Sequestro all’italiana: la crudeltà del reale e la finzione di Teatro Minimo

teatro-minimo-sequestro-allitalianaSe una delle domande più urgenti che il teatro contemporaneo deve porsi è relativa al come mettere in scena nuovi testi con nuovi linguaggi, ovvero come unire parola e spazio scenico cercando un’autonomia di codici rispetto agli altri media, diventando così un’alternativa culturale e di intrattenimento efficace, Teatro Minimo con questo Sequestro al’italiana sembra rispondere pienamente al quesito. La forza del testo di Michele Santeramo l’avevano già notata al Premio Riccione dove la pièce arrivò in finale, ma la forma scenica che poi quel testo ha preso è altrettanto dirompente.

Santeramo parte dalla realtà, da due uomini in difficoltà, non ci svela l’ambientazione geografica, possiamo solo intuirla dall’accento dei due. Adriano e Ottaviano, i  protagonisti, hanno toccato il fondo, incapacità, sfortuna e condizioni sociali di un sud atavicamente arretrato li hanno costretti a prendere in ostaggio l’intera classe di una scuola materna. Naturalmente come sono stati incapaci di costruirsi una vita sono altrettanto inadatti alla costruzione della crudeltà e all’organizzazione di un serio sequestro, di quelli fatti bene, come se ne vedono nei film americani, il loro è solo un sequestro all’italiana. Santeramo non ci svela troppi particolari, le motivazioni le intuiamo, probabilmente i due vorrebbero avere un lavoro, sappiamo che vogliono solamente parlare col sindaco, si sono preparati anche un discorso che provano e riprovano come fosse il monologo di un provino. Il legame testo-realtà perde così l’urgenza che l’ispirazione cronachistica gli vorrebbe, per diventare metafora di una condizione umana portata al suo atto definitivo, quando non si ha più da perdere niente, quando l’anima lacerata dalle sofferenze rischia di spostare la morale rendendo inutile la vita umana, anche quando è quella di un bambino.

Ma in Teatro Minimo, compagnia del vivace panorama teatrale pugliese, nata nel 2001, messinscena e testualità vanno di pari passo, ed ecco che la regia di Michele Sinisi (protagonista con Vittorio Continelli) visivamente si costruisce sull’astrazione. Nella Sala Grande del Teatro Orologio, dove lo spettacolo sarà in scena fino al 20 di dicembre, è stato ricostruito un pavimento in mattonelle, di quelli che si troverebbero tranquillamente in qualunque scuola, ospedale o ufficio pubblico italiano, è un pavimento bianco che si inclina salendo verso il fondale, poi una porta e una finestra (questa sospesa in aria con due cordicelle), in mezzo solo un sacco con qualche gioco per i bambini, non c’è altro. Non ci sono neanche le mura di questa ipotetica stanza scolastica. È in questo non-luogo che i due protagonisti giocano la loro partita, è in questo contesto astratto che emerge invece una recitazione, disarmante nella sua naturalezza, costruita su un’apparente semplicità. Sinisi e Continelli fanno propri i meccanismi ironici del testo, i ritmi (con una scansione concitata alternata a gelide pause di tensione) e poi i ritorni presenti tanto nella scrittura quanto nella ricerca di gesti e movimenti convenzionali. Lo spettacolo, che meriterebbe a mio avviso la sala piena ogni sera, nel finale cammina su una corda tesissima e senza rischiare di cadere nella banalità stereotipata del metateatro riesce a mettere in cortocircuito realtà e finzione prefigurando un eterno ritorno senza scampo.

Andrea Pocosgnich
redazione@teatroecritica.net

in scena
al Teatro Orologio – Sala Grande [vai al programma 2009/2010 del teatro orologio – direzione Mario Moretti]
fino al 20 dicembre 2009

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