Kvetch di Steven Berkoff, ovvero i piagnistei dell’anima

kvetch

Tutti abbiamo i nostri piagnistei, davanti allo specchio, di fronte agli altri, ce li sentiamo dentro, vorremmo vomitarli fuori, buttarli addosso al primo che capita, ma non ci riusciamo, ci rimangono nello stomaco e legandosi tra loro creano un nodo che ci impedisce di parlare, di affermare la nostra presenza nel mondo.

Per gli ebrei sono gli “Kvetch”, intesi appunto non solo come quei lamenti esteriori, la cui funzione la maggior parte delle volte è di mascherare il vero sentimento della persona, ma sono anche relativi a un lamento interiore, quello dell’anima. Questi Kvetch raramente li sputiamo in faccia al mondo che ci circonda. Questi piagnistei riempiono la vita dei personaggi del dramma di Steven Berkoff messo in scena da Tiziano Panici, vincitore del bando Nuove Sensibilità (vai al bando 2010/2011), in scena fino a Domenica 7 febbraio al Teatro Argot del quale il giovane regista è anche uno dei responsabili artistici.

Nel piccolo spazio di via Natale del Grande assistiamo effettivamente a qualcosa di inaspettato e perciò di ancora più piacevole. I quattro personaggi della piece di Berkoff, perfettamente interpretati da Ivan Zerbinati, Laura Bussiani, Simone Luglio, Federico Giani, si muovono in una scena vuota, solo due tavoli uniti a farne uno più grande, delle sedie, piatti e bicchieri all’occorrenza. Nel rispetto del testo – tragicamente ironica è la poesia di Berkoff capace di far ridere in un momento e di trascinarti giù nel precipizio l’attimo dopo – Panici colora la drammaturgia quel poco che basta per avvicinarla a noi, l’importante è che che quei lamenti dell’anima siano recitati nella lingua vera, in quella che i personaggi-attori sentirebbero antropologicamente reale. Ecco allora che lo spettacolo si apre proprio con Donna in piedi sul tavolo, luce a pioggia, sbatte le uova fino a rischiare di rompersi una mano, le parole che gli escono sono in veneto, l’angoscia che le attanaglia lo stomaco nel sentirsi incapace di gestire la preparazione di una semplice cena per il marito Franco non è in un monologo recitato nell’italiano perfetto, da accademia teatrale, ma è in un dialetto che per un attimo trasporta il personaggio nella dimensione della commedia dell’arte. kvetch-11Franco invece nella sua più totale insicurezza e inadeguatezza nello stare con gli altri esprime i propri pensieri in emiliano, è proprio lui che al lavoro hanno iniziato a chiamare Kvetch. Tra lui e Donna non c’è più niente, fanno l’amore ognuno credendo di compiacere l’altro, ma non avendo più nessun’attrazione, portano la finzione anche all’interno della vita sessuale. Franco ha un intero catalogo mentale da sfogliare con giovani e sensuali signorine incontrate in giro e a Donna basta chiudere gli occhi per sentirsi portata via dai due spazzini che puntualmente ogni mattina le puliscono il vialetto di casa. Con i due trentenni vive la madre di Donna, interpretata, senza concessioni a facili connotazioni grottesche, da Simone Luglio. Gli equilibri già precari vengono rotti da Aldo, collega toscano di Franco e divorziato da poco. Franco lo invita a cena, ne viene fuori una serata tristemente imbarazzante nella quale Franco tenta disperatamente di raccontare una barzelletta, Aldo di trovare qualcosa da raccontare per giustificare le proprie serate da scapolo e Donna con il suo sentirsi inappropriata, fuori posto, col pensiero che se lui lo avesse avvertito prima magari avrebbe comprato più costolette, si contorce le budella dall’angoscia.

Donna sarà anche la prima a riuscire a liberarsi da questo nodo, sarà la prima a dire basta ai piagnistei e a quel punto anche Franco prenderà di petto la sua omosessualità per avvicinarsi ad Aldo in un finale riconciliante, ma adombrato dall’eterno ritorno delle sofferenze coniugali. Senza scampo Berkoff ci mette in guardia, è come se ci ammonisse, quasi a ricordarci la nostra natura e dunque l’impossibilità di liberarci totalmente dal dolore e dal lamento dell’anima.

E sono perfetti i quattro attori nel raccontare questi Kvetch, ci fanno sorridere e il loro dolore è più che credibile. La regia di Panici, lontana dal voler stupire con effetti bizzarri o stereotipati, lavora tra le pieghe del ritmo, attenta alla recitazione, alla plausibilità dei movimenti, ma allo stesso tempo all’efficacia scenica, cuce insomma i tempi di una scrittura drammatica coinvolgente e penetrante.

Andrea Pocosgnich
redazione@teatroecritica.net

in scena
dal 5 al 10 ottobre 2010
Teatro Argot [vai alla stagione 20010/2011 del Teatro Argot]
Roma