento simile. La domanda è: abbiamo bisogno di una manifestazione come Vertigine?
Non è qualcosa che ho chiarissimo in testa, non ho certezze né ricette né alternative, però sento distintamente che così non va. Mi viene questa citazione pasoliniana: “mi trovo imbarazzato, sorpreso, ferito, per un’irata sensazione di peggioramento di cui non so parlare né so fare domande”. Peggioramento, sì. Non riesco a pensare che al peggioramento della situazione generale di fronte alla messa in scena di un agone teatrale dove 15 gladiatori si combattono al motto di “vinca il migliore”. Il concetto di “migliore” ha poco a che fare con l’arte, e l’uniformazione di certi eventi teatrali ai modelli del Grande Fratello o del festival di Sanremo mi preoccupa e mi disgusta. Un sistema basato sul “the winner is…” è indegno di chi si professa artista e da quando ho letto il bando (sarà per la mia formazione vetero marxiana) non ho potuto fare a meno di pensare ad un lancio di briciole dalla mensa di ricchi commensali, felici di assistere a 400 e passa buffi teatranti che vi si gettano sopra nella speranza che il pollice verso dei vari selezionatori non li riguardi.
Facile l’obiezione: “ti fa schifo ma c’hai partecipato”, oppure: “ti avrebbe fatto schifo se fossi stato tra i finalisti?”. C’ho partecipato, stancamente, così come partecipo stancamente un po’ a tutti i bandi e se mi avessero selezionato ci sarei andato. Chi fa teatro, regie, spettacoli, produce lavori, non si può permettere di rifiutare nessuna occasione; portare in giro il più possibile i propri lavori è per un artista un’esigenza vitale, né più né meno come lo è il mangiare per chi è affamato… pena la morte. Ma mi chiedo (e me lo sarei chiesto anche nel caso fossi stato selezionato) se l’entrare in una logica di competizione, l’essere costretti da questo sistema a porsi domande tipo “perché lui sì e io no?”, a soggiacere al rischio di invidie tipo “il mio lavoro è migliore del suo ma il suo ha vinto e il mio no”, a cedere a sospetti e rancori… mi chiedo se tutto questo serva, se sia davvero questo il modo corretto per aiutare una comunità di artisti a crescere.
Non abbiamo bisogno di competizioni ma di attenzione, scambi e confronti, e soprattutto non abbiamo bisogno della carità una tantum di Vertigine (o delle vertigini di turno). E questo lo dico anche dando per scontate tutte le buone intenzioni degli organizzatori. La lotteria di Vertigine è esattamente l’opposto di una riforma stabile e duratura del sistema. E non mi si venga a parlare di vetrina verso gli operatori esteri. Ma che potenzialità di mercato può avere all’estero uno spettacolo di prosa (magari in forma one-man-show) in lingua italiana?
Ne resterà uno solo, il “più bravo”… bene, sono contento per lui, e lo dico senza ironia (e so anche per chi farò il tifo). Speriamo sappia investire bene i suoi 10000 euro. Ma gli altri 419 che non ce l’hanno fatta? Cosa faranno una volta finita la kermesse dell’Auditorium? Continueranno a far le prove in camera da letto, a contrattare l’affitto di qualche teatrino off per una messa in scena di due o tre giorni, a mandare mail al Papa di turno sperando di essere benedetti.

Fabio Massimo Franceschelli

Leggi anche Il programma di Vertigine 2010: qualche considerazione sugli spettacoli selezionati all’Auditorium

Leggi la risposta di Graziano Graziani

Leggi anche l’opinione di Simone Nebbia

Vai al programma di Vertigine 2010

Vai all’articolo sul bando di Vertigine

Comments
  • Daniele Timpano 23 febbraio 2010 at 17:06

    D’accordo al 150 % conl’intervento di Fabio, non a caso stimato amico e collega da oltre 10 anni, e infatti io che dentro ci sono mi faccio le stesse domande e ho le stesse perplessità, frammiste di un po’ di gratitudine per esserci, ovviamente, ma ovviamente le domande una coscienza non può non farsele, su tutto il funzionamento di un sistema teatrale cui, per far teatro, si ha la sfortuna non poter in alcun modo fare a meno…

  • Daniele Timpano 23 febbraio 2010 at 19:52

    ho capito, ma c’è qualcun altro che commenta questi articoli???
    Tutti se ne guardan bene dall’esporsi?

  • mantis 24 febbraio 2010 at 14:25

    io posso espormi!! non recito, non scrivo per il teatro, mi siete antipatici tutti ma non per elezione è semplicemente l’aria di antipatia che circola tra voi quando uno abbia il tempo di osservarvi da lontano a pochi minuti dall’ascesa sul palco (sensazione provata per esempio all’India, d’estate, col caldo che circola ancora nell’aria e la predisposizione al dialogo molto frustrata dall’effettiva scoperta minima di una PERSONA interessante…)

    non ci sono persone interessanti tra i teatranti di ricerca ed è facile capirlo, sono quasi sempre residui di una gioventù protratta oltre ogni limite anagrafico, ex studenti, ex contestatori, ex di ogni slancio a qualunque titolo si possa presentare UN MONDO INTERIORE che è poi il solo fine di ogni personalità artistica…

    spero solo, caro Daniele, che una parte dei tuoi 10.000 euri tu voglia destinarla al webDesigner del bellissimo sito che porta (ancora miracolosamente in PRAESENTIA nel web) il nome della compagnia con cui tu presenti i tuoi spettacoli che sempre più vira al BRAND mentre di AV avvero l’inesorabile spegnersi insieme al lavoro di tanti anni… (io fiuto per tipo di mestiere ciò che deve essere, sempre)

    ecco una scelta rivoluzionaria…
    ecco un motivo perché VERTIGNE esista
    viva VERTIGINE

    @Fabio
    tu hai semplicemente detto con TROPPE parole che ti rode e/o dispiace di non essere tra i selezionati, un fianco troppo scoperto a questa rilevazione eppure sarebbe così meravigliosamente puro e da ARTISTI autentici dirlo con queste tre parole, la sola dichirazione farebbe piazza pulita del festival della Retorica a margine di quello a cui si sta per assistere…

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