Autobiografia della vergogna (Magick) : tra le piaghe della memoria di Lucia Calamaro

lucia-calamaro-autobiografia-della-vergognaBiografie. Un nome e il numero di appartenenza alla vita. Un percorso lungo gli anni, esistenza sovrana che si affida all’imbiancare dei capelli, alle grinze che ottundono l’apparire. Biografia è la luce su di sé, alcuni vorrebbero cancellarla, mutare gli anni in candeline, e nulla di più, estendere un sorriso oltre la bocca, estenuarlo oltre una felicità. Ma un rispetto, una piena coscienza di sé, delle proprie storture, l’onestà che – si badi – non è verità, ma quel che ci permette di coglierne l’evidenza, una sonda nell’intimità di ognuno – attori e spettatori che siano – è questo Magick, la vergogna autobiografica della sua autrice, Lucia Calamaro, che dirige in scena sé stessa, assieme alle straordinarie Benedetta Cesqui e Monica Mariotti.

Venticinque metri di profondità. Entrano nella scena i magazzini, pertugi sull’esterno, luci da altrove, le vite degli altri, e non c’è che prospettiva, ma è asimmetrica e spirituale espressione di sé, del proprio intimo microcosmo da spingere al centro del mondo. Il lavoro di Lucia Calamaro è creare senso, anche a discapito della spettacolarità ad ogni costo, ché tanto non serve. Le basta la sua familiarità con la parola più opportuna per dire, non raccontare, ma dire: la parola è “quella parola lì”, quella che serve per dire quella cosa, il suo teatro maestoso mi convince, per paradosso, dell’essenziale. Benedetta Cesqui è una figlia, madre, è una donna lungo il corso di una esistenza, porta in sé un personaggio che sembra vivere oltre l’opera; Monica Mariotti è energia pura: un padre che caratterizza con disarmante semplicità, lo sguardo la segue ovunque vada, anche lei, dentro o oltre la scena.

La vergogna. Cosa di più caratterizza una caduta nella propria intimità, nella biografia che ha il compito di raccontarla? Di questa vergogna si nutre ogni racconto in prima persona, o dovrebbe qualora onesto: ognuno di noi ha una vergogna da stemperare, un pudore essenziale di ingenuità fatta coscienza, il suono che lasciano, appena dopo averle pronunciate, le parole di un’offesa. Questo sentimento di nudità, di inasprimento delle ferite che non sanno rimarginare sole, che sempre più aprono tagli immedicabili, questo sentimento tampona l’umidità della materia, sconfessa vigliacche rappresentazioni di sé, timori di perdere, segnali di una sconfitta inesprimibile. Lucia Calamaro accetta la sfida, e insieme la sconfitta. Il suo mondo è “Il mondo”, per questo mi sento defraudato ed esco come mi avessero eviscerato: la sua onda è personale, unica come fosse una catena di dna, e assieme è invece l’universale omogeneità che rende gli uomini fratelli e cannibali, solidali e inquisitori, coevi di un’era qualsiasi che vuole, come le altre, coesistenza e inestricabilità, di bene involto al male. Infine: uno spettacolo in cui si appendono libri, si grida il nome di chi l’ha scritto e il titolo: la biografia dell’autore e dell’opera: ecco come si sconfigge la stasi immutabile, il tempo che ferma, nella biografia, il corso di un’opera e di una vita.

Simone Nebbia

Leggi anche l’articolo di presentazione con il cast completo

Visto il 10 novembre
in scena
fino al 15 novembre 2009
Teatro India [vai al programma 2009/2010 del Teatro India]
Roma