“Il premio Dostoevskij” di G. Ventriglia e S. Garbuggino: la finzione nel nostro teatro e la verità della poesia

gaetano-ventrigliaIl Teatro Argot è uno degli spazi teatrali più piccoli della capitale, la sala è all’interno di uno di quei cortili trasteverini da cartolina in bianco e nero, all’Argot, bisogna saper rispettare una regola fondamentale: dire la verità; scenicamente s’intende.

Così anche la coppia Gaetano Ventriglia e Silvia Garbuggino non può nascondersi, il pubblico se ne accorgerebbe subito, non vi sono uscite laterali o quinte che permetterebbero un sospiro di sollievo, e allora aspettano gli spettatori al varco. Mentre questi occupano le poltrone i due attori sono già lì, davanti a un telo bianco, illuminati dalle calde luci di Thomas Romero.

Ventriglia è immobile, il suo corpo alto e magro si perde dentro a una giacca troppo lunga, mentre il pubblico entra sussurra qualcosa che pian piano diventa più netto, chiede di occupare anche i posti in prima fila e poi cambiando tono di voce spiega il perchè di uno spettacolo su Dostoevskij . La risposta, intrisa di quell’amara ironia presente in tutto il lavoro, è presto detta: “per i soldi”. Ovvero, l’autore russo come una di quelle mode culturali che hanno invaso il nostro paese e dunque i nostri teatri. Il nostro teatro appunto, perchè dopo il primo accenno a Dostoevskijj, il discorso di Ventriglia cambia subito direzione, come succede nel pensiero umano. Si parla di rivoluzione, c’è anche un fantomatico ideologo che teorizza un’utopistica società di uomini resi uguali dalla schiavitù, gente senza più stimoli o sentimenti. E’ il delirio di un pazzo? E’ un futuro forse troppo vicino? E uno specchio deformante che ci mostra un mutamento già in atto? Non abbiamo il tempo di pensarlo, la Garbuggino si fa avanti con il sogno di Raskolnikov, adesso è Dostoevskij

Almeno tre binari contenutistici e formali contraddistinguono questo nuovo lavoro prodotto da Malasemenza, Armunia e Nevski Prospèkt, che ha il compito di aprire la stagione 2009/2010 dell’Argot, e a mio avviso, ci riesce in maniera positiva: i discorsi sulle teorie rivoluzionarie, gli sketch intelligentemente giocati sullo svelamento stesso dei meccanismi comici, all’interno dei quali Ventriglia piazza delle vere e proprie bordate a un certo tipo di ricerca teatrale (si veda l’ironia su La timidezza delle ossa dei Pathosformel) e poi gli attimi di Dostoevskij puro. In questi ultimi la parola si libera, sono momenti che paiono volutamente distaccati dal resto, i due attori li recitano ricercando la semplicità, facendo solo risuonare la poesia che appare, in questo modo, come unica verità all’interno di un “mercato” teatrale troppe volte menzognero. Così accade nel toccante monologo finale tratto da i Fratelli Karamazov e delicatamente recitato da Silvia Garbuggino. Ma in questo circo poesia e sentimento devono sempre alternarsi con qualcosa di basso, di più viscerale e poi non c’èra un premio da assegnare o mi sbaglio? A cosa servono i premi nella società teatrale in cui viviamo? Allora, noi, il pubblico diventiamo “una fantomatica giuria per un premio inesistente che (proprio per questo e come sempre) alla fine viene assegnato”

visto il 24 settembre
in scena fino al 26 settembre 2009
Teatro Argot
Roma

Andrea Pocosgnich
redazione@teatroecritica.net