Appunti per un teatro politico: quale ruolo alla scena nell’analisi della società?

Olivieri Ravelli Teatro

appunti-perun-teatro-politico-locandinaHa ragione Gabriele Linari con il suo personaggio nel mettere in evidenza quello che un titolo del genere provoca nella mente dello spettatore: Appunti per un teatro politico, il pensiero corre immediatamente a Brecht, Piscator o altri esempi come il Living Theatre. Eppure l’opera di Fabio M. Franceschelli, scritta nel 2007 non ha niente di didattico, non si pone né obiettivi di convincimento né di chiarificazione, bensì cerca di sollevare e analizzare una questione: cosa vuol dire essere di sinistra oggi?

Vi è poi un’altra interessante caratteristica nello spettacolo di OlivieriRavelli_Teatro, terzo lavoro del Consorzio Ubusettete ad essere stato presentato al Teatro Palladium di Roma, ovvero la volontà di analizzare le dinamiche teatrali attraverso le quali l’elemento politico viene sviscerato. Franceschelli insomma non fa solo uno spettacolo su concetti come marxismo, socialismo e democrazia, ma lavora anche sul rapporto che il medium teatrale instaura con il dibattito ideologico. appunti-perun-teatro-politicojpgMa attenzione non vi parlo di una pratica realizzata solo attraverso i consueti giochi di svelamento a cui siamo abituati (il contatto col pubblico, lo straniamento dall’immedesimazione teatrale, il giocare insomma a carte scoperte), c’é inoltre una dicotomia nella scrittura drammaturgica creata proprio per sottoporre il fenomeno a diversi gradi di sperimentazione. Assistiamo cosi a una prima ambientazione (che tornerà poi anche nel finale) dove le dinamiche del potere sono esplicitate attraverso assurdi e a tratti demenziali dialoghi tra un Re illuminato (non solo metaforicamente visto che si presenta in scena con una giacca addobbata da piccole luci), chiamato Jacksonn (Claudio di Loreto) e il suo fido ministro (Silvio Ambrogioni) anch’egli Jackson, ma con una “n” sola visto lo status sociale più basso. Il Re è ossessionato dal sesso, ma non può dare sfogo alle sue brame perchè deve incontrare sindacalisti, preti e capi di stato, con tutti fa accordi, tutti stucchevolmente si piegano al suo giogo. Finché con la rivoluzione alle porte ogni cosa cambia per rimanere uguale, il Re illuminato diventa il compagno capo, rinuncia a tutte e due le “n”, ma non al potere.

Nel bel mezzo di questo passaggio si inserisce il monologo interpretato da un incontenibile Gabriele Linari. È un secondo grado di analisi, archiviata la fase del grottesco, delle scene da farsa ambientate nell’ipotetico futuro di un paese sconosciuto, la realtà viene sbattuta sul palco con tutta la sua forza, gli interrogativi vengono posti senza il filtro dell’iperbole, sono pane quotidiano. Si è di sinistra per convenienza? Ovvero, tutto dipende dalla busta paga? Dalla condizione sociale nella quale veniamo al mondo? Oppure è possibile un ragionamento ideologico che vada al di là del banale e scontato interesse privato?

Andrea Pocosgnich
redazione@teatroecritica.net

visto al Teatro Palladium
il 31 gennaio 2010 [vai alla stagione 2009/2010 del Teatro Palladium]
Roma

Leggi anche l’articolo di presentazione del Consorzio Ubusettete al Palladium

Comments
  • mantis 4 febbraio 2010 at 13:11

    Pocosgnich ha scritto né più né meno (ma meno, sicuro) quanto è già nel programma e nella sinossi fatta dal consorzio… grande critico… grande…

  • Redazione 4 febbraio 2010 at 13:48

    Beh se leggi meglio non è proprio così,
    forse però hai un po’ ragione, ho avuto poco tempo per evidenziare alcuni concetti…poi se hai visto la frequenza con cui ho scritto ultimamente forse capisci il lavoro. Ti consiglio di leggere qualche altra recensione.

    E poi si sa l’approfondimendo vero e proprio lo fate voi di Amensia :)

    giusto Costantino alias Mantis?

    andrea

  • mantis 4 febbraio 2010 at 20:40

    E’ giusto, certo.
    Sono con Pound quando afferma che il critico ideale è chi FA i nomi, DICE i suoi gusti personali, affonda il maglio, si scopre…

    e, per apertura onesta, a me piace una critica che lascia il segno e anche i segni sui criticati, che oggi sono troppo sicuri di certa benevolenza sociale… in fondo critichiamo l’opera oggetto NON l’uomo… (qui sono tornato sulle generali, ovvio)

    C. Belmonte aka mantis

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