My Arm: Accademia degli Artefatti con Tim Crouch

accademia-degli-artefatti-myarm

Abuso. Cosa può un uomo che nel mondo si muove, vive, si sconta una vita in cui non si riconosce. Si guarda un corpo che non gli appartiene, che non corrisponde alla percezione che ha di sé. Ecco allora che quell’abuso è una doppia violenza, una deformazione di un corpo e della sua rappresentazione, di sé e dello sguardo degli altri, una dannazione ad apparire come si è dentro, non come semplicemente si appare. Questa sopraffazione dell’uomo su sé stesso, della proiezione di sé sull’immagine presente, della scena sulla realtà, è quanto sottace a questo My Arm, testo di Tim Crouch, autore di cui Fabrizio Arcuri e l’Accademia degli Artefatti stanno seguendo il tratto, nell’ambito di un progetto sul drammaturgo inglese che contiene anche l’operazione An oak tree e che si chiama, appunto, Ab-uso.

Il corpo, che non corrisponde. Così un giovane si trova rifluire su di sé e scegliere la spersonalizzazione, un nuovo senso al proprio esistere: chi sono io? Si domanda l’adolescente protagonista. Chi sono gli altri? Le persone che ricordo o questi oggetti con cui li rappresento? Ecco allora: la partitura che gestisce questa drammaturgia è tutta mossa dal corpo, come da tradizione territoriale, corpo è quel che manca, corpo è quel che si cerca di ottenere, il corpo si dilania, si annienta fino alla putrefazione, finché sarà quella parte, di corpo, a contare più della persona, a sconfiggere l’uomo che la detiene. Così la scelta: estendere quel corpo fino all’estenuazione: un braccio alzato per tutta la vita, un segnale di protesta verso quella incoerenza intima con la fisicità. Dopo un mese diventa per tutti “il bambino col braccio alzato”, diventa cioè qualcosa, si autodetermina, si convince di esistere perché è la parte che fa il tutto, il particolare si prende l’essenza.

La regia di Arcuri è di grande ritmo, godibile e piena; l’uso della tecnologia non è mai – appunto – un abuso, è una esigenza drammaturgica e non piaggeria, forza il visionario rideterminando alla sensibilità elementi di una nuova espressione. Il testo è molto divertente e ritmicamente “esagerato”, valorizzando certe caratteristiche performative di Matteo Angius, la sua capacità di comunicare con il pubblico che è davvero la misura migliore della sua recitazione. La musica, per la chitarra di Emiliano Duncan Barbieri, è molto importante e ha una doppia funzione: gestisce la cronologia del testo e insieme, pertanto, si fa elemento drammaturgico, apre scatole – appunto sonore – in cui trovare nuovo senso. Ottimo poi il lavoro sul potere narrativo dell’immagine, di un video che tiene “tutto – anche il pubblico – nel quadro”: la convenzione dura un istante, e tanto basta: l’attore decide cosa l’immagine rappresenta, io che assisto, nello stesso immediato istante, accetto.

Dunque, l’incoerenza, l’oltre distorto di una rappresentazione di sé. La ricerca di attestazione, nell’epoca che è già addirittura la deriva dell’alienazione, dello svolgimento meccanico della vita collettiva che inghiotte l’individualità, induce alle prove, attraverso il fisico, il corpo, ad imporre personalità al mondo – per l’individuo – alieno. “Lutto e redenzione nello stesso battito di ciglia”. In queste parole una morte, il suo contrario che redime, nascita e putrefazione d’anima, ad un tempo, assieme, nel tutto frammentario che è un uomo.

Simone Nebbia
visto il 26 ottobre
Radio Tre dagli studi di via Asiago
“Il teatro in diretta”